Il 22 giugno 2026 l’avvocata keniana Martha Karua, attivista per i diritti umani ed ex ministra della giustizia, è sbarcata all’aeroporto di Entebbe, in Uganda, per unirsi alla squadra dei difensori dell’oppositore ugandese Kizza Besigye, in stato di arresto dal novembre 2024. Non ci è riuscita: alcuni agenti l’hanno intercettata, le hanno confiscato il telefono e altri dispositivi, e l’hanno costretta a salire su un aereo per tornare a Nairobi.
Il governo ugandese ha riferito che il provvedimento è stato necessario per “ragioni di sicurezza nazionale” (una giustificazione buona per tutte le situazioni). In realtà, così ha impedito la collaborazione di un’esperta straniera in una fase particolarmente delicata del processo a Besigye, accusato di tradimento.
L’espulsione di una figura rilevante come Karua mostra un cambiamento più ampio in atto nella regione. A causa delle difficoltà nei paesi vicini, il Kenya si sta trasformando a poco a poco nel centro di gravità della società civile dell’Africa orientale e delle sue campagne. Una “centrale della democrazia”, anche se con molti difetti.
Mentre vari paesi della Comunità dell’Africa orientale (Eac) limitano il dissenso politico e il lavoro dei giornalisti indipendenti e delle ong, l’ambiente relativamente aperto del Kenya sta attirando dal resto della regione attivisti, avvocati e organismi di controllo. Nairobi, già centro nevralgico del commercio regionale, sta diventando un rifugio e una base operativa per il patrocinio legale degli attivisti di vari paesi, per la protezione dell’ambiente e per le campagne in difesa dei diritti umani.
È uno sviluppo particolarmente evidente nelle vicende legate all’oleodotto East African crude oil pipeline (Eacop), un progetto multimiliardario per l’estrazione di petrolio dalla faglia occidentale della Rift valley, in Uganda, e il suo trasporto fino al porto di Tanga, in Tanzania. Le proteste degli attivisti in questi due paesi sono state represse così duramente che vari gruppi in difesa dell’ambiente hanno trasferito le loro sedi principali in Kenya.
Human rights watch e la Federazione internazionale per i diritti umani (Fidh) hanno documentato irruzioni nelle sedi di varie ong, il congelamento dei loro conti correnti e l’arresto di più di ottanta ambientalisti e studenti in Uganda, con accuse vaghe come “disturbo della quiete pubblica”.
Oggi gli uffici di coordinamento delle organizzazioni che si oppongono alla costruzione dell’oleodotto si trovano a Nairobi. Dalla sua sede keniana l’organizzazione non profit Natural justice porta avanti le sue cause presso la corte di giustizia dell’Africa orientale, in cui chiede maggiore trasparenza e il rispetto degli standard internazionali di protezione dell’ambiente.
Sempre dalla capitale keniana, GreenFaith Africa, un’organizzazione interreligiosa per la giustizia climatica, mobilita le sue reti di fedeli e organizza degli incontri con i giornalisti che sarebbero estremamente rischiosi nella capitale ugandese Kampala o nel centro economico tanzaniano di Dar es Salaam. La StopEacop coalition sfrutta le infrastrutture di telecomunicazione keniane per lanciare le sue campagne che prendono di mira le banche e le compagnie assicurative internazionali.
Opposizioni in esilio
Il risultato è una situazione insolita. Gran parte delle campagne di denuncia contro un progetto infrastrutturale ugandese e tanzaniano sono coordinate e amplificate dal territorio keniano.
Nairobi è diventata una piattaforma per cause e opinioni che i governi di Kampala e di Dodoma preferirebbero non dover affrontare. Questa concentrazione di attivismo civile mette a dura prova le relazioni regionali e alimenta le tensioni tra vicini.
Nel corso delle violenze elettorali in Tanzania nell’ottobre 2025, il blocco di internet e le restrizioni ai mezzi d’informazione avevano spinto alcune figure dell’opposizione e gli attivisti digitali a gestire campagne di informazione dai server keniani. Nairobi era diventata a tutti gli effetti una specie di redazione dell’opposizione tanzaniana, che da lì diffondeva i suoi hashtag e conteggi dei voti per farli arrivare a un pubblico globale.
Allora le autorità tanzaniane avevano accusato “piattaforme esterne ed elementi ostili” di alimentare disordini dal Kenya, e questo dimostra quanto rapidamente le questioni interne escano dai confini nazionali in un’Africa orientale digitalmente connessa.
Ma un altro risvolto di questa situazione è emerso il 1 ottobre 2025, quando due attivisti keniani, Bob Njagi e Nicholas Oyoo, sono spariti dopo aver partecipato a un incontro politico in Uganda organizzato dal leader dell’opposizione Robert Kyagulanyi.
I due uomini, legati al Free Kenya movement, sono stati detenuti per più di un mese senza accuse e senza che potessero incontrare un avvocato. Il presidente ugandese Yoweri Museveni ha rivelato che erano detenuti in strutture militari con l’accusa di aver coordinato delle proteste giovanili e aver esportato i disordini civili in Uganda. In un discorso alla radio, riferendosi al luogo in cui erano rinchiusi ha usato la frase “nel congelatore”, un’espressione che ha molto colpito l’opinione pubblica.
Diritti non omogenei
La Comunità dell’Africa orientale promuove la libera circolazione di beni, capitali e manodopera. Non aveva previsto il libero movimento dell’attivismo politico o la sorveglianza che ne sarebbe seguita. Oggi le agenzia di sicurezza dei vari paesi della regione collaborano in modo più stretto, condividendo informazioni e usando i controlli alle frontiere per tenere d’occhio e bloccare persone politicamente sgradite.
Le organizzazioni della società civile temono che emerga una rete di repressione transfrontaliera informale con l’obiettivo di comprimere lo spazio democratico. Le tensioni mettono in evidenza un difetto nel progetto di integrazione regionale. Questa non può basarsi solo sulle infrastrutture condivise, sull’armonizzazione dei dazi e sugli accordi economici. Ma ha bisogno anche di standard compatibili di giustizia e legalità. Quando uno stato accetta il dissenso mentre quello vicino lo reprime, le frizioni sono inevitabili.
Infine c’è un lato economico da considerare. Il movimento di dissidenti, esuli e iniziative ha anche questo risvolto.
Gli attivisti e le ong che si sono stabiliti in Kenya richiedono servizi (studi legali, comunicazioni, società di consulenza e spazi da affittare). La repressione regionale ha fatto concentrare a Nairobi un capitale umano di alto valore e sedi di aziende. Da un punto di vista capitalistico, le tensioni politiche hanno consolidato il mercato keniano. Questo ha significato 2,8 miliardi di dollari in investimenti stranieri diretti in Kenya nel 2025, rafforzando la posizione di Nairobi come centro finanziario dell’Africa orientale.
Quando i paesi vicini espellono cittadini e organizzazioni scomode, fanno un favore al Kenya, dove arrivano nuovi talenti, soldi e influenza politica. Nel breve periodo la repressione del dissenso potrà anche garantire la calma in un paese, ma nel lungo periodo arricchisce una capitale rivale.
I leader regionali si renderanno conto di questo meccanismo perverso prima che sia troppo tardi, o continueranno a esportare chi li critica?
(Traduzione di Giusy Muzzopappa)
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