Questo articolo è stato pubblicato il 13 gennaio 2017 nel numero 1187 di Internazionale.

Il premio è stato assegnato, ma nessuno riesce a mettersi in contatto con il vincitore. È una strana situazione quella in cui si trova il Nobel per la letteratura del 2016. In tutto il mondo i fan esultano per l’assegnazione del premio Nobel a Bob Dylan, ma lui sembra indifferente. In passato autori come Boris Pasternak e Jean-Paul Sartre avevano rifiutato il premio, ma non si era mai visto un autore ignorarlo deliberatamente.

Bob Dylan, si capisce subito che è lui.
– Perché suona l’armonica peggio di Stevie Wonder?
Lei rise di nuovo. Era bello farla ridere. Riuscivo ancora a far ridere le ragazze.
– No, il fatto è che ha una voce inconfondibile. È come un bambino alla finestra che sta a guardare la pioggia fuori.
La fine del mondo e il paese delle meraviglie, (Einaudi 2008)

“Un bambino che sta a guardare la pioggia”. Così scriveva di Dylan lo scrittore Haruki Murakami in un libro di qualche tempo fa. Come sempre in occasione dell’assegnazione del Nobel per la letteratura, anche quest’anno Murakami è tornato al centro delle cronache. Anche lui, come Bob Dylan per le sue canzoni, ha tratto ispirazione per i suoi libri da qualcosa che ha visto con i suoi occhi, in particolare da alcuni luoghi significativi.

Sendagaya, a Tokyo, è il quartiere dove Murakami cominciò la sua carriera di scrittore ed è diventato una meta di pellegrinaggio per i suoi estimatori. Al santuario shintoista di Hatonomori-hachiman ogni anno i fan si radunano per vedere in streaming il momento dell’annuncio dell’assegnazione del Nobel. Qui vicino c’è anche l’edificio dove un tempo si trovava il jazz bar di Murakami, il Peter Cat. Dopo la chiusura, ogni sera Murakami si fermava a scrivere su un tavolo da cucina. Al Peter Cat scrisse il suo libro d’esordio, Ascolta la canzone del vento, uscito nel 1979. Sulla strada per Sendagaya, lo stadio di baseball vicino al santuario Meiji è una tappa obbligata. Lo stadio è stato fondamentale per la carriera di Murakami.

Posso indicare con estrema precisione il momento in cui ho deciso di mettermi a scrivere. Era il primo aprile 1978, verso l’una e mezza del pomeriggio. Quel giorno, seduto da solo sulla gradinata dello stadio di Jingū, guardavo una partita di baseball bevendo una birra (…) nella seconda parte del primo inning il primo a battere fu Dave Hilton, un nuovo giocatore americano. Hilton fece una battuta a terra lungo la linea sinistra del campo – il suono secco della palla contro la mazza risuonò nello stadio – poi a velocità pazzesca girò la prima base e si fermò sulla seconda. Ecco, fu in quel momento che mi colpì il pensiero: “Voglio scrivere un romanzo”. Ricordo ancora il cielo completamente sereno, la sensazione dell’erba fresca appena spuntata, lo schiocco della mazza contro la palla. In quel momento dal cielo scese in silenzio qualcosa, e io lo presi. Sì, lo presi.
L’arte di correre (Einaudi 2007)

Tre anni dopo, Murakami avrebbe scritto questi versi:

Charlie Manuel
ha preso una fly ball destra
come una granata che cade
in un campo minato.

Sono contenuti in una raccolta di poesie inedita dedicata agli Yakult Swallows, una squadra di baseball di Tokyo, su cui Murakami, sostiene qualcuno, sarebbe ancora al lavoro. L’immagine di Charlie Manuel sembra riassumere alla perfezione “l’epifania” di Murakami.

Nel 2015 le poesie per gli Yakult Swallows sono state lette, a sorpresa, di fronte a un pubblico di appena trenta persone. L’evento si è tenuto in una piccola libreria di Kumamoto, nel Giappone meridionale, e in realtà riguardava un’altra raccolta. “Nell’antologia di racconti Cosa dicono che c’è in Laos? (uscita in Giappone nel 2015, e inedita in Italia) era stato deciso di inserire almeno un racconto di viaggio in Giappone. Gli editori avevano scelto quello che Murakami aveva scritto su Kumamoto”, spiega la proprietaria della libreria Daidai, Hisako Tajiri, che con un sorriso aggiunge: “Non ho fatto un annuncio pubblico. Ho pensato che, se l’avessi fatto, la situazione sarebbe stata molto difficile da gestire. Così ho preferito il passaparola tra i clienti abituali”.

La performance era legata alle attività del Tokyo surume club, un gruppo fondato da Murakami e dagli scrittori Yumi Yoshimoto e Kyoichi Tsuzuki. L’amicizia tra Tajiri e Yoshimoto, che per un periodo ha vissuto a Kumamoto, ha facilitato l’organizzazione dell’evento.

“Yoshimoto mi ha detto che Murakami voleva organizzare una lettura pubblica nella mia libreria. Mi è venuto un colpo. Il giorno dell’evento, la gente è entrata alla spicciolata, un po’ incerta. Quando me lo sono ritrovata davanti ero molto agitata. Mi pareva assurdo che Murakami si esibisse in pubblico in un posto così piccolo, ma alla fine sembrava divertirsi molto”.

Nishinomiya, il ponte Ashihara. (Ryo Kusumoto, Aera)

Nei romanzi di Murakami si citano diversi luoghi celebri di Tokyo. In Norwegian wood. Tokyo blues, Watanabe, il protagonista, e Naoko camminano insieme dalla stazione di Yotsuya a Ichigaya, sul terrapieno che corre parallelo alla ferrovia. Nella Ragazza dello Sputnik il lettore è guidato dal quartiere di Shinjuku verso ovest, tra Kichijōji, Kunitachi e Tachikawa, seguendo la linea Chūō della metropolitana. C’è l’hotel Alphaville di After dark, omaggio all’omonimo film di Jean-Luc Godard ambientato in una città futuristica, posto da Murakami nel bel mezzo di una strada molto frequentata che ricorda il quartiere di Shibuya. E se prendiamo infine 1Q84, a un certo punto Tengo, uno dei protagonisti del romanzo, vede due lune in un parco giochi di Kōenji.

Poi si accorse che in un angolo di cielo, leggermente distante da quella luna, ce n’era sospesa un’altra. All’inizio pensò che si trattasse di un’allucinazione. O di un miraggio provocato dalla luce. Ma non c’erano dubbi: a risplendere era proprio una seconda luna, dai contorni ben definiti.
1Q84, libro 2 (Einaudi 2011)

La memoria degli angoli di Tokyo in cui Murakami ha passato molti anni è cristallizzata in tutti i suoi scritti. Nello stesso libro in cui descrive la sua esperienza decisiva allo stadio Meiji Jingū, Murakami parla anche del suo rapporto con la capitale.

Quando mi trovo a Tokyo di solito corro nel parco di Jingū Gaien, sulla pista circolare accanto allo stadio (…) Sono tanti anni che vado lì a correre e ho ben chiaro in testa ogni particolare del percorso. Ne conosco a memoria ogni sporgenza, ogni differenza di livello.
L’arte di correre

C’è un motivo per cui anche in futuro continueremo a leggere i romanzi di Haruki Murakami: perché ogni parola di cui sono scritti trasmette una precisa esperienza fisica di un certo luogo in un certo tempo.

Quel piccolo ponte sul fiume

Haruki Murakami è nato a Kyoto nel gennaio del 1949. Fino a 18 anni ha vissuto nella regione dello Hanshin tra Ashiya e Kobe, non lontano da Osaka. Ascolta la canzone del vento, il suo libro d’esordio del 1979, è ambientato proprio a Kobe, una delle più grandi città portuali del Giappone. Nel libro è raccontata la vicenda di uno studente universitario di 21 anni che da Tokyo ritorna al suo paese d’origine per poco più di due settimane. Il libro segnò l’inizio della carriera di Murakami.

Sulla copertina dell’edizione giapponese c’è un’illustrazione di Maki Sasaki, fumettista e illustratore originario di Kobe. Da adolescente Murakami adorava i suoi fumetti, pubblicati sulla rivista Garo. Nell’illustrazione si vede un ragazzo di spalle seduto su una bitta del porto di Kobe. Sullo sfondo si vedono dei magazzini in mattoni e in lontananza la catena del monte Rokkō. Oggi quei magazzini non si vedono più: con il terremoto di Kobe del 1995 il porto subì gravi danni. La bitta e il monte invece sono sempre lì, uguali a come erano quando uscì il romanzo.

Otto mesi dopo il terremoto, nel settembre del 1995, Murakami visitò Ashiya e Kobe per partecipare a una lettura pubblica di suoi scritti. Rimase impressionato dai danni lasciati dal sisma. Due anni più tardi ci ritornò. Per due giorni fece a piedi la strada tra Nishinomiya e la stazione di Kobe-Sannomiya. La sua vecchia casa non c’era più e non riusciva a ritrovare la strada che faceva tutti i giorni per andare a scuola. Il passare del tempo e la ricostruzione avevano cambiato totalmente l’aspetto di quei luoghi. L’unica cosa che restava, e resta ancora oggi, uguale a quando Murakami era adolescente era il ponte Ashihara, vicino alla foce del fiume Shukugawa, a Nishinomiya.

Tra la mia vecchia casa e la scuola scorreva un fiume. Non era profondo e le sue acque erano limpide. Sopra, c’era un vecchio ponte di pietra. Mi ha sempre affascinato, quel ponte. Era così stretto che non ci passavano due biciclette. Tutt’intorno c’era un parco dove crescevano oleandri talmente rigogliosi da formare una specie di paravento naturale. E se ti mettevi al centro del ponte, appoggiato al corrimano e guardavi fisso verso sud, riuscivi a vedere il riverbero della luce sulle onde del mare.
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Oggi il mare non si vede più. Oltre l’argine del fiume c’era la spiaggia di Kōroen che fu interrata per costruirci sopra una serie di complessi residenziali di lusso, o per dirla con Murakami, la “foresta dei monoliti”.

A Kobe, invece, alcuni luoghi sono rimasti com’erano, anche dopo il terremoto. Per farsi un’idea, basta andare al liceo frequentato da Murakami, nella parte di città che si sviluppa alle pendici del Rokkō. Qui si trova un grande campo sportivo che ospitava tornei di rugby e da dove si vedono, da una parte, il porto e, dall’altra, se il tempo lo permette, i profili degli edifici al di là della baia di Osaka. Ai tempi del liceo, Murakami passava ore immerso nella lettura dei tascabili che i marinai dei mercantili stranieri rivendevano alle librerie dell’usato in città. Oggi i romanzi di Murakami sono tradotti in decine di lingue nel mondo. Se è diventato un autore di fama internazionale è anche per merito della città in cui è cresciuto, così aperta alle influenze straniere.

Per fortuna alcuni locali di Kobe in cui andavo spesso anni fa erano ancora in attività: il pub King’s Arms (anche se, incredibilmente, gli edifici su entrambi i lati erano stati demoliti), verso la costa, e, sulla Naka-Yamate dōri, la pizzeria Pinocchio.
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Pinocchio è un ristorante italiano famoso per la pizza che aprì nel 1962. Si dice che Murakami venisse qui per i suoi appuntamenti galanti. Quando lo scrittore andava al liceo, i ristoranti che servivano la pizza in centro a Kobe erano una rarità. A quei tempi una pizza e una coca-cola da Pinocchio costavano mille yen (10 euro circa al cambio attuale). Per gli studenti era un locale di lusso: avere un appuntamento galante lì era una cosa molto ambita. Di recente il locale è diventato un’attrazione per i fan di Murakami di tutto il mondo, in particolare per i cinesi e i coreani.

Da quattro anni a questa parte, a ottobre, da Pinocchio si tiene un evento pubblico chiamato “La serata in attesa della buona notizia”. Anche quest’anno una ventina di fan di Murakami da tutta la regione del Kansai (Giappone occidentale) e un numero almeno doppio di giornalisti si sono ritrovati nel ristorante. Alle 20 ora locale, le 13 di Stoccolma, tutti erano incollati allo schermo dello smartphone o del computer trattenendo il respiro in attesa dell’annuncio dell’assegnazione del Nobel per la letteratura. Quando l’annunciatrice ha scandito in francese: “Bob Dylan” dalla sala si è sollevato un vociare di disappunto.

Poi i presenti si sono scambiati sguardi e commenti. Tra chi diceva che fra un anno la vittoria darà ancora più soddisfazione e chi rassicurava gli altri sul fatto che parteciperà alla serata anche l’anno prossimo, alla fine è partito un brindisi. Tutti sembravano di nuovo allegri: “Beviamo per scacciare la tristezza”.

Nel 2015 alla serata ha partecipato anche Yukari Taguchi, insegnante di un liceo di Kobe. È fan di Murakami da quando alle superiori lesse Nel segno della pecora. Negli ultimi vent’anni ha letto tutto, saggi compresi. “Il fascino dei suoi romanzi sta in due fattori principali”, spiega. “Il primo sono i personaggi, descritti in tutte le loro insicurezze. Il secondo, le frasi filosofiche che riescono a essere sempre asciutte ed efficaci”.

Alla lettura pubblica che si tenne subito dopo il terremoto del 1995, Murakami lesse il racconto I salici ciechi e la donna addormentata, che con La lucciola viene ripreso nel romanzo Norwegian Wood. Tokyo blues. In questo racconto, il narratore torna dopo tanto tempo nella sua città d’origine. A un certo punto, un cugino gli consiglia di cercarsi un lavoro lì. Il narratore si convince allora di aver molto da fare e di dover tornare a Tokyo. Dopodiché confessa: “In realtà di cose da fare non ne ho da nessuna parte. Però qui non posso restare”.

Il resto del racconto non chiarisce il motivo dell’insofferenza del narratore. Ma è un tratto tipico di Murakami: i fatti più importanti vanno cercati tra mille metafore. La sua narrazione è sempre un rebus. Eppure, forse proprio per questo i suoi romanzi continuano ad affascinare lettori in tutto il mondo.

(Traduzione di Marco Zappa)

Questo articolo è stato pubblicato il 13 gennaio 2017 nel numero 1187 di Internazionale.

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