Questo articolo è stato pubblicato il 6 gennaio 2017 nel numero 1186 di Internazionale.
Zadie Smith c’è e non c’è. Nell’immagine in streaming sul mio computer è seduta alla scrivania, con la luce alle spalle, nel suo studio tappezzato di libri. Nella mano sinistra ha un calice pieno di un liquido rosso talmente scuro che sembra risucchiare ogni altro colore dalla stanza. Nella semioscurità il volto di Zadie ha l’aria pallida, le lentiggini sparse sulle guance e alla radice del naso si spostano come se non avessero una posizione fissa.
Le circostanze ci hanno costretto a parlare usando FaceTime. È passata la mezzanotte a Londra, dove si trova Zadie; è buio anche dove sono io, nella mansarda di casa mia, a Princeton, nel New Jersey. Malgrado i quasi cinquemila chilometri di oceano che ci separano, l’illusione è quella di guardarci attraverso le rispettive scrivanie.
FaceTime non mi piace, ma c’è un altro motivo per cui esito a fidarmi di quello che vedo sul mio schermo. Ho appena finito il nuovo romanzo di Zadie, Swing time, e sto ancora vivendo nel suo mondo di ombre. Come i musical in bianco e nero descritti nelle sue pagine, il libro è un gioco di luce e di tenebre – un’affermazione di fisicità e nello stesso tempo un’illusione – in cui la protagonista, figlia di una madre nera e di un padre bianco, cerca di mettere insieme, dalle conflittuali fedeltà che la reclamano, un’identità che le consenta di unirsi alla danza. La narratrice non ha un nome, e neanche il paese africano in cui si svolge gran parte dell’azione. Il romanzo nasconde la paura esistenziale sotto un’intensità particolarmente luminosa.
Controllo il registratore digitale. Pare che funzioni. La figura indistinta sul mio schermo sembra proprio Zadie Smith. Quindi cominciamo.
Quando i romanzieri parlano del libro a cui stanno lavorando, raramente accennano al contenuto. Trama, temi, simbolismo, personaggi non vengono fuori. Richard Ford ha scritto migliaia di frasi sull’agente immobiliare del New Jersey Frank Bascombe, descrivendone il matrimonio, il divorzio, la morte del figlio, le preoccupazioni per la salute e il filosofare da poltrona, ma quando gli ho chiesto cosa lo spingeva a scrivere quei libri, mi ha risposto: “Oh, avevo solo voglia di scrivere qualcosa in prima persona, al presente”. Non era necessario che me lo spiegasse. La voce giusta, una volta trovata, guida tutto quello che fa lo scrittore e fornisce tutte le informazioni e le intuizioni necessarie, e piuttosto spesso sono cose che non credevi di sapere.
Swing time è il primo romanzo di Zadie Smith scritto in prima persona. Può sorprendere, vista la verve del suo stile in romanzi come Denti bianchi e NW. “Ho sempre disprezzato un po’ la prima persona”, mi dice Zadie. “Ero stupida. Pensavo che non mi avrebbe permesso di scrivere di altra gente. Ma in realtà ti permette di farlo in modo davvero interessante, perché è tutto filtrato dalla soggettività del personaggio. Quando ho smesso di sentirmi impacciata, è andato avanti rapidamente. Davvero rapidamente”.
Lo sapevo già. L’inverno scorso, le email di Zadie erano diventate non solo più rare, ma anche più brevi. Poi era sceso il silenzio, come spesso succede quando un amico che scrive trova lo slancio giusto. I romanzieri sono come i cacciatori di pellicce. Scompaiono nelle foreste del nord per mesi e anni di fila, a volte per non riemergerne mai più, cedendo alla disperazione o diventando come gli indigeni (in altre parole, accettando un vero lavoro), oppure finendo con le gambe nelle loro stesse trappole e sanguinando silenziosamente sulla neve. I più fortunati tornano, carichi di pelli.
Per quanto Zadie mi mancasse, ero preparato ad aspettare un anno o due prima di vederla riapparire. Ma a maggio aveva già finito il suo nuovo libro. Una delle prime cose che le chiedo, perciò, è come mai ha scritto così velocemente. “Sono andata in analisi”, mi risponde scherzando, ma torna subito seria e spiega: “Mi sono sempre sentita imbarazzata da me stessa. La narrativa è un buon sistema per cavarsela o per mascherarsi in qualche modo. Non essere capace di scrivere in prima persona dipendeva molto da questo, e da una sensazione di disgusto e di ansia nel dire ‘io’. Mi sedevo davanti al computer e scrivere mi costava moltissimo. Una volta cominciata l’analisi, mi sono semplicemente accorta che scrivere non era tanto difficile”.
Non dico niente, come un bravo terapeuta, mi limito a mormorare incoraggiandola a continuare. E poi Zadie dice una cosa che non mi aspetto, una cosa molto più sorprendente della sua precedente ammissione. “Mi sembrava, quando ero piccola e anche ora che sono una scrittrice adulta, che molti scrittori uomini avessero una sicurezza che io non sono mai riuscita ad avere. Continuavo a pensare che ci sarei arrivata, ma non sono mai sicura di fare la cosa giusta”.
Negli ultimi tempi, molti romanzi scritti da donne hanno indagato sulla natura della soggettività femminile. La persona ideale, come dovrebbe essere?, di Sheila Heti (Sellerio 2013) e, con più asciuttezza, Outline di Rachel Cusk (Faber & Faber 2014) presentano la soggettività femminile come frammentaria o contingente. Per far apparire chiaramente questa confusione interiore, Heti dipinge un ritratto cubista di se stessa fatto di schegge di memoria, conversazioni registrate, elenchi e dialoghi, mentre Cusk sottrae completamente la sua narratrice all’analisi diretta, permettendole di prendere forma come uno spazio curiosamente vuoto formato dalle correnti di conversazione che le vorticano intorno. La spinta dietro questi esperimenti, come suggerisce il commento di Zadie, viene dall’idea che l’autorità di uno scrittore uomo non abbia origine in lui stesso ma nella struttura della società, che lui eredita come un mantello, ma che dalle spalle di una donna scivola via, o sembra semplicemente ridicolo da indossare.
Swing time è un gioco di luce e di tenebre in cui la protagonista, iglia di una madre nera e di un padre bianco, cerca di mettere insieme un’identità che le consenta di unirsi alla danza
Vengono facilmente in mente una serie di obiezioni a questa teoria: anzitutto il fatto che esistono scrittrici felicemente autoritarie, ma anche che la stessa ansia probabilmente tormenta i romanzieri uomini. Nelle mie mani – come in quelle di Zadie, credo– il meccanismo della narrazione onnisciente può sembrare ingombrante, sospetto, per la semplice ragione che apparteniamo allo stesso momento letterario. L’affermazione di Cusk che “l’autobiografia è sempre più l’unica forma di tutte le arti” è una posizione estrema, addirittura assolutistica. Sicuramente una parte della più intelligente narrativa contemporanea ha elementi autobiografici molto forti, basti pensare a Karl Ove Knausgård, a W. G. Sebald o alla stessa Cusk. Ma si può davvero scavare nel proprio terreno emotivo e biografico alla ricerca di materiali con cui costruire altre vite? Se Tolstoj o Shakespeare oggi fossero vivi, scriverebbero solo di se stessi?
Non ho ancora cominciato a discutere queste questioni con Zadie, quando il collegamento s’inceppa.
“La linea salta di continuo”, dice lei. “Vogliamo continuare al telefono?”.
“Ok, passiamo semplicemente all’audio”.
“Proviamo”.
Ora siamo solo voci, attenuate e più limpide. Quella di Zadie mi fa venire in mente re Lear che descrive sua figlia Cordelia: “La sua voce era così dolce, gentile e modesta, una magnifica virtù in una donna”. Penso che dev’essere facile scrivere con una voce come quella di Zadie. Qualunque parola pronunci suona come un mot juste.
Come la narratrice di Swing time, da bambina Zadie è stata una cantante di talento. “Nei film e nelle fotografie”, dice la narratrice, “avevo visto uomini bianchi seduti al piano con accanto delle ragazze nere che cantavano. Oh, come volevo essere quelle ragazze!”.
Zadie lo è stata, per qualche tempo. Ha lavorato come cantante di cabaret per guadagnare qualcosa mentre studiava al King’s college di Cambridge. L’amore per il canzoniere americano e per i musical in bianco e nero con Fred Astaire e Ginger Rogers che venivano trasmessi dalla Bbc sono interessi che ha in comune con la narratrice del romanzo. “La parte più autobiografica del libro,” mi dice Zadie, “sono le passioni”.
Una volta mi ha fatto vedere, con autentico piacere, la foto di un’irriconoscibile adolescente, riccia e sovrappeso, che ha presentato come se stessa. Perciò insieme alle sue passioni per il canto e la danza, c’era questo: la goffaggine iniziale, la temuta se stessa – rifiutata, rifuggita – che rimane eternamente all’inseguimento. È quella ragazza, così come la cantante e l’interprete, a fare di Zadie la scrittrice che è oggi.
“I capelli non sono fondamentali quando sembri Nefertiti”, scrive della madre in Swing time, ma forse descrive se stessa. Zadie è un personaggio affascinante, soprattutto è affascinante tra le scrittrici. Di solito i cocktail letterari non sono esattamente eventi costellati di personaggi famosi, ma quelli organizzati da Zadie e suo marito, il poeta e scrittore Nick Laird, ci si avvicinano parecchio. Tra il mucchio di persone che frequentano regolarmente i loro cocktail (e li frequentano davvero, il che è di per sé straordinario) ci sono Hilton Als, Martin Amis e Salman Rushdie, insieme a vere e proprie celebrità come Lena Dunham o Rachel Weisz.
Diventare una persona, ovviamente, significa trovare i tuoi compagni e il tuo posto fra loro. Per Zadie, che è di due etnie, non è stato facile
Di persona, Zadie ha un’aria avvicinabile, immensamente accogliente con lettori, colleghi scrittori, portinai, tassisti: tutti quelli che incontra. Si presenta con quella faccia da Nefertiti, ma poi fa una battuta, o ride, e il suo sorriso con i denti lievemente sporgenti ti mette a tuo agio, portando con sé tutto il calore, il cameratismo e la caotica familiarità di una ragazza delle case popolari di Athelstan gardens. La condizione di ex brutto anatroccolo le ha dato un atteggiamento provvisorio sul suo aspetto. “Non mi dispiaceva vestirmi elegante per degli sconosciuti”, osserva la sua narratrice in un passaggio che Zadie ammette essere caratteristico della sua storia personale, “ma nelle nostre stanze, nella nostra intimità, non potevo essere una ragazza e nemmeno la bambina di qualcuno, potevo essere solo un essere umano femmina”.
Le chiedo di questo brano: “Quando ero più piccola, la sola idea di essere una ragazza mi sembrava una grande fatica. Ancora oggi, mi metto il rossetto e il mascara, ma non faccio altro. Non mi faccio le unghie dei piedi o delle mani. Dare un appuntamento a un ragazzo mi veniva malissimo per tutto quello che implicava dare un appuntamento, la presentazione di qualcosa”.
“Sei piuttosto presentabile”, osservo.
“Sono presentabile, ma è come dice Nick: nel momento in cui arrivo a casa sono pantaloni da tuta, niente trucco, pettinatura afro pazza e gigantesca”.
“Gli uomini non hanno mai fatto caso alle unghie dei piedi o delle mani”.
“Lo so, lo percepisco anch’io. Ho spesso la sensazione che le donne sopravvalutino enormemente quello che gli uomini notano e apprezzano”.
Il lavoro di essere donna, la prestazione di genere: Zadie ha i suoi limiti. Ogni volta che le faccio i complimenti per un vestito, mi racconta quanto l’ha pagato poco comprandolo online. Se alludo a una nuova pettinatura, mi getta in mano una treccia da Cleopatra e dice: “Extension”. Una volta mi ha telefonato mentre era da una parrucchiera, vicina alle lacrime, per dirmi che non poteva vedermi a cena quella sera perché i suoi capelli si erano “distrutti” e avrebbe dovuto radersi a zero e ricominciare. Quando finalmente ci siamo incontrati, mi aspettavo che avesse la testa irsuta e traumatizzata come Dustin Hoffman in Papillon. Ma Zadie è entrata tranquillamente nel ristorante sorridendo, con una massa di riccioli alla Flashdance che le volteggiavano intorno al viso. Falsi anche quelli, a quanto pare. Come la femminilità. Come la letteratura. Voleva che lo sapessi.
Diventare una persona, ovviamente, significa trovare i tuoi compagni e il tuo posto fra loro. Per Zadie, che è di due etnie, non è stato facile. Ha fatto il primo viaggio in Giamaica, dov’è nata sua madre, perché era obbligata. “Era l’ultimo posto dove volevo andare”, dice. “Credo che mia madre avesse un fidanzato là. Non me ne resi conto finché ci arrivammo. Io volevo solo essere a Londra con i miei amici. Ero allergica a tutto. Avevo troppo caldo, ero bruciata dal sole. Non volevo appartenere a quel luogo”.
Anni dopo, è andata in Africa occidentale solo per scoprire che quel luogo non voleva che lei gli appartenesse. “Una delle poche cose del libro che mi è veramente successa”, dice Zadie, “è che mi sono trovata in mezzo a quella che credevo fosse una sorta di esperienza spirituale in Africa occidentale, una ricerca della mia identità. Poi, dopo la fine di un viaggio molto lungo, mi è diventato chiaro che tutti quelli con cui ero stata pensavano che fossi bianca”.
Dobbiamo stupirci che una persona così multipla abbia cominciato la sua vita di scrittrice scrivendo Denti bianchi, un romanzo che cerca di racchiudere nelle sue 480 pagine ogni tipo e sfumatura di londinese, o che adesso, un’altra vita dopo, la stessa scrittrice possa desiderare di guardarsi dentro invece di guardare fuori?
Il titolo Swing time ha due significati, in fondo. Uno si riferisce all’omonimo musical del 1936 e alla musica swing in generale. Ma c’è un altro senso in cui swing non è un aggettivo che definisce il tempo, ma un verbo che agisce su di esso. “To swing time”, dondolare il tempo: cosa significa?
Nella struttura, il libro alterna capitoli dedicati all’amicizia infantile della narratrice, a Londra, con una ragazzina di nome Tracey, e capitoli in cui, da adulta, è alle dipendenze di una pop star internazionale di cui conosciamo solo il nome, Aimee, e va in Africa in occasione della fondazione di una scuola femminile. Il passo doppio del libro attraversa non solo il tempo, ma i continenti. La ricerca d’identità della narratrice è locale e immediata, ma anche lontana e storica. “Mi sembra solo”, dice Zadie, “che quello che è stato fatto ai neri, storicamente, è stato toglierli dal tempo della loro vita. Sostanzialmente è successo questo. Avevamo una vita in un unico luogo e sarebbe continuata e chissà cosa sarebbe successo, nessuno lo sa. Ma sarebbe andata in un altro modo, e noi siamo stati tolti da quella sequenza temporale, messi in luoghi completamente diversi e radicalmente sconvolti. Le conseguenze sono praticamente infinite. Tutti hanno i loro traumi. Non è una gara di traumi. Ma sono traumi di natura diversa. E il nostro consiste nell’essere stati tolti dal tempo”.
Il flusso della voce di Zadie s’interrompe per un attimo. Intuisco che qualcosa è cambiato nella sua espressione, e per la prima volta durante il nostro colloquio vorrei che avessimo ancora il video. “Scendi dal piedistallo: non credo che oggi ci sia qualcuno sulla terra a cui non si applichi”, dice. “Non esiste un’identità irreprensibile con cui puoi operare nel mondo sempre da una posizione di giustizia. A volte, in un certo momento della storia, la gente ha deciso che sei così. Dev’essere forte la tentazione di afferrare questa identità con tutte e due le mani ed essere davvero quella persona, l’irreprensibile impersonificazione dell’integrità e della rettitudine. Ma sai che è un’illusione”.
A un certo punto del romanzo la narratrice, mentre si trova in Africa, visita un’isola poco lontana da cui un tempo partivano le navi negriere con il loro carico di esseri umani alla volta delle Indie Occidentali, dell’America e della Gran Bretagna. Molti romanzieri avrebbero potuto scrivere una scena in cui lei scruta la distesa dell’oceano e si trova faccia a faccia con l’orrore. Zadie non lo fa. La sua narratrice, acutamente consapevole delle trappole di quello che chiama “turismo della diaspora”, non riesce a evocare nella sua mente le immagini obbligatorie, e quindi protegge la storia del luogo dal kitsch.
Ma anche se è restia a smerciare stereotipi, questo non le impedisce di misurarsi con la storia della schiavitù. Al contrario, le consente di trovare i modi in cui quella storia continua ancora oggi. All’inizio del libro, la narratrice descrive un gioco selvaggio che si scatenava nel cortile della sua scuola quando aveva nove anni: “Era come acchiapparella, ma una bambina non era mai acchiappata, solo i maschi lo erano, noi bambine continuavamo semplicemente a correre e a correre finché ci trovavamo circondate in un qualche posto tranquillo, lontano dagli sguardi delle sorveglianti della mensa e dalle telecamere di sicurezza del cortile, e a quel punto le nostre mutande erano tirate e una piccola mano frugava nelle nostre vagine, venivamo ruvidamente e freneticamente tastate e poi i bambini scappavano e tutto ricominciava da capo”.
In un primo momento sembra un gioco sessuale. Ma quando continua e si trasferisce in classe, interviene un cambiamento. “L’elemento casuale spariva: adesso a giocare erano solo i primi tre maschi e puntavano solo le bambine che erano vicine di banco e che secondo loro non si sarebbero lamentate. Tracey era una di quelle bambine, e lo ero anch’io, e anche una bambina della mia fila che si chiamava Sasha Richards. Le bambine bianche – che generalmente erano oggetto degli attacchi del cortile – ora misteriosamente erano escluse. Era come se fossero state escluse fin dall’inizio”.
È così che il colonialismo entra nel romanzo, non perché la narratrice ne rianima i residui in Africa occidentale ma, in modo molto più inquietante, perché ne ritrova le deformazioni e le gerarchie ancora attive nella sua classe, a Londra, nei primi anni ottanta. In qualche modo i suoi compagni maschi avevano capito che erano le ragazzine nere quelle a cui si potevano sfilare le mutande, ed erano le ragazzine nere ad accettarlo come l’ordine naturale delle cose, e tutto a un’età in cui il sesso non è ancora diventato consapevole. “Queste cose non scompaiono”, dice Zadie. “Non scompaiono”.
L’attuale moda dell’autonarrazione è una buona risposta all’ansia di chi pensa che rendere credibili i mondi narrativi stia diventando più difficile. Ma insistere che l’unica strada per l’autenticità passa attraverso l’autobiografia significa confondere i mezzi con i fini. Zadie, in ogni modo, non sembra seguire questa via. Cercando di trovare la giusta prospettiva con cui affrontare le sue identità frantumate – di donna, di nera, di cittadina britannica – è passata a un livello di auto-espressione nuovo per la sua narrativa, anche se continua ad affidarsi all’immaginazione per il contenuto delle sue storie.
Adesso a Londra è molto tardi. Abbiamo parlato a lungo, e voglio lasciarla andare. Ma prima di riattaccare, Zadie accenna al romanziere Darryl Pinckney. Lui e il suo compagno, il poeta James Fenton, appaiono come se stessi verso la fine di Swing time, e io le chiedo di questa irruzione della verità nella finzione. “Per me”, dice Zadie, “Darryl è un modello di… non saprei definirla se non ambivalenza attiva. È molto preparato sulle questioni afroamericane. Eppure c’è anche una parte di lui che è radicalmente esistenziale. È perfettamente consapevole di cosa significhi essere stato soggetto all’esperienza di essere nero, che provoca ogni genere di conseguenze, politiche, sociali e personali, ma allo stesso tempo rivendica la libertà di essere semplicemente Darryl, in tutta la sua estrema particolarità. Non ho conosciuto molte persone come lui”.
Ho la sensazione che Zadie voglia diventare una persona del genere. Ma quando glielo dico, e aggiungo che a me lei sembra già così, per la prima volta nella serata lei ammutolisce.
“Oh”, dice, e nient’altro.
(Traduzione di Giusy Muzzopappa)
Questo articolo è stato pubblicato il 6 gennaio 2017 nel numero 1186 di Internazionale.
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