Quella di quest’anno a Venezia è una mostra del cinema straordinaria, grazie a una sezione Concorso che straripa di grandi film o capolavori, forse scavalcando perfino Cannes. E in cui domina trasversalmente la guerra della vita, familiare o meno, passando per quella sociale, fino alla guerra vera e propria.
Anche se non mi avevano entusiasmato gli ultimi due titoli – I tre piani (presentato nel 2021 a Cannes) e Il sol dell’avvenire –, per via di alcuni problemi di scrittura e sterile autoreferenzialità, Nanni Moretti ora incanta con questo nuovo lungometraggio, che sembra un capolavoro. Anzi, un film potentemente attraversato dalla grazia. Quanta leggerezza mista a profondità troviamo in Succederà questa notte. Una miscela perfetta di opposti raggiunta non con una scrittura introspettiva, ma descrivendo e costruendo azioni, situazioni, comportamenti (un exploit in sé), i dialoghi che diventano accompagnamenti importanti ma non determinanti.
Moretti, soprattutto, come un giovane innamorato della vita, ha il merito immenso di trasmettere una gioia che esplode nel finale – un finale che in pochi minuti sintetizza i fallimenti amorosi quasi con gratitudine verso la vita – in un momento estremamente cupo per il futuro del pianeta, con i giovani che si sentono abbandonati forse per sempre.
Maestro di film profondi quanto densi ma brevi, adattando liberamente il libro dell’israeliano Eshkol Nevo – la raccolta di racconti Legami, mentre per I tre piani alla base c’era l’omonimo romanzo di Nevo – sembra aver trovato una nuova ispirazione con un film vibrante e divertente.
Se La stanza del figlio e Mia madre parlavano dell’intimo in modo grave, film intimistici – una novità all’epoca per il suo cinema – di notevole finezza psicologica dominati dal lutto, qui è quasi tutto alla rovescia: c’è un lutto paterno, improvviso, lancinante, ma si resta nella gioia della vita. La gioia per la vita come valore assoluto, indomita, anche di fronte alla morte di un proprio caro, è quasi la vera protagonista del film.
Si comincia a Oslo, nel freddo, si continua in Italia, nel caldo. E in mezzo canzoni, balli, un matrimonio intravisto per caso, che poi resterà fissato in testa, nella memoria. Nel corso del tempo, perché anche se non sembra per i protagonisti passa il tempo, sebbene Moretti fa sì che non lo sentiamo, che lo percepiamo a malapena. Il cineasta pare qui posseduto dalla stessa grande nonchalance con la quale ballano i due protagonisti.
Louis Garrel e Jasmine Trinca nell’interpretare due persone sposate con figli che si innamorano perdutamente l’uno dell’altra sono assolutamente straordinari e si fanno carico del film come se fossero una cosa sola. La loro simbiosi rivela una coppia congelata in un perpetuo potenziale, che si scioglie finalmente in un finale grandioso in cui vita e finzione si equivalgono e dove il dolore e la sofferenza celati dalla leggerezza di tono rivelano il percorso di una vita, il suo senso malgrado tutto. Il quale sta nei legami, o meglio nelle relazioni umane pervasive, permeate dai legami.
Un dramma da camera minimale
Dopo il molto promettente ma diseguale Hannah, e dopo il notevolissimo e perfetto Monica, presentato in Concorso a Venezia nel 2022, Andrea Pallaoro, giunto al suo terzo lungometraggio, con The eco chamber (che la 01 Distribution porta in sala dal 10 settembre) passa a un ritratto maschile, in cui la donna, o comunque la femminilità (Monica era una donna trans) resta centrale. E la femminilità, come ora la mascolinità, è sempre colta dal prisma dell’intimo e degli interni. In termini di riuscita, possiamo dire che il film si situa tra Hannah e Monica. Nel senso che non è del tutto riuscito, o per meglio dire compiuto. Tuttavia, nelle parti riuscite è forte come Monica.
Pallaoro mette qui in scena l’ultima sceneggiatura di Bernardo Bertolucci, scritta insieme a Ilaria Bernardini e Ludovica Rampoldi. Ma quello del Bertolucci degli ultimi anni, da Il tè nel deserto in poi, abbandonato da parti importanti della critica internazionale, era diventato un cinema estetizzato, enfatico, telefonato e un po’ vuoto (qualcosa per la verità era già ravvisabile nel pur eccezionale L’ultimo imperatore).
Se vogliamo un po’ berlusconizzato, cioè da America rivista con il kitsch, ma senza una qualche trasfigurazione. Pur dimostrando con l’età un’indubbia capacità di rivelare volti di adolescenti e di saperli dirigere (Liv Tyler in Io ballo da sola, la coppia di ragazzi di Io e te, l’ultimo film di Bertolucci, forse il più bello tra quelli del periodo conclusivo).
Il cinema di Pallaoro, pur avendo punti di contatto con quello di Bertolucci (il quale resta, sia chiaro, un maestro del cinema per tutta la lunga prima parte della sua carriera), per molti versi è invece all’opposto. Non ha bisogno di formati cinematografici eccessivi ma ristretti; lavora su inquadrature piccole e oblique, e non ampie e regolari; ha bisogno, anziché di parole, di silenzi e di volti che parlano al posto delle parole; lavora di sottrazione, suggerendo invece che esibendo; sussurra e non grida.
Al limite, per tornare al cinema di Bertolucci, oltre a un generico fascino per il mondo angloamericano, c’è qualcosa di film come Ultimo tango a Parigi o della parte finale della carriera di Bertolucci (L’assedio e il già citato Io e te) per via della camera chiusa, o meglio un appartamento chiuso che sembra fatto di una stanza sola.
Una delle cose più belle di questo film dalle intense atmosfere, con climax vicini a installazioni d’arte contemporanea, è infatti il suo essere un dramma da camera (inteso nella sua tradizione degli anni venti, tra cinema e teatro), ma in chiave minimale, sussurrata, immerso tra i chiaroscuri, ovattato. Onirico con discrezione, senza didascalismi, risuonano delicati, fragili, echi dal passato.
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Luca Marinelli incarna (è la definizione giusta, perché è anche una storia di corpi, belli ma non perfetti, e quello maschile è ferito sia fuori sia dentro) molto bene il personaggio di questo produttore musicale che ha problemi di salute causati da una sua dipendenza e che vive una storia d’amore tormentata con una fisioterapista (la brava Alicia Vikander) che è una sorta di santa senza esibirlo, discreta e modesta.
Ma i salti tra le parti con lei e l’anziana musicista che produce (una perfetta Susan Sarandon) sono un po’ troppo repentini. Cosicché i segmenti con la compagna non riescono a prendere sempre la densità di cui avrebbero bisogno, anche per via di dialoghi non abbastanza sottili, descrittivi e introspettivi, e si finisce per preferire i momenti con Sarandon.
Tuttavia, sono molte le scene con inquadrature e momenti sublimi. Inquadrature anche minimali, come quella degli assi della porta che si riflettono più volte nella vetrata e con il personaggio della fisioterapista che arriva da una direzione che forse non è quella attesa: suggestione poi di grande bellezza poetica in sé, che suggerisce, più profondamente, un mondo di fantasmi (già compiuto? In divenire?).
Oppure momenti lunghi come quello del pianto della compagna, con la carrellata nel buio, così forte e umano. O ancora la scena di gioia quando Sarandon canta I call my name. E ancora la parte finale, quando la tragedia colpisce inattesa e in pochi secondi il silenzio diventa un muro che si scontra con il muro dell’ostinazione dell’amore.
The eco chamber è un film che comincia con una morte presunta, continua con una sorta di resurrezione affaticata e si chiude con una specie di vita apparente. Aspettiamo con fiducia Pallaoro con una sceneggiatura più sua, come già per Monica, perché il cineasta ha i numeri per divenire un autore fondamentale. E mi auguro che gli spettatori sappiano godere qui più dei pregi che dei difetti.
Un manifesto sulla guerra di classe
È quasi un finissimo studio psico-sociologico tra classi opposte Possible love, il capolavoro del sudcoreano Lee Chang-dong, cineasta rivelato proprio da Venezia nel lontano 2002 con il bellissimo Oasis, presentato in Concorso (e che Internazionale fece uscire in dvd).
Questo poeta-cineasta, che fu per breve tempo anche ministro della cultura nel suo paese, ha sempre scelto temi originali e scomodi. In Italia è uscito il bellissimo Burning. L’amore che brucia, altro film sulla frattura tra classi ma incentrato sulle generazioni più giovani.
Con una scrittura dei dialoghi sottile al pari della costruzione delle situazioni, dalla grande eleganza di regia e fotografia, con una direzione magistrale degli attori, è la storia di una cineasta di documentari di idee progressiste che decide di filmare una coppia di proletari caduta in disgrazia: il marito, partecipando a uno sciopero, ha subìto una menomazione per colpa di una carica della polizia. Traumatizzato a vita, abbandonato dai colleghi, non crede più in nulla.
La moglie lega con la documentarista, facendo nascere un rapporto tra classi opposte, che coinvolge anche il ricco marito della regista. Tre ore densissime di potente e avvincente descrizione psicologica, che partono dal microcosmo di due famiglie di classi opposte, alla fine inconciliabili, e che si elevano a manifesto universale sulla guerra di classe in questa epoca.
Tema universale ma difficile, quasi pericoloso da trattare in Corea del Sud. Sarebbe assolutamente opportuno che Netflix, dopo aver azzeccato una produzione così riuscita, portasse in sala per un certo tempo un film dotato di una simile forza, permettendo a quest’opera di ottenere anche una maggior risonanza, di cui beneficerebbe anche il passaggio sulla piattaforma.
Un ritratto potente
Dagli echi della guerra di classe agli echi della seconda guerra mondiale e del collaborazionismo. Unica donna in Concorso, la cineasta danese May al Toukhy con Woman unknown (arriverà in sala con la Lucky Red) costruisce un ritratto potente e di rara finezza su una donna ambivalente, ambigua, forse per certi versi opportunista, ma allo stesso tempo tutt’altro che inumana.
Anche qui, scrittura perfetta (regia, dialoghi, montaggio), fotografia intensa e glaciale ma coinvolgente. E il volto della protagonista, dall’espressione sempre tesa, mai serena ma mai troppo calcata, così da apparire comunque naturale, è certamente uno dei volti che segnano questa Venezia.
Shinya Tsukamoto, autore di punta del cinema underground giapponese, è una costante della Mostra ma è selezionato per la prima volta in Concorso. Finalmente. Con Mr. Nelson, did you kill people? realizza un grande film che chiude la sua trilogia sulla guerra con una sorta di trasferta negli Stati Uniti della guerra del Vietnam.
Maestro della plasticità espressiva dell’horror, qui la usa per rivelare gli orrori della guerra del Vietnam dal punto di vista della popolazione, come mai si è visto nei film statunitensi. Per quanto si sappia dei terribili bombardamenti con il napalm, la rappresentazione delle efferatezze compiute dai soldati statunitensi nei villaggi non si sono mai viste così al cinema.
Il film si basa sulle conferenze tenute negli Stati Uniti e in Giappone dal protagonista, un nero proveniente dai quartieri più poveri. Ogni effetto visivo e sonoro non è mai gratuito, ha un suo senso. Quest’urlo di un’umanità disperata, poiché siamo portati ai limiti dell’umano, è un film coraggioso, potente, da premiare e distribuire.
Infine la guerra segreta, quella delle spie e delle operazioni clandestine. Dopo Tre manifesti a Ebbing, Missouri e Gli spiriti dell’isola, il nuovo lungometraggio di Martin McDonagh, Wild horse nine è come sempre un capolavoro di scrittura e regia, e dalla fotografia ispirata.
Lo spettatore si divertirà tantissimo nella prima parte, ma lo farà di meno man mano che si renderà conto della gravità delle questioni trattate: gli echi meno che mai sopiti dell’assassinio di John Kennedy a Dallas alla vigilia del golpe in Cile contro Salvador Allende (1963-1973).
Ispirandosi ad agenti della Cia realmente esistiti – un ambiente allora particolarmente ricco di personaggi instabili, tra il paranoico e lo psicotico – e ambientando il film nello splendore verde rarefatto dell’isola di Pasqua, McDonagh costruisce uno psicodramma ancora una volta dall’impronta teatrale dove l’assurdo, il paradosso, sono cosa naturale, e la follia, la crudeltà umana, per quanto siano portatrici di tragedie ed efferatezze, non impediscono la rivelazione di come sia tutto patetico e risibile. Appena fuori campo c’è molto di oggi. Anzi, pare proprio il mondo di oggi.
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