I bambini erano già sul palco del teatro El Hakawati di Gerusalemme Est, in attesa che le luci si abbassassero per cominciare il loro Sogni sotto l’ulivo, uno spettacolo che avrebbe dovuto celebrare le tradizioni palestinesi. Dopo mesi di prove, tutti in abiti di scena, erano finalmente pronti a esibirsi di fronte a un pubblico di genitori e parenti fieri di loro.

Ma ancora prima che la musica partisse, gli agenti della polizia israeliana a volto coperto hanno fatto irruzione nella platea gremita.

I video dell’episodio, che risale a novembre 2025, si sono diffusi rapidamente. In uno si vede il momento in cui le forze armate entrano nel teatro, che si trova nel quartiere di Sheikh Jarrah, nella Gerusalemme Est occupata.

Un’altra sequenza mostra un funzionario israeliano che sventola un documento e ordina al personale del teatro di andare via prima di interrompere lo spettacolo.

Altre immagini riprendono i minuti immediatamente successivi al raid da diverse angolazioni: bambini in costume di scena che piangono e si muovono nel caos cercando disperatamente i genitori, agenti di polizia che bloccano gli accessi al palco. Compare un ragazzino, visibilmente sconvolto, che vomita nell’atrio del teatro.

“La polizia è entrata è ha cominciato a urlare: ‘Fuori! Fuori!’. Si è scatenato il panico e i bambini si sono messi a piangere”, mi ha raccontato Amer Khalil, direttore del teatro. “Avevo paura che usassero i gas lacrimogeni, avevano i lanciagranate. Dieci anni fa lo hanno fatto”.

Attore e regista palestinese di lunga esperienza, Khalil ha trascorso più di quarant’anni della sua vita tra i palchi e gli schermi di Gerusalemme. La sua carriera si è sviluppata in parallelo al sistematico e sempre più rapido tracollo del panorama culturale palestinese nella metà orientale occupata della città. In questo lasso di tempo i palestinesi hanno assistito alla progressiva restrizione degli spazi della loro scena artistica a causa delle politiche e degli interventi israeliani: istituzioni culturali costrette a chiudere, librerie perquisite e il celebre teatro El Hakawati attaccato decine di volte dalle autorità israeliane.

La recente irruzione al teatro, attivo nel quartiere di Sheikh Jarrah fin dagli anni ottanta, è parte di una lunga e vasta sequenza di misure repressive contro la vita dei palestinesi in città.

Le autorità hanno dichiarato che la recita dei bambini violava le leggi secondo cui all’Autorità nazionale palestinese (Anp) è vietato operare in territorio di Israele. Tel Aviv applica ampiamente le sue leggi contro l’Anp anche nella parte orientale della città, nonostante il fatto che l’annessione di questa non sia stata riconosciuta dalla maggior parte della comunità internazionale. In questo modo esclude le istituzioni culturali palestinesi dall’accesso a finanziamenti vitali.

“In realtà, il progetto era sostenuto da fondi del British council attraverso l’Unione europea nell’ambito di un programma specifico per l’arte e la musica a Gerusalemme e in Cisgiordania”, mi ha detto Khader Abu Sway, il regista dell’opera, il giorno dopo l’irruzione. “Ci hanno detto che avevamo cinque minuti per andare via”, ha aggiunto.

Leggi simili sono regolarmente applicate per bloccare o cancellare eventi culturali palestinesi a Gerusalemme Est, un territorio che Israele ha annesso illegalmente nella guerra del 1967 e che gran parte del mondo, tranne gli Stati Uniti e un piccolo gruppo di altri paesi, considera ancora territorio occupato.

Il 22 luglio 2020, per esempio, la polizia e le forze di intelligence israeliane hanno fatto irruzione nel Conservatorio nazionale di musica Edward Said, nel Centro culturale Yabous e nel Jerusalem arts network-Shafaq a Gerusalemme Est, confiscando computer, documenti e file e arrestando i direttori delle tre istituzioni per tutta la durata dell’operazione.

Israele sosteneva che le organizzazioni fossero legate al finanziamento del terrorismo, un’accusa che loro hanno respinto e per la quale non è stata presentata alcuna prova. Parte dei file e delle attrezzature prelevate non è mai stata restituita.

“A quanto pare, amare contemporaneamente Beethoven e il proprio paese è una combinazione pericolosa”, ha scritto dopo i raid il direttore del Conservatorio nazionale di musica, il compositore Suhail Khoury.

“Israele ora è convinto di avere intrapreso con successo un’offensiva finale per disintegrare la comunità palestinese di Gerusalemme Est, per frammentarla e atomizzarla, così da trasformarla in una realtà demografica senza più rilevanza politica o nazionale”, afferma l’autore Mouin Rabbani. “Come in qualsiasi altra situazione, le istituzioni culturali sono un elemento fondamentale, imprescindibile, che sorregge la vita della comunità e le conferisce la sua identità. Questo spiega perché sono prese di mira”.

Librai ammanettati

Ho assistito in prima persona a questa evoluzione. Le strade e i mercati della Gerusalemme Est di un tempo sono cambiati sensibilmente nei venticinque anni in cui mi sono occupata di questa parte di mondo. La presenza ebraica, che un tempo era confinata a poche sacche di scuole rabbiniche e ortodosse, oggi è diventata visibilmente più dominante e spesso più aggressiva. “Il giorno di Gerusalemme”, con cui gli israeliani celebrano la loro conquista di Gerusalemme Est, è diventata una manifestazione annuale di abusi verbali e fisici nei confronti degli abitanti palestinesi della città, spesso commessi da adolescenti ebrei israeliani, protetti dalla polizia.

L’ennesimo attacco a un importante centro di cultura palestinese è avvenuto su via Salah al Din, non lontano dai luoghi delle mie passeggiate quotidiane che dall’albergo su via Sultan Suleiman e attraverso la porta di Damasco mi portano a camminare fra i tortuosi vicoli dell’antico suq.

Mahmoud Muna nell’Educational bookshop. Gerusalemme Est, 23 luglio 2024 (Sally Hayden, Sopa Images/LightRocket/Getty Images)

Prima a febbraio e poi a marzo 2025 la polizia israeliana ha fatto irruzione in una storica libreria della città, la Educational bookshop, arrestando due dei proprietari, Mahmoud Muna e suo nipote Ahmad.

Gli agenti hanno confiscato centinaia di libri, prendendo di mira soprattutto i titoli in cui comparivano le parole “Palestina” o “palestinese”, i volumi su cui era raffigurata la bandiera palestinese e quelli contenenti riferimenti alla Cisgiordania. Tra i libri sequestrati c’erano opere di autori come Noam Chomsky, Banksy e Rashid Khalidi, ma anche un libro da colorare per bambini intitolato “Dal fiume al mare”, di cui in negozio era presente una sola copia, tenuta in un ripostiglio e non in vendita.

Ho incontrato i titolari, arrestati con l’accusa di “vendere libri che contengono istigazione e sostegno al terrorismo”, nella casa della loro famiglia allargata, non lontano dalla libreria a Gerusalemme Est. I due erano stati messi ai domiciliari, con il divieto di entrare nel loro negozio. Le immagini dei librai portati in tribunale ammanettati, con i volti disorientati e le uniformi marroni da detenuti, sono state diffusamente condannate dagli oppositori delle politiche di Israele, che in questo attacco alla classe intellettuale palestinese della città hanno visto un pericoloso inasprimento dei tentativi israeliani di soffocare la rappresentazione della cultura araba a Gerusalemme Est.

Le condizioni in cui abbiamo dovuto svolgere le interviste rasentavano l’assurdo. Sono stata costretta a parlare ai due uomini separatamente, nei rispettivi appartamenti, perché le autorità gli avevano vietato di parlarsi mentre erano ai domiciliari, anche se vivevano nello stesso edificio di quattro piani.

“Ormai da anni è in atto un tentativo del governo israeliano, soprattutto a Gerusalemme, di restringere in ogni modo possibile gli spazi in cui si manifestano le espressioni culturali degli abitanti di Gerusalemme o dei palestinesi in generale: sono presi di mira teatri, scuole di musica, artisti, cineasti”, mi ha detto Morad Muna, fratello di uno dei librai, poco dopo l’udienza. “Gli spazi in cui può essere espressa l’identità culturale dei palestinesi sono considerati in qualche modo un pericolo”.

I Muna mi hanno detto che le forze di sicurezza che hanno fatto irruzione all’Educational bookshop hanno anche requisito opere di autori israeliani ed ebrei-statunitensi, come La pulizia etnica della Palestina di Ilan Pappé e Un giorno nella vita di Abed Salama di Nathan Thrall. “Gli bastava vedere la parola Palestina per prendere i libri”, ha spiegato Morad.

I tentativi di “giudaizzare” l’intera città, unendo Gerusalemme Est alla parte occidentale e sopprimendo la vita culturale e artistica palestinese, sono cominciati molto prima del 7 ottobre 2023, in un modo che è stato descritto come una violazione degli accordi firmati tra i negoziatori palestinesi e israeliani durante il processo di pace di Oslo.

Quando le autorità israeliane hanno imposto la chiusura della Orient house, sede della presenza politica palestinese a Gerusalemme Est, di fatto hanno eliminato la rappresentanza politica palestinese dalla città. In seguito sono state accusate di aver saccheggiato la collezione fotografica della Società di studi arabi, che era ospitata nell’edificio.

Una pubblicazione dell’Institute for Palestine studies del 2001 ha osservato che la collezione rubata rappresentava “una testimonianza unica dei rapporti etnografici all’interno della popolazione di Gerusalemme tra l’ottocento e il novecento” e che il suo furto ha contribuito a cancellare dalla città la storia culturale e artistica palestinese.

I precedenti di Israele nel furto di documenti risalgono a molto prima, all’epoca della nascita dello stato. Il 30 aprile 1948 il celebre educatore e scrittore arabo cristiano Khalil Sakakini fuggì dalla sua casa nel quartiere di Qatamon a Gerusalemme Ovest il giorno dopo che le forze dell’Haganah, l’organizzazione paramilitare ebraica poi integrata nell’esercito, conquistassero questa parte della città. I suoi diari, in parte tradotti in ebraico, documentano le trasformazioni avvenute in Palestina, dall’atmosfera di speranza degli anni venti alla devastante realtà dell’occupazione, e il successivo esilio in Egitto, dove Sakakini morì nel 1961.

Lo scrittore e storico israeliano Tom Segev, che ha reso Sakakini uno dei protagonisti del suo libro sulla Palestina sotto il mandato britannico, ha raccontato di aver appreso dalla figlia dell’intellettuale palestinese, Hala, che nel 1967 i libri di suo padre erano esposti nella biblioteca nazionale e universitaria ebraica. Lei c’era stata quell’estate e li aveva riconosciuti dalle note a margine scritte a mano.

Quei volumi non sono mai stati restituiti.

Lo storico israeliano Gish Amit ha condotto una ricerca sul furto dei beni culturali palestinesi nel 1948, concludendo che si è trattato di un’attività organizzata e regolamentata dalle istituzioni statali israeliane. Amit ha stimato che, solo a Gerusalemme Ovest, dalle abitazioni e dai centri culturali palestinesi siano stati rubati circa trentamila libri.

Cambiare i nomi

“Israele ha cercato fin dall’inizio di fabbricare una nuova narrazione su Gerusalemme, radicata in gran parte in un’interpretazione biblica della storia e in affermazioni senza nessuna base storica”, sostiene Yara Hawari, condirettrice dell’istituto di ricerca palestinese Al Shabaka. “L’ha fatto nel campo epistemico, riscrivendo letteralmente i libri di storia, ma anche in quello materiale, cambiando i nomi di strade, monumenti e siti storici e appropriandosi di case e manufatti. In questo modo ha tentato di dipingere l’immagine di una città che non ha più molto a che fare con la sua popolazione indigena palestinese”.

Ho visto queste trasformazioni nel corso dei miei soggiorni a Gerusalemme Est, dove la crescente presenza ebraica israeliana si è sempre più appropriata degli elementi del patrimonio culturale e storico palestinese, cambiandone i nomi e la forma.

Il comune di Gerusalemme ha attuato una politica di “ebraizzazione” dei segnali stradali e dei vicoli di Gerusalemme Est, sostituendo gli storici nomi arabi con indicazioni ebraiche o riferimenti biblici. Nel 2015, per esempio, a trenta strade e luoghi storici sono stati dati nomi ebraici, tra cui via Sultan Suleiman (diventata via Eliyahu) e una strada nei pressi della porta di Damasco, chiamata Amir Drori in onore del fondatore dell’autorità israeliana per le antichità.

Difendendo la sua decisione, il comune ha affermato di aver consentito anche agli abitanti palestinesi di proporre nomi per aree considerate prive di una “importante tradizione storica ebraica”, ma le loro richieste dovevano essere approvate da un esperto israeliano di islam, Yitzhak Reiter, che avrebbe esaminato i nomi suggeriti per “escludere i terroristi”.

Quanto alla stessa Gerusalemme, le autorità hanno relegato tra parentesi il nome arabo della città, Al Quds, mentre l’antico nome Urshalim è esposto in primo piano, e per tutte le località la versione ebraica è sempre indicata per prima.

“Aver calpestato il nome arabo di Al Quds e averlo subordinato al suo nuovo nome è un’azione aggressiva per la conquista della mente dell’opinione pubblica, che si aggiunge alla conquista materiale della città e alla spoliazione che comporta”, ha scritto lo storico palestinese Umar al Ghubari in un articolo per +972 Magazine sul cambio dei nomi delle strade di Gerusalemme Est nel 2015.

Tra le misure per cancellare la vita culturale e artistica palestinese in città, una delle più importanti consiste nel suo isolamento dal resto della Cisgiordania. Un sistema soffocante di posti di blocco ha di fatto diviso i due territori, soprattutto da quando è cominciata la costruzione del muro di separazione nel 2002. Queste misure non solo impediscono ai palestinesi di muoversi liberamente ma rendono anche praticamente impossibile reperire finanziamenti per eventi artistici e culturali, perché la legge israeliana, applicata anche a Gerusalemme Est, vieta qualsiasi contributo dell’Anp.

I quattrocentomila palestinesi che vivono a Gerusalemme Est sono ormai tagliati fuori dalle loro comunità nella Cisgiordania occupata, sono governati dal sistema giuridico dell’occupante e ridotti a un gruppo troppo esiguo per poter essere economicamente autosufficiente.

Abu Sway, il regista di Sogni sotto l’ulivo, mi ha detto che dopo l’irruzione di novembre durante la recita al teatro El Hakawati, molti bambini sono rimasti traumatizzati per settimane, aggiungendo che le incursioni della polizia rendono più difficile organizzare nuovi spettacoli.

“Dovremo pensare in tutt’altro modo. Dovremo pensare ancora di più alle conseguenze di quello che facciamo, oltre a tutte le difficoltà che già affrontiamo”, ha detto.

El Hakawati significa “il cantastorie” in arabo. E spesso sono i cantastorie a decidere cosa sopravvive. Chi rivendica l’autorità di raccontare una terra, perché ha imposto leggi che stabiliscono chi può creare l’arte, acquista anche il potere di cancellare la memoria culturale degli altri.

L’anno scorso ho passato alcuni giorni all’albergo American colony a Gerusalemme Est, uno splendido complesso storico in pietra che nell’ottocento era abitato dal pascià palestinese Rabbah Daoud Amin Effendi al Husseini. In seguito, l’edificio storico fu venduto ai missionari cristiani e poi per decenni è stato gestito da un gruppo alberghiero svizzero.

Nel corso della mia visita sono rimasta colpita nel vedere quanto è cambiata la clientela nei vent’anni e più in cui ho frequentato l’hotel. Molte delle persone che gustavano il brunch di sabato mattina ormai erano turisti israeliani e statunitensi. Al buffet nella sala ristorante “arabesca” c’erano hummus, labneh, shishbarak, accanto a piatti di carne e pasticceria europea.

Anche se la maggior parte delle pietanze servite erano inequivocabilmente palestinesi, venivano generalmente descritte come “locali” o “mediorientali”. È come se la cucina fosse diventata una curiosità turistica per clienti di passaggio, non più radicata nel tessuto della cultura araba, come se le sue origini fossero diventate una reliquia del passato e non una parte vivente del presente di Gerusalemme.

Il romanziere ceco Milan Kundera una volta ha scritto che per “liquidare” i popoli “si distruggono i loro libri, la loro cultura, la loro storia. Poi qualcun altro scrive loro altri libri, li fornisce di un’altra cultura, inventa per loro un’altra Storia”.

Se questo progetto si realizzerà o meno a Gerusalemme non dipenderà solo dalla tenace resistenza della vita culturale araba, ma anche dalla reazione del resto del mondo, dei governi che hanno il peso politico per determinare cosa dev’essere protetto, cosa può essere cancellato e in definitiva cosa sopravvivrà. ◆

(Traduzione di Francesco De Lellis)

Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it