Gli abitanti del posto lo chiamano “sentiero perduto”, i turisti invece preferiscono il nome più evocativo di “bocca del mostro”. In ogni caso è il sentiero più spettacolare dell’isola di Rurutu, nella Polinesia Francese, che si estende su 38,5 chilometri quadrati e ha 2.500 abitanti. È una perla dell’arcipelago delle isole Australi ma è meno nota delle altre perché non ha le lagune, cosa che la rende più selvaggia e affascinante.

La “bocca del mostro” è una grotta aperta su una parete di roccia a strapiombo sull’oceano, dove stalattiti e stalagmiti si sono unite a formare un ambiente con delle colonne che da lontano ricordano la bocca di un drago.

Dall’interno della grotta si vede in lontananza l’oceano Pacifico. Mentre, avvicinandosi al bordo, è possibile ammirare, poche decine di metri più in basso, la costa frastagliata coperta da onde che s’infrangono con violenza formando spruzzi di schiuma bianca. Qui da luglio a novembre passano le balene, che vengono in queste acque calde per riprodursi. Alcune, ben visibili dal sentiero, sembrano mettersi in mostra saltando fuori dall’acqua.

La strada per raggiungere questa fauce mostruosa, una cicatrice di pietra che taglia in due la scogliera di Toarutu, è una bella avventura fatta di brevi salite, di strapiombi che affacciano sul vuoto e di precipizi vertiginosi. Si parte dalla spiaggia di Hauti, nella parte orientale dell’isola e si sale lungo la parete rocciosa. Per andare avanti bisogna entrare in alcune grotte e avvicinarsi al mare, che spesso è mosso.

Alcuni tratti del percorso sono un po’ difficili per un principiante, quindi conviene prendere una guida. Come Reti, che si occupa delle escursioni da anni tanto che è diventata una star locale, grazie alla sua perfetta conoscenza del sentiero e della sorprendente conformazione dell’isola, di cui parla volentieri.

Soffitto di conchiglie

Rurutu deve la sua affascinante specificità geologica al fatto di essere nata da un vulcano che si è innalzato dal fondo dell’oceano 13 milioni di anni fa. L’isola per molto tempo fu simile alle altre isole polinesiane: grandi formazioni di lava circondate da lagune e barriere coralline. Sei milioni di anni fa, però, la litosfera (uno degli strati esterni della Terra) si sollevò di nuovo e Rurutu ebbe un secondo innalzamento. Per questo motivo vicino all’aeroporto possiamo ammirare la grotta di Tupumai, che ha il soffitto coperto di conchiglie.

Queste grotte ospitano pietre contorte, concrezioni di conchiglie e di fossili, oltre a grandi spazi con imponenti colonne: sono la principale attrazione dell’isola, sia perché sono incredibilmente spettacolari sia perché ci si arriva facilmente. La più famosa si trova nella parte settentrionale dell’isola, a fianco della cosiddetta “cintura”, la strada che percorre tutta Rurutu. Il suo nome è Ana Ae’o, ma è nota con il nome di “grotta François Mitterrand”. Qui nel 1990 l’allora presidente francese ricevette una copia del “codice Rurutu”, un documento con il quale gli abitanti dell’isola volevano ufficializzare il fatto di accettare pienamente le leggi della repubblica francese.

La grotta è immensa, alta 15 metri e con una superficie di 40 metri per 30. All’interno volteggiano le sterne e i fetonti, grandi uccelli marini tropicali, e da un buco nella volta si può intravedere il cielo. Le pareti sono ricoperte da felci e dall’aragonite, un minerale contenuto nei resti di coralli accumulati nel corso del tempo, diventati una roccia omogenea, che qui prende una serie di forme fantastiche.

Il punto più alto di Rurutu è il monte Manureva, a 385 metri. Come le grotte, anche questa vetta si raggiunge facilmente attraverso un sentiero che parte dalla strada tra Moerai e Avera, due dei tre villaggi dell’isola. La salita attraverso il sentiero è facile e mette in risalto tutta la bellezza della vegetazione locale. Solo l’ultima parte, attrezzata con corde e gradini, è più ripida e scivolosa, soprattutto dopo la pioggia che cade con regolarità su Rurutu.

Una statua secolare

Attraversando un largo sentiero si possono ammirare le foreste di conifere e di pandani, alberi le cui foglie possono essere intrecciate e che rappresentano la principale attività artigianale dell’isola. Arrivati in cima si può ammirare un panorama a 360 gradi. La vista è particolarmente bella sulla baia di Avera, una lunga spiaggia dove due anni fa è stato eretto un monumento dedicato alla balena.

Riscendendo dalla montagna e tornando sulla strada, un altro sentiero chiamato Vaioivi permette di costeggiare le piantagioni di taro, campi terrazzati dove si coltiva questo tubero polinesiano. Via via che il sentiero sale, la vista migliora: le piantagioni, verdi e marroni, formano un mosaico luminoso che ricorda i paesaggi delle risaie del sudest asiatico.

Sull’isola il taro è coltivato da secoli con tecniche che nel corso del tempo non sono molto cambiate: un terreno saturo di acqua e terrazzamenti. Per chi desidera assaggiarlo, non mancheranno le occasioni: viene cucinato soprattutto gratinato e lo si può trovare in tutti i menù delle pensioni dell’isola e in quello dell’unico ristorante.

Un piccolo museo vicino all’aeroporto espone alcuni oggetti, tra cui dei vecchi paioli destinati a raccogliere l’olio di balena, e una copia della statua del dio A’a, originaria di Rurutu. Questa statua in legno lucido, enigmatica e straordinaria, risale al sedicesimo secolo ed è alta un metro. Ha occhi, naso, orecchie e bocca in rilievo, rappresentati da una trentina di piccoli personaggi. La schiena nasconde un vano segreto. È uno degli esempi più belli al mondo di arte primitiva e aveva affascinato Pablo Picasso.

Il British museum, che possiede l’originale, l’ha prestata per tre anni al museo di Tahiti e delle isole, rinnovato e riaperto nel marzo 2023. Rurutu, che ancora non ritiene di avere le strutture adeguate per poterla conservare, permette comunque attraverso la copia di far conoscere questa testimonianza della sua cultura, che un destino inatteso ha portato a una fama mondiale. ◆ adr

Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it

Questo articolo è uscito sul numero 1642 di Internazionale, a pagina 80. Compra questo numero | Abbonati