Dato che avevo in programma un viaggio a Firenze, avrei voluto tanto rivedere I Medici. La serie tv del 2016 racconta l’ascesa della potente dinastia bancaria fiorentina e, con questa, la storia del rinascimento. Fino a poco tempo fa l’avrei trovata su Netflix accanto a un gran numero di titoli, dai più premiati ai meno conosciuti. Ma cercando la serie su Google nel 2025, il link a Netflix porta solo a una pagina vuota. Non è neanche su Hbo Max, Disney+, Apple Tv+ né sulle piattaforme più piccole (in Italia è su RaiPlay, ndr). Su Amazon Prime, posso comprare separatamente le singole stagioni (tre in tutto) o i singoli episodi (ventiquattro): finirebbero però in una libreria digitale che potrebbe essere cancellata in qualunque momento.

Sono cresciuto nel paese di The Pirate Bay, la piattaforma svedese creata per lo scambio di file torrent (un formato che aiuta a scaricare rapidamente file digitali), e per la prima volta dopo dieci anni provo una certa nostalgia per i mari agitati della pirateria digitale. Ma non sono l’unico.

Da adolescente negli anni duemila, per me usare i torrent era la norma. Ti serviva il nuovo album dei Coldplay per l’iPod? The Pirate Bay. L’adattamento cinematografico del Romeo e Giulietta del 1968? The Pirate Bay. Bastavano pochi clic per ottenere tutto. Poi sono arrivati gli smartphone, e con loro la piattaforma musicale Spotify, anche questa con sede in Svezia. Lo stesso paese scandinavo diventato un centro della pirateria digitale aveva inventato una soluzione al problema.

“Spotify non sarebbe mai esistito senza The Pirate Bay”, ha detto nel 2011 Per Sundin, all’epoca amministratore delegato della Universal Music in Svezia. Ma con Spotify la musica scaricata illegalmente è scomparsa: abbiamo cominciato ad ascoltare canzoni con la pubblicità o pagando un abbonamento. Quando Netflix è arrivata in Svezia, alla fine del 2012, abbiamo smesso anche di parlare apertamente di film e serie da scaricare. Bastavano 79 corone svedesi al mese (circa 7 euro) per avere accesso a grandi serie tv e film pluripremiati. Mentre i tre fondatori di The Pirate Bay venivano arrestati e condannati al carcere. Per me, la pirateria era ormai storia passata.

Non è questione di prezzo

Ma a quindici anni dal processo, qualcosa sta cambiando. In un’estate insolitamente calda, mi ritrovo con alcuni critici cinematografici nel porto della città vecchia, un tempo rifugio di mercanti e, si racconta, anche di contrabbandieri. Davanti a una birra, li sento lamentarsi di quella che definiscono la “merdificazione” dello streaming, cioè una trasformazione in cui le piattaforme peggiorano sempre di più fino a morire nel tentativo di massimizzare i profitti.

Oggi Netflix costa almeno 199 corone (circa 17 euro) e, per vedere gli stessi contenuti che una volta si trovavano tutti nello stesso posto, un abbonamento a Netflix non basta più. Molte piattaforme inoltre, anche se fanno pagare l’accesso, impongono lo stesso della pubblicità. Le restrizioni regionali spingono spesso a usare dei trucchi per aggirarle (le cosiddette vpn, “reti private virtuali”) perché è il solo modo per accedere all’intero catalogo. Una famiglia europea oggi può arrivare a spendere anche 700 euro all’anno per avere tre o più abbonamenti ai servizi di streaming video. Si paga di più per avere di meno.

Un critico, chiedendo di rimanere anonimo, confessa: “Non ho mai smesso di scaricare file pirata. Anche il mio compagno lo fa, se non trova in dvd l’edizione precisa che sta cercando”. E se qualcuno non ha mai abbandonato la pirateria, altri ammettono di esserci tornati, questa volta attraverso piattaforme di streaming non ufficiali. Una delle app più usate è legale, ma con alcune estensioni create dalle comunità di utenti permette di accedere anche agli streaming pirata.

“Scaricare è troppo complicato. Non saprei da dove cominciare”, racconta una persona appassionata di cinema. “Con lo streaming pirata invece sei bombardato di pubblicità, ma almeno non hai paura di essere hackerato o denunciato”.

Secondo Muso, un’azienda londinese specializzata in monitoraggio della pirateria e protezione dei contenuti, nel 2023 lo streaming non autorizzato ha rappresentato il 96 per cento della pirateria di film e serie tv. Il numero di visite ai siti pirata, dopo aver toccato un minimo nel 2020 (130 miliardi), è salito a 216 miliardi nel 2024. In Svezia, il 25 per cento delle persone intervistate in un sondaggio ha ammesso di aver piratato contenuti nel 2024, soprattutto nella fascia d’età tra i 15 e i 24 anni. La pirateria è tornata, anche se sotto un’altra bandiera.

“La pirateria non è una questione di prezzo”, ha detto nel 2011 Gabe Newell, cofondatore di Valve, l’azienda che gestisce la piattaforma di videogiochi per pc più grande del mondo, Steam. “È una questione di servizio”. Oggi, la crisi dello streaming lo dimostra più che mai.

Con i titoli sparpagliati tra piattaforme diverse, i prezzi in aumento e la qualità video che varia anche a seconda del browser, non c’è da sorprendersi se gli utenti tornano a issare la bandiera dei pirati. Gli studi cinematografici costruiscono feudi, alzano mura e impongono pedaggi a chi vuole entrare. Il risultato è una penuria artificiale in un mondo digitale che prometteva abbondanza.

Che oggi la pirateria sia una forma di ribellione o di rassegnazione, poco importa: ha comunque spiegato le vele. Con il paesaggio dello streaming ridotto a un arcipelago, molti spettatori riprendono il mare. I Medici avevano capito il valore dell’accesso: un cliente poteva viaggiare da Roma a Londra e avere credito grazie a una rete fondata sulla fiducia e il superamento delle barriere. Se gli studi cinematografici vogliono sopravvivere alla tempesta, forse dovrebbero riscoprire quella lezione.

Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it