Due giorni nella vita di due persone innamorate. Il primo, quando tutto comincia, e l’ultimo, quando ci si lascia. A chi legge, la possibilità di immaginare cosa è successo in mezzo. In questa puntata: Nicolas, 33 anni.
Il primo giorno
“Sono solo a Roma, quasi solo al mondo. Il Tevere mi porta all’ex mattatoio trasformato in un museo d’arte moderna. Sull’immenso arco all’ingresso, un toro possente sembra prendersi gioco della mia solitudine. Mi piace osservare le ragazze, ma non quel pomeriggio. Cerco l’ingresso del museo, gli orari di apertura. È tutto chiuso e sembra impossibile trovare qualche indicazione. Vedo una figura tutta nera, tanto scura e coperta quanto gli altri turisti sono scoperti e colorati. Fuma sigarette sottili come un’attrice, con l’aria snob di una bellezza fuori posto in questo piazzale romano. Mi guarda ma non sorride. Si limita a fumare.
‘Scusi perché il museo è chiuso?’. ‘Sorry, I don’t speak italian’, mi risponde in un inglese titubante. Ho paura di infastidirla, sono pur sempre uno sconosciuto un po’ invadente, ma le dico le solite banalità. Lei viene dalla Russia, per l’esattezza dalla città di Novosibirsk, in Siberia. È a Roma per la prima volta e non ha ancora visto piazza Navona. È venuta direttamente qui, all’ex mattatoio, per ritrovarsi di fronte a questa porta chiusa e davanti a me, che le propongo di farle da guida per la giornata. Marina, così si chiama, esita. Poi cede. È il principio del viaggio solitario, il desiderio che accadano cose impreviste.
Deve appartenere all’aristocrazia russa. Voglio impressionarla, portarla in un caffè all’altezza del suo modo elegante di fumare. Di certo piazza Navona, la piazza più romantica d’Europa, forse è un cliché, ma la stupirà. Un’ora di cammino, dal museo al centro di Roma. Quando siamo davanti alla fontana il mio braccio, questo essere quasi autonomo e trasgressivo, si aggancia al suo. Lei non si ritrae. Le faccio da cicerone con il mio inglese da aeroporto. Al bar in piazza lei prende un tè. Io ho l’aria perplessa di chi avrebbe voluto una birra, lei si scusa perché è russa e astemia.
Pago io, poi ho saputo che era un buon segno. In Russia quando una donna insiste per dividere significa che è meglio lasciar perdere. Mi invento che deve assolutamente visitare il ghetto: è sulla strada per andare da me. Riprendo il suo braccio, continuo il mio monologo sul ristorante che cucina i carciofi fritti amati da Silvio Berlusconi, ed eccoci davanti alla pizzeria sotto il mio albergo. La vedo sciogliersi i capelli davanti ai resti di una pizza margherita riscaldata al microonde. Quando una ragazza si tocca i capelli, è fatta. Ci provo. Saliamo da me. Non ricordo di aver incrociato anima viva quel giorno. Roma, piazza Navona, tutto era vuoto. Fumiamo, la bacio sulla terrazza. Vedo passare davanti ai suoi occhi un foglio Excel mentale sui rischi e i benefici di quello che sta accadendo. Quest’operazione le genera un sorriso.
Sono le 17.30, i suoi capelli sono ancora sciolti e Roma ci chiama. Lo stridio di pneumatici, una sirena della polizia, la melodia di un camion con i freni consumati. Dobbiamo scendere di nuovo in strada. Inutile andare a bere ancora qualcosa, non serve dopo il momento appena vissuto. La accompagno al tram, ci scambiamo i numeri, lei se ne va senza un bacio, ma è certo, ci scriveremo!
Per le strade di Trastevere la città mi cade addosso. Mi sento come il protagonista di un romanzo ottocentesco, accolgo questo momento di sintonia con il mondo, queste sorprese sublimi che la vita può riservare. Mi sbrigo ad andare in un bar, c’è Francia-Ucraina in tv. Ritrovo l’immediatezza della città eterna, discuto con il mio vicino di sgabello su Moussa Sissoko. Assaporo la semplicità ritrovata della sera, dopo aver passato un magnifico pomeriggio. Nella mia testa questa storia è già finita. Lei vive in Siberia, rimarrà il mio piccolo tesoro russo”.
L’ultimo giorno
“Giugno, Mosca. Siamo nel piccolo appartamento di Marina, con i muri bianchi scrostati e la moquette marrone, sembra progettato da un arredatore sovietico. Qui tutto è così costoso che anche le persone molto ricche vivono in spazi ridotti. Questa settimana suo cugino è venuto in Porsche per portarci un aspirapolvere. Mettere l’aspirapolvere in una Porsche: ecco un’immagine dell’economia russa.
Nel salotto ci sono molti libri. C’è anche quello del poeta René Char che le ho appena regalato. Questi libri sono gli unici ricordi della ricchezza perduta di sua madre, ingegnera civile declassata con la caduta dell’Unione Sovietica. Marina, oggi all’ufficio comunicazione di una grande banca, un tempo rattoppava abiti per clienti privati insieme alla famiglia. Mangiava poco. Ancora oggi controlla tutti i giorni sul telefono i soldi che invia alla madre. ‘Ah guarda, oggi si è comprata delle caramelle’.
Sul tavolo della cucina riposano le rose che le ho regalato uscendo dal caffè Puškin. Il avait un joli nom, mon guide, Naaaathalie, Nathalie…, ci ha sussurrato il cantante Gilbert Bécaud per tutta la settimana. Proprio davanti al caffè Puškin l’ho aspettata con una rosa che, al suo arrivo, è volata via dietro la baracca di un cantiere. All’uscita abbiamo dovuto comprare un intero mazzo di rose perché lei perdonasse l’insolenza del vento.
Quest’ultima sera sono tornato a casa con un piccolo Čeburaška – l’orsetto con le orecchie grandi che ha dominato l’immaginario infantile russo – per il mio futuro nipote. Ci tiene a farmi vedere il cartone animato da cui è tratto, che lei mi traduce pazientemente in diretta. Poi, con l’avanzare della notte, la sua angoscia sale. Si sdraia dandomi le spalle, si rannicchia per rimettere la distanza che ci separerà il giorno dopo. ‘Troverai qualcuno con cui starai bene’, cerco di rassicurarla. Questa frase la fa piangere. Vorrei non averla detta, dirle che anch’io voglio restare con lei. ‘Adesso sono con te, non mi parlare di queste cose’, mi dice. Mi chiama il ‘mio rrre’ arrotando le ‘r’ alla russa.
Ci addormentiamo, si fa giorno. È la prima volta in una settimana che guardo l’orologio. Sul tavolo le rose mi fissano con aria di sfida e, come me, provano a essere coraggiose. Prendo il libro di René Char e scrivo: ‘Alla mia principessa che è stata anche la mia guida’. Lei mi scopre, sorride e mi obbliga a fare colazione con il formaggio che le avevo portato. Così, per farla ridere e cancellare le lacrime della notte, cerco Gilbert Bécaud in russo, in modo che possa finalmente capire le parole. Metto la canzone e dopo un minuto mi rendo conto che è in spagnolo.
Faccio la valigia, i miei gesti sono meccanici, chiamo un taxi e cerco di trattenere le ultime briciole di questo momento, come dopo un bel film quando uscendo dal cinema si resta in silenzio per tenere ancora in vita i personaggi. Parliamo, lei mi racconta che ha già ricevuto due proposte di matrimonio.
Prima di partire voglio comprare una piccola croce d’argento nella basilica lì vicino. Sono in ritardo per l’aereo, ma la costringo ad accompagnarmi. Lei contratta il prezzo con il venditore. Veniamo sorpresi come conigli di fronte ai fari di un’automobile: il taxi è già qui. Le valigie nel bagagliaio, le nostre labbra si scontrano, poi il silenzio. Come a Roma davanti al tram, non diciamo nulla. L’autista parte lungo l’immenso viale, mi volto e dal vetro posteriore vedo quella figura nera, la stessa dell’ex mattatoio, svanire via”.
(Traduzione di Andrea De Ritis)
Amore che vieni, amore che vai è una serie del quotidiano francese Le Monde che racconta il primo e l’ultimo giorno di una storia d’amore. Qui ci sono tutte le puntate.
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