Dal cessate il fuoco dell’ottobre 2025 tra Israele e Hamas dovremmo essere entrati nella fase del “giorno dopo” della guerra di Israele contro Gaza. Per quanto riguarda l’israeliano medio, quella guerra è finita. Ma chiunque presti attenzione alle immagini e alle testimonianze provenienti dai palestinesi nella Striscia può vedere chiaramente che, anche se i bombardamenti su larga scala sono diminuiti, l’espropriazione, l’espulsione e la cancellazione continuano in altre forme, con politiche che equivalgono a una Nakba perenne.
In queste condizioni, e mentre i palestinesi non sono liberi di tornare a casa o di ricostruire le loro vite in nessun modo, il linguaggio della “ricostruzione di Gaza” sembra distaccato, perfino volutamente. Eppure, nel discorso liberale sia all’interno di Israele sia nel resto del mondo, le conversazioni sulla ricostruzione procedono come se si trattasse di un progetto neutrale e tecnico – con scarsa attenzione per i diritti e i bisogni degli abitanti di Gaza – piuttosto che di qualcosa di vincolato da decisioni politiche.
La storia di questi tentativi non è incoraggiante. “Una delle cose che la storia della cosiddetta ricostruzione a Gaza ci insegna è che questa non è possibile sotto una politica di assedio e chiusura”, spiega Dotan Halevy, storico di Gaza all’università di Tel Aviv. Halevy cita il Meccanismo di ricostruzione di Gaza, istituito dopo l’attacco israeliano all’enclave del 2014, che sottoponeva i materiali da costruzione a un rigoroso monitoraggio e coordinamento tra Israele, Hamas e le Nazioni Unite. Il risultato era prevedibile: “Invece di consentire il normale arrivo dei materiali, tutto è rimasto bloccato in un processo lento e controllato”, continua Halevy. “La popolazione è entrata nell’attuale guerra vivendo tra le macerie del 2014”.
Quindi, se la ricostruzione è impossibile senza la fine dell’assedio, cosa si propone esattamente per i più di due milioni di residenti di Gaza, molti dei quali sfollati, orfani, feriti e in lutto? In gran parte dell’opinione pubblica israeliana ha guadagnato terreno in modo allarmante la risposta presentata eufemisticamente come “emigrazione volontaria”, un’espressione più gentile per dire pulizia etnica. Eppure né l’isolamento a tempo indeterminato sotto l’assedio né l’espulsione altrove, entrambi gravi crimini, possono garantire altro che un futuro di ulteriore violenza e distruzione. Se esiste un’alternativa, probabilmente comincia con un ripensamento dei presupposti che abbiamo interiorizzato riguardo la stessa Gaza.
Come afferma Halevy, “esiste una Gaza oltre la Striscia di Gaza”, cioè quel pezzo di terra i cui confini sono stati plasmati dalla Nakba (catastrofe in arabo, quando i palestinesi furono cacciati dalle loro case in seguito alla nascita di Israele nel 1948) e dall’occupazione israeliana del 1967. “Storicamente, Gaza esisteva come parte di uno spazio più ampio e connesso. La ‘Striscia di Gaza’ è una condizione imposta e anomala, una sorta di gabbia che la isola dal suo contesto e dalle sue possibilità”. Prendere sul serio l’idea di andare oltre la morsa concettuale della “Striscia di Gaza” significa considerare possibilità politiche spesso scartate a priori, compreso il diritto al ritorno: non solo permettere ai palestinesi di tornare alle loro case distrutte all’interno di Gaza, ma anche alle loro case originarie in quello che oggi è Israele, insieme ai discendenti di tutti i 750mila palestinesi cacciati nella Nakba (che si commemora ogni 15 maggio).
Noi o loro
Per Omar al Ghubari, educatore palestinese di Zochrot – un’organizzazione senza scopo di lucro che opera all’interno della società israeliana per promuovere la consapevolezza e la necessità di rimediare alla Nakba – il ritorno si basa su due princìpi: “Pieno sostegno al diritto al ritorno, vale a dire che qualsiasi rifugiato che scelga di tornare ha il diritto di farlo. Allo stesso tempo, il ritorno non dovrebbe comportare la cacciata in massa di altri, anche se sono i tuoi colonizzatori”.
A quasi ottant’anni dalla fondazione di Israele, il paesaggio è stato trasformato. Molti dei più di cinquecento villaggi palestinesi spopolati durante la Nakba sono stati completamente distrutti, mentre su altri sono stati costruiti nuovi centri. “I rifugiati che non sono più qui dal 1948 non riconoscerebbero i luoghi”, spiega Al Ghubari. “Il colonialismo israeliano è riuscito a costruire qui tantissime città, insediamenti e istituzioni, e a cancellare quasi totalmente la vita e lo spazio palestinese”.
Questa cancellazione – e la difficoltà che crea nell’immaginare il ritorno – serve a Israele per rifiutarsi di discutere in modo sostanziale il diritto al ritorno dei palestinesi. Le obiezioni pratiche spesso mascherano il rifiuto politico: l’affermazione “non hanno un posto dove tornare” si basa sul presupposto che la trasformazione del territorio renda impossibile il ritorno.
Ma quel presupposto può essere contestato. Salman Abu Sitta è un ingegnere e accademico che ha trascorso decenni a mappare la Palestina storica con l’obiettivo di pianificare il ritorno dei rifugiati. Nel 1948, quando aveva dieci anni, è stato sfollato con la forza dal suo villaggio di Ma’in Abu Sitta (oggi l’area di Kerem Shalom). Abu Sitta afferma che la maggior parte del territorio dei villaggi palestinesi distrutti rimane non edificata.
“Abbiamo scoperto che l’88 per cento degli ebrei in Israele vive su appena il 12 per cento del territorio israeliano, o addirittura meno”, afferma. “Sono concentrati in tre cantoni: l’area di Tel Aviv-Jaffa, Gerusalemme ovest e Haifa”. Gran parte del territorio rimanente è diviso tra i kibbutz – molti fondati dopo il 1948 sui siti dei villaggi palestinesi – e le zone militari.
Inoltre, secondo lui e altri, circa l’80 per cento del territorio dei villaggi distrutti è disabitato. “Si tratta di aree aperte, principalmente parchi del Kkl-Fondo nazionale ebraico o terreni agricoli”, spiega Moran Barir, attivista di lunga data, facilitatore di gruppi di dialogo ebraico-palestinese ed esponente del consiglio di amministrazione di Zochrot.
Questi dati mettono in discussione un’ipotesi comune. “Non si tratta del solito stereotipo di noi o loro. La gente si chiede: ‘Lascerò la mia casa in modo che i rifugiati palestinesi possano vivere qui?’. Sì, potrebbero esserci pochi casi in cui le persone dovranno trasferirsi. E non dico che i terreni agricoli non siano importanti, ma che la questione è molto più aperta alla trattativa”.
Il tipo di negoziati che Barir ha in mente sembra inverosimile nell’attuale realtà politica israeliana. Ma se vogliamo costruire un futuro che non sia dettato dal passato – o definito dagli orrori del presente – dobbiamo esercitare l’immaginazione politica. “Rifiuto completamente l’idea secondo cui ‘è tutto terribile, non possiamo nemmeno pensare al futuro, dobbiamo solo affrontare quello che sta accadendo ora’”, afferma Sari Bashi, avvocata per i diritti umani e cofondatrice del centro legale Gisha, focalizzato su Gaza, oltre che attuale direttrice del Comitato pubblico contro la tortura in Israele. “Chiunque abbia abbastanza da mangiare, chiunque non perda la casa sotto i bombardamenti, ha il privilegio e la responsabilità di immaginare un futuro”.
“Quanto vorrei che mia nonna tornasse nella vecchia Jaffa, e vorrei esserci anch’io”, dice Yara Shahine Gharablé, attivista e dottoranda
A chi liquida il ritorno come irrealistico, chiede: “E quello che sta succedendo ora è realistico? O completamente assurdo?”. Per anni, osserva, la destra dei coloni ha parlato di ripopolare Gaza espellendo tutti i palestinesi usando termini che suonavano “assurdi, perfino messianici”. “Oggi sta succedendo davvero”. La lezione da trarne, suggerisce, è tanto strategica quanto morale: “Possiamo usare lo stesso metodo, ma con l’obiettivo opposto”.
Per lei, sposata con un palestinese di Gaza con il quale ora vive in Cisgiordania, la questione non è astratta. La famiglia di suo marito, sfollata più volte, rimane nel campo profughi di Al Shati. Sua suocera, che è riuscita a partire circa due anni fa per l’Egitto attraverso il valico di Rafah prima che fosse chiuso, fu sfollata per la prima volta da bambina da Isdud (vicino a quella che oggi è la città israeliana di Ashdod) e da allora è stata sradicata ripetutamente. Di certo, dice Bashi, sua suocera vuole tornare a Gaza quando la situazione lo permetterà, e chiederle se sceglierebbe di tornare a Isdud se potesse sembra un po’ superfluo di fronte all’angoscia che sta vivendo a causa del genocidio israeliano. “È molto più preoccupata per i suoi figli, nipoti e pronipoti, che sono tutti in pericolo”, spiega Bashi.
Ma il fatto che al momento gli abitanti di Gaza possano essere concentrati quasi solo sulla sopravvivenza non rende irrilevante la questione del ritorno, insiste: “Abbiamo la responsabilità di pensare, immaginare e rendere concreto il ritorno, non limitandosi alla teoria. Gaza è in rovina e tutti i rifugiati – compresi i componenti della mia stessa famiglia – hanno il diritto di tornare alle loro case a Gaza. E hanno anche il diritto di tornare nei luoghi da cui sono stati espulsi nel 1948”.
Mettere in pratica
Per altri, il ritorno non è affatto teorico. Alcuni palestinesi sfollati interni in Israele vivono a pochi chilometri, o perfino metri, dalle loro case d’origine. “Quanto vorrei che mia nonna tornasse nella vecchia Jaffa, e vorrei esserci anch’io”, dice Yara Shahine Gharablé, attivista e dottoranda in storia del Medio Oriente all’università di Oxford. È cresciuta nel quartiere di Ajami a Jaffa, dove attualmente vive sua nonna e dove i palestinesi rimasti in città sono stati ghettizzati dopo la Nakba. È a pochi passi dalla città vecchia di Jaffa, che oggi somiglia a una colonia di artisti per israeliani benestanti. “Non è solo un’idea materiale, come rivendicare una proprietà”, dice. “Penso che sia qualcosa di molto più profondo. Si tratta di capire come riconoscere questa ingiustizia, come vederla veramente, e come la giustizia possa assumere una forma reale e concreta, non solo esistere come uno slogan astratto”.
Se serve una immaginazione politica, come si può metterla in pratica? Per alcuni questo lavoro comincia in piccoli spazi appositamente creati per lo studio e il pensiero collettivo. Circa un anno fa Sari Bashi si è unita a uno di questi gruppi organizzati da Zochrot, in cui i partecipanti hanno cominciato a riflettere sul paesaggio fisico.
Durante un tour a Jaffa, ricorda, hanno attraversato le rovine di Al Manshiyya dove ora sorge Tel Aviv, i resti di Ajami, le zone dove un tempo sorgevano le case palestinesi, e si sono fatti una semplice domanda: e se ora si montassero delle tende lì per le persone che attualmente non hanno un posto dove andare a Gaza? Il punto non era solo immaginare; si trattava di allenare la propria percezione. “Se guardi da vicino, su quelle belle colline puoi ancora trovare pezzi di quelle case. È tutto ancora lì, semplicemente non lo vediamo”, dice Bashi. “Se le case si trovano proprio sotto questo verde ben curato, allora anche quel paesaggio potrebbe tornare a diventare un insediamento abitativo”. Anche le proposte che sembrano dirompenti – trasformare parchi o aree costiere in aree residenziali – secondo lei sono meno improbabili di quanto sembrino. “Ci sono molti edifici pubblici a Jaffa. Prendiamo per esempio il museo Etzel”, dice riferendosi alla struttura che commemora il gruppo paramilitare sionista precedente alla nascita di Israele responsabile di alcuni dei peggiori crimini della Nakba. “Si potrebbe trasformare in una bella casa, com’era un tempo, o in un centro comunitario. Quindi si può fare già molto con le strutture esistenti. Sì, bisognerebbe anche costruire, ma lo spazio non manca”.
Gran parte del paesaggio, aggiunge Bashi, è stato intenzionalmente rimodellato. “Il regime sionista ha usato gli spazi verdi per cancellare la memoria dei villaggi palestinesi, prima demolendo le case, poi ricoprendo il terreno, piantandoci sopra gli alberi”. La cura di questi spazi, sostiene, non può avvenire “a spese delle persone a cui è negato il diritto al ritorno”.
“Ci vorranno decenni per ricostruire Gaza, anche dal punto di vista ambientale, in termini di capacità di sostentamento”, osserva Sari Bashi
Tuttavia uno degli ostacoli più immediati all’idea del ritorno non ha nulla a che vedere con la fattibilità o meno di una simile impresa. Riguarda la paura che il ritorno dei rifugiati palestinesi provochi la fine della collettività ebraico-israeliana, la paura di rinunciare ai privilegi che il sionismo ha concesso agli ebrei in questo paese e la paura della vendetta.
“Sono paure comprensibili”, dice Barir. “Come israeliana, le capisco. Le ho provate anch’io”. Queste paure affondano le radici in parte nel trauma storico della persecuzione delle comunità ebraiche – soprattutto in Europa – ma anche nella narrativa politica predominante di Israele, costruita intorno a una logica a somma zero. “Ci aggrappiamo con forza a questo schema, all’idea di noi o loro”, continua. “E poiché è l’unico sistema che conosciamo, finiamo per pensare che sia l’unico modo in cui le cose possono esistere”.
Apprendimento condiviso
Quello che l’immaginazione politica richiede, quindi, è un processo più profondo che consiste nel disimparare, riconoscendo che ciò che spesso sembra una realtà immutabile è, invece, qualcosa di costruito. Come dice Barir, si tratta di “tornare alle narrazioni con cui sono cresciuta e riconoscere dove sono distorte, dove certi fatti sono usati per raccontare un particolare tipo di storia”.
In quest’ottica, è importante capire che la storia non è deterministica. “Da un lato diciamo che questo è il dna dello stato sionista israeliano”, continua Barir, “ma dall’altro sappiamo che in qualsiasi momento – in qualsiasi punto di svolta – le cose potevano andare diversamente. Questo cambiamento apre la possibilità di passare da un pensiero a somma zero a modelli di responsabilità collettiva per i crimini della Nakba e dell’attuale genocidio”. Per gli attivisti e gli organizzatori, questo lavoro ha già cominciato a prendere una forma concreta.
“I primi gruppi che si sono occupati della questione sono nati circa dieci anni fa”, spiega Al Ghubari. “Abbiamo cominciato ad affrontare il significato pratico del ritorno. Un gruppo si è concentrato su Jaffa e ha redatto un documento disponibile sul nostro sito intitolato ‘I documenti di Jaffa’. Un altro ha collaborato con un’organizzazione palestinese a Betlemme, Badil, e insieme abbiamo condotto discussioni e un processo di apprendimento condiviso”.
Nel tempo questi sforzi hanno portato a una comprensione ricca di sfumature: non a un unico modello, ma piuttosto a molteplici modelli del ritorno. Come conferma Al Ghubari: “Non ha senso distruggere una città israeliana per riportare alla luce cinque villaggi palestinesi”. Invece, dice, ogni luogo deve essere affrontato nella sua specificità.
In alcuni casi, per esempio dove la terra un tempo palestinese è ora ricoperta da foreste, la ricostruzione nella sede originaria potrebbe essere semplice. In altri, come Al Shaykh Muwannis, su cui sorgono l’università di Tel Aviv e i suoi dormitori costruiti sopra al cimitero, potrebbe essere necessario edificare nelle vicinanze, insieme a risarcimenti, riconoscimento e gestione condivisa. “C’è abbastanza terreno che un tempo apparteneva ad Al Shaykh Muwannis, che si estende fino al parco Yarkon”, spiega Al Ghubari. “Ma l’università dovrà ammettere che è costruita sul terreno del villaggio. Dovrà chiedere il permesso agli ex abitanti palestinesi per continuare a operare sul loro terreno e pagargli un affitto”. L’obiettivo, come lo descrive lui, è “essere creativi per realizzare il ritorno, ma senza commettere nuovi crimini contro le persone”.
Le tracce del passato
Questa enfasi sull’attuabilità si estende anche ai dettagli della pianificazione. All’interno di Zochrot è cominciata la mappatura di quartieri e infrastrutture, identificando gli edifici esistenti in grado di ospitare i rifugiati e sviluppando quadri di riferimento su come potrebbe avvenire il ritorno senza causare sovraffollamento o nuove disuguaglianze. Altri hanno immaginato la trasformazione in modo più ampio, non solo all’interno dei confini attuali, ma in tutta la regione. Un partecipante anonimo al gruppo di studio ha detto di “pensare alla Palestina in un contesto regionale più ampio del Bilad al Sham”, ovvero il Levante, per “sfidare la logica di Sykes–Picot e tutta la suddivisione del Medio Oriente moderno”, riferendosi all’accordo coloniale anglo-francese che ha tracciato i confini attuali della regione.
◆ Saher Alghorra è un fotografo palestinese nato nella città di Gaza nel 1997. I suoi scatti sono stati pubblicati sui giornali di tutto il mondo, tra cui il New York Times, con cui ha collaborato. Il 4 maggio 2026 ha vinto il premio Pulitzer nella categoria breaking news per le foto con cui ha documentato la devastazione causata a Gaza dagli attacchi israeliani.
Un altro ha immaginato il ritorno come un film che si riavvolge: “Vedo le carovane di profughi del 1948 – non più le stesse persone, ovviamente, ma la terza generazione – che si muovono attraverso spazi aperti, alcuni dei quali però sono diventati strade, autostrade, centri abitati e foreste, e penso che dobbiamo accoglierli a braccia aperte: ‘Siete a casa’”.
Per Yosef.a Mekayton, che vive nella città di Beersheva (un tempo Bir al Saba’), nel sud di Israele, questo senso di possibilità non si fonda tanto su concetti astratti quanto sulle tracce del passato visibili nel presente. “Non ci vuole nemmeno molta immaginazione”, dice. In effetti, le tracce fisiche del passato palestinese della città rimangono sotto forma di edifici, strade e perfino la stazione ferroviaria, dove un cartello recita ancora “Bir al Saba’”.
Quello che è andato perduto, per Mekayton, non è solo la memoria, ma la logica urbanistica. “Durante il tardo periodo ottomano questo luogo era un nodo centrale non solo per la Palestina, ma per l’intera regione”. Bir al Saba’, continua, ha perso la sua logica con il sionismo. Ha perso la capacità di collegare Hebron e Gaza. Il compito, suggerisce, è semplice da enunciare, anche se difficile da realizzare: “Ricolleghiamo tutto. Colleghiamo i punti”.
◆ È tratto dall’episodio finale del podcast Ricordare e tornare, in lingua ebraica, pubblicato dell’ong israeliana Zochrot. Yahav Erez è un’attivista e produttrice di podcast per Sikha Mekomit, un sito in ebraico che si occupa di democrazia, pace, uguaglianza, giustizia sociale e lotta contro l’occupazione, che spesso condivide gli articoli con +972 Magazine, dove escono in inglese. Erez fa parte di Zochrot ed è l’ideatrice di Ricordare e tornare.
Molte delle visioni che emergono da questi esercizi di immaginazione sono sorprendentemente ordinarie, come scuole condivise, istruzione bilingue, organismi di pianificazione congiunti e il riconoscimento pubblico delle violenze del passato. “È così semplice e ovvio che sembra quasi ridicolo doverlo dire”, ha riflettuto un partecipante a un gruppo di Zochrot. Allo stesso tempo, altri sottolineano che un futuro simile richiederebbe processi più profondi di giustizia di transizione, meccanismi per affrontare i danni procurati, riconoscere il dolore e costruire nuove forme di convivenza.
Barir pensa che parte di questo futuro implica l’abbandono di un presupposto fondamentale del sistema attuale: la necessità di una maggioranza ebraica permanente. “A un certo punto probabilmente diventeremo una minoranza, e penso che sia giusto”, afferma. “Capisco il trauma degli ebrei di essere una minoranza perseguitata, ma si può creare un sistema in cui le minoranze siano tutte protette e uguali. Perché siamo così convinti che un gruppo debba dominare e imporre la propria identità?”.
Anche Bashi colloca queste domande in un quadro storico più ampio. “Vivremo in un modo non troppo diverso da come si viveva in Medio Oriente prima del colonialismo”, dice: imperfetto, ma multilingue e multireligioso. “A casa nostra parliamo tre lingue. A casa possiamo essere noi stessi”.
Pazienza e apertura
Ma un futuro simile non è affatto scontato. Come osserva Bashi, la traiettoria attuale sembra muoversi nella direzione opposta. “Ci stiamo autodistruggendo, fisicamente, mentalmente, moralmente, dal punto di vista delle infrastrutture. Ci vorranno decenni per ricostruire Gaza, anche dal punto di vista ambientale, in termini di capacità di sostentamento”.
Eppure è proprio nei momenti di collasso che si apre lo spazio per la trasformazione. “Penso che ci troviamo in un momento critico”, insiste Bashi, “perché c’è una certa disponibilità a pensare che forse il problema non sta solo nell’attuale governo o negli ultimi due anni e mezzo, ma in qualcosa di intrinseco al progetto sionista che vuole mantenere una maggioranza ebraica in un territorio dove ciò non è possibile senza espropriazione”. Questa consapevolezza, dice, offre un’opportunità di discussione.
Per gli attivisti, il compito ora non è ritirarsi in comodi silos, ma incontrare chi sta cominciando a mettere in discussione lo status quo. “Dobbiamo cominciare a parlare con le persone che pongono domande, con pazienza e spirito aperto”, conclude Bashi, “perché sta succedendo qualcosa. Qui qualcosa sta cambiando”. ◆ dl
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Questo articolo è uscito sul numero 1665 di Internazionale, a pagina 52. Compra questo numero | Abbonati