Due giorni nella vita di due persone innamorate. Il primo, quando tutto comincia, e l’ultimo, quando ci si lascia. A chi legge, la possibilità di immaginare cosa è successo in mezzo. In questa puntata: Héloïse, 27 anni.
Il primo giorno
“Centro di Rabat, Marocco. Vivo in questa città da un anno. Nella piazza principale ci sono vari ristoranti con tavolini all’aperto e ombrelloni, ci vado spesso con i colleghi per pranzare. Il quartiere è pieno di uffici, banche, funzionari e uomini in giacca e cravatta. Lo vedo, è da solo a un tavolo, è molto bello, muscoloso, ha un abito attillato, una cravatta sottile e la barba curata. ‘Quel tipo è bellissimo’, dico alla mia collega. Lui mi osserva furtivamente. Ci scambiamo qualche sguardo, ma devo rientrare in ufficio. Non è il momento giusto per conoscersi.
Il ricordo di lui rimane. Il mese successivo ogni tanto ci ripenso. Lo rivedo, finalmente, nella stessa piazza. Sale le scale mentre io le scendo, i nostri sguardi si incrociano. Deve lavorare nei paraggi. Il giorno dopo allo stesso ristorante è di nuovo al suo tavolo, io al mio e i nostri sguardi si incrociano a più riprese. Ogni volta è la stessa storia, sorrisi e sguardi insistenti. Il mio cuore batte forte, ma è difficile andarci a scambiare qualche parola. In questo paese non è la ragazza a fare il primo passo.
Ci incrociamo una decina di volte, sempre alla stessa ora e nello stesso ristorante. Ogni volta ci guardiamo, intensamente. Ogni volta ci scambiamo sorrisi. Penso a tutte le scuse possibili per dirgli il mio nome, dargli il mio numero. Potrei scriverlo sul conto e passarglielo mentre vado via, oppure farglielo avere tramite il cameriere. Ma non ho il coraggio, non so neanche se parla francese.
La mia amica, con cui solitamente pranzo, mi aiuta: ‘Adesso basta con questo teatrino! Fagli capire che può venire a parlarti, sorridigli per cinque minuti di fila, finirà per muoversi e venire da te!’. Alla fine lui si alza per andare via, ma nel momento di uscire mi fa un cenno con la testa come per dire: ‘Vieni’. Lascio il mio panino, raccolgo le mie cose e i miei pensieri ed esco. Non lo vedo più, mi preoccupo, ma in realtà è cinquanta metri più in là ad aspettarmi.
‘Mi chiamo Ahmed’, dice con un forte accento arabo. Non parla bene francese. Mi dà il suo telefono per scrivere il mio numero. ‘Io sono Héloïse’. Scrive il mio nome, insisto sulla dieresi. Torno al ristorante, ritrovo la mia amica e poco dopo ricevo un suo messaggio, è contento di avermi parlato. Ci mettiamo d’accordo per bere un bicchiere insieme il giorno dopo. La comunicazione non è facile, a volte una vera e propria barriera e non riusciamo a dirci molte cose. Per fortuna c’è il traduttore di Google.
Non beve alcol, è molto religioso, vive da sua madre con fratelli e sorelle, proviene da un ambiente tradizionale, classe media piuttosto povera. È l’unico ad aver studiato. Lavora in banca ma la domenica vende ortaggi al suq con il fratello.
Una settimana dopo ci vediamo a Marrakech dove passo il fine settimana per lavoro, e dove lui è venuto per fuggire un po’ dalla quotidianità. La prima sera la passiamo in un bar tra il fumo dei narghilè. Mi fa un po’ la corte, lui mi piace molto ma esito. Scarabocchia i nostri nomi in arabo su un angolo di un tovagliolo di carta, mi insegna a contare: wahed, jouj, tlata… Mi riaccompagna, io sfuggo alle sue labbra al gusto di tè alla menta. Il giorno dopo ho un cocktail di lavoro, mi propone di vederci in una discoteca – è un grande festaiolo, anche senza bere, questo mi stupisce. Lo raggiungo dicendo a me stessa che non lo bacerò sulla pista da ballo, sarebbe troppo un cliché. Ma mi sbaglio, rimaniamo insieme fino alle cinque del mattino.
La domenica torniamo insieme in auto a Rabat. A ogni semaforo rosso mi prende la mano e la bacia. Il suo telefono suona: è il richiamo del muezzin alla preghiera. Si ferma nell’area di servizio più vicina, srotola un tappetino e s’inginocchia. Tutto questo è un po’ una novità, non so bene in che cosa mi sto cacciando. Molto presto capisco che per lui è impossibile stare con una donna non musulmana. E per me l’idea di convertirmi è impensabile”.
L’ultimo giorno
“Torniamo da un viaggio a Parigi. All’arrivo mi avvisa che passerà qualche giorno nel suo villaggio, che non avrà molto segnale e che non potrà chiamarmi. Non ho sue notizie per una settimana. Al suo ritorno insisto per vederlo perché ho un brutto presentimento, voglio che mi dica la verità.
Ci incontriamo nel bar dove andiamo spesso, accanto alla piazza dove ci siamo conosciuti. È il nostro bar segreto. C’è una terrazza nascosta, dove io posso bere un bicchiere di vino e lui un succo di frutta. Si scusa per non essersi fatto sentire. Gli chiedo di essere chiaro, gli dico che non posso più continuare a vivere questa relazione nella clandestinità. Lui ha sempre paura che la gente parli, è costretto a mentire alla famiglia, ad architettare in continuazione dei piani per vederci.
Io voglio continuare la nostra storia, ma non così. Lo incalzo con le mie domande, capisco che non vuole piantarmi in asso davanti a un piattino di olive. Sua madre è molto presente, insiste perché si sposi. Ha 31 anni e nella società marocchina a questa età bisogna essere sposati. Da cinque anni sua madre continua a presentargli delle cugine o delle vicine. Anche durante la sua settimana di vacanza nel villaggio, sua madre gli ha fatto incontrare una ragazza.
‘Ma non vorrai sposare una di quelle ragazze, vero?’, gli chiedo preoccupata. ‘Se rende felice mia madre, finirò per farlo, per lei’. Non ha la forza per opporsi alla famiglia e sposare una non musulmana. Anche l’alcol è un problema. Alla sua famiglia non piacerebbe che io beva. ‘È meglio se ci lasciamo’, finisce per dire. Sento una stretta al cuore, un vuoto allo stomaco. Sono innamorata di lui, anche lui prova qualcosa per me, è tutto così stupido. Scoppio in lacrime.
Si tiene la testa tra le mani: ‘Sono uno stronzo, sono uno stronzo’. ‘Sarebbe stato più semplice se tu lo fossi davvero, così potrei dimenticarti’. ‘Vuoi che vada a baciare le ragazze del tavolo accanto? Così avrai un vero motivo per odiarmi’. ‘No, no non ce n’è bisogno’.
Fuori mi abbraccia, mi bacia sulla fronte. Entro piangendo nel taxi per tornare a casa. C’erano troppi ostacoli nella nostra relazione, il peso della famiglia, della religione, della tradizione, di sua madre. Doveva ricambiare tutti i ‘sacrifici’ che lei ha fatto per lui. Non mi amava abbastanza per affrontare queste difficoltà. Eppure anche lui aveva avuto un colpo di fulmine. Anche lui non aveva osato avvicinarsi per tutte quelle settimane, mi aveva fatto quel cenno con la testa, si era spaventato perché non mi ero alzata subito, e sarebbe stato triste di non vivere tutto questo”.
(Traduzione di Andrea De Ritis)
Amore che vieni, amore che vai è una serie del quotidiano francese Le Monde che racconta il primo e l’ultimo giorno di una storia d’amore. Qui ci sono tutte le puntate.
Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it