“Contrattazione, nuove tutele e nuovi diritti per l’Italia che cambia nell’era dell’intelligenza artificiale” è il sottotitolo che i sindacati confederati, Cgil, Cisl e Uil, hanno dato alla loro campagna di comunicazione per il corteo del primo maggio, la festa delle lavoratrici e dei lavoratori. È un messaggio che sottolinea come questa nuova tecnologia sia ormai parte integrante del mondo reale e, prima o poi, ci costringerà a fare i conti con le conseguenze delle sue applicazioni.

Molte persone si chiedono quale sarà l’impatto che questi strumenti avranno sul mondo del lavoro. La verità è che, in questa fase di cambiamenti, è davvero difficile fare previsioni. Possiamo basarci, almeno parzialmente, su quello che sta già succedendo in Cina dove, come racconta il reportage di Chang Che per il Guardian pubblicato da Internazionale, l’automazione in fabbrica è già sei volte più avanzata rispetto agli Stati Uniti. E dove imprenditori della robotica come Chen Liang, fondatore della Guchi robotics, sono convinti che “entro la metà del prossimo decennio gran parte dei compiti di assemblaggio in fabbrica sarà quasi completamente automatizzata”.

Come molti suoi colleghi che lavorano nell’industria robotica cinese, scrive Chang Che, “Chen guarda con distacco alla sostituzione della manodopera umana: per lui, l’avanzata travolgente della tecnologia è ineluttabile quanto lo scorrere del tempo. Quando gli ho chiesto delle conseguenze sociali del suo lavoro, ha ammesso che lui e i suoi soci avevano parlato di piani d’emergenza per i dipendenti licenziati”.

Come se non bastasse, la robotica è solo un aspetto dell’automazione: le intelligenze artificiali generative fanno scricchiolare anche posti di lavoro che fino a pochi anni fa non immaginavamo automatizzabili.

Il 22 aprile la Repubblica ha pubblicato uno speciale monografico intitolato “L’ia ti farà davvero perdere il lavoro?”. L’editoriale si apre con un dato curioso: nei primi tre mesi del 2026 la redazione ha ricevuto novecentottantaquattro fra studi, ricerche e comunicati sull’impatto delle ia sul lavoro. Quasi dieci al giorno, festività incluse. Le previsioni e gli studi si contraddicono fra loro. E spesso provengono da fonti interessate.

In uno degli articoli di questo speciale vengono raccolte alcune testimonianze. Dario Amodei, l’amministratore delegato della Anthropic, prevede che il cinquanta per cento dei lavori impiegatizi junior scomparirà entro il 2030. Per Mustafa Suleyman della Microsoft “la maggior parte dei lavori impiegatizi sarà completamente automatizzata dalle ia” entro il 2027.

Il presidente della Salesforce Marc Benioff dice che l’azienda non assumerà ingegneri nell’anno fiscale 2026. Andrej Karpathy, ex direttore dell’ia della Tesla, afferma di non scrivere più codice di programmazione da dicembre 2025.

Un post di Matt Shumer su X (ottantasei milioni di visualizzazioni) viene citato come prova che “qualcosa di grosso sta succedendo”. Anche Shumer, come tutti gli altri citati, investe nelle ia e le vende.

Magari queste persone credono veramente a quello che dicono. Ma per loro, sostenere con forza la narrativa del meteorite che si abbatte sul mondo del lavoro è anche un modo per difendere enormi interessi economici. Le loro previsioni non sono dati e non si basano su fatti già accaduti. Dovremmo cominciare a trattarle per quel che sono: comunicati commerciali che, troppo spesso, vengono raccontati come se fossero analisi accurate e inevitabili.

In generale, però, questo non accade e il quadro che emerge dai discorsi pubblici sulle ia e il mondo del lavoro racconta sempre lo stesso schema: l’ineluttabilità della transizione, la sua velocità e dunque la corsa contro il tempo per trovare soluzioni, l’urgenza di adattarsi. È esattamente quello che le aziende della Silicon valley e cinesi vogliono che leggiamo.

Un no convinto

C’è un altro problema: vogliamo che le decisioni che riguardano centinaia di milioni di persone vengono lasciate alle aziende private? La risposta dovrebbe essere un no convinto, anche se queste aziende pubblicano documenti etici convincenti. Questo significa affidarsi a un processo di discussione pubblica democratica che, per come funzionano queste cose, è lento. O, comunque, più lento di quello che richiede la reazione a un’emergenza.

L’emergenza richiede, da sempre, eccezioni e concentrazione di poteri, per essere gestita. Eppure qui non siamo affatto di fronte a un’emergenza.

I ricercatori che firmarono il documento The triple revolution avevano già previsto, negli anni sessanta, che l’automazione sarebbe stata un problema e avevano già proposto introduzioni sperimentali di redditi di base universali. Non solo: abbiamo anche dati veri. Uno studio dell’Organizzazione internazionale del lavoro fatto a maggio del 2025 stimava che circa una persona su quattro nel mondo svolge mansioni esposte al rischio di sostituzione con le ia generative.

La differenza fra essere esposti alla sostituzione ed essere sostituibili è enorme. Un avvocato è esposto alle ia che leggono i contratti, ma non viene sostituito: cambia mestiere, gli serve meno tempo per le ricerche e ne ha di più per parlare con i clienti. Una traduttrice è esposta alle ia che traducono in bozza, ma non viene sostituita: il suo lavoro diventa diverso, e il valore aggiunto che può dare si sposta sulla revisione, sull’adattamento culturale, sulla relazione con l’autore e con il pubblico.

Lo studio individua nelle donne, e nei lavori amministrativi a maggioranza femminile, le categorie più esposte. È una notizia importante, e va detta così: le ia rischiano di precarizzare ulteriormente lavori già precarizzati, se non si interviene. E rischiano anche di amplificare le disuguaglianze, perché sono strumenti intersezionali in un mondo disuguale.

Il futuro è già arrivato
Reportage dalle fabbriche cinesi dove l’intelligenza artificiale applicata alla robotica sta rivoluzionando il mondo del lavoro

Senza cercare previsioni destinate a fallire, possiamo allora dirci quali sono le cose importanti per l’applicazione delle ia al mondo del lavoro: la trasparenza degli algoritmi, per sapere come vengono prese le decisioni sostenute dalle ia; il principio dello human-in-the-loop: un essere umano competente che verifica e, se serve, contesta eventuali decisioni automatizzate; la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario; la formazione continua; il divieto delle valutazioni automatizzate su cose che riguardano la vita di chi lavora, dall’assunzione all’orario di lavoro al salario.

Inoltre, i sindacati si possono organizzare – come accade già in molte parti del mondo – per controllare meglio le aziende che usano algoritmi, per appropriarsi delle tecnologie, sviluppare algoritmi propri e, più in generale, per usare tutti gli strumenti che abbiamo a disposizione a vantaggio di lavoratrici e lavoratori.

Bisogna, insomma, approfittare del fatto che le ia generative abbassano il livello di competenze necessarie per questo tipo di operazioni, che un tempo sarebbero state costosissime e non praticabili

La cooperativa basca Mondragon, per esempio, è composta da centodieci cooperative federate, ottantamila lavoratori-soci che deliberano assemblearmente sull’introduzione delle ia nelle loro fabbriche, attraverso il centro di ricerca Ikerlan. La domanda “le ia ci ruberanno il lavoro?” si trasforma, in questo esempio, in una domanda molto diversa. È una domanda meno spaventata, più operativa e, soprattutto, collettiva: “Quali ia useremo, possedute da chi, e con quali funzioni?”. E la risposta diventa: lo decidiamo noi, perché insieme abbiamo il potere di decidere.

Le ia non sono un fenomeno meteorologico imprevisto che si abbatte sul lavoro. Sono uno strumento, costruito da qualcuno, posseduto da qualcuno, governato da qualcuno. La proposta politica del primo maggio dovrebbe diventare, molto semplicemente: decidiamo di prendercele.

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