Questo articolo è stato pubblicato il 6 gennaio 2017 nel numero 1186 di Internazionale.
Ha lo sguardo davanti a sé, la via è libera. Senza guardare né a destra né a sinistra, Stoyan Kaymaktchiyski attraversa una strada molto trafficata del quartiere europeo di Bruxelles. “Non importa da dove vieni”, dice quando gli chiedo il suo paese d’origine. “È molto più importante dove vai”. Kaymaktchiyski ha 26 anni ed è nato e cresciuto a Sofia. Ha appena lasciato il suo ufficio in completo nero e cravatta, ma alle 18.30 di questo lunedì sembra che la sua giornata di lavoro non sia ancora finita. Anzi, l’impressione è che la parte più importante cominci proprio ora.
Gli impegni degli stagisti delle istituzioni europee non finiscono con l’orario di lavoro. Anche il loro tempo libero è accuratamente pianificato, o come dicono in tanti, “organizzato” da 26 sottocommissioni.
Kaymaktchiyski è impegnato nelle commissioni per il tempo libero Alumni network e Carriera. Non si perde neanche un evento: è raro che rinunci a un’opportunità di stringere contatti. Sa quanto è importante essere nel posto giusto al momento giusto, e da cinque mesi si sforza di essere dappertutto. Stasera sta andando a un incontro che ha contribuito a organizzare: s’intitola Speednetworking per giovani professionisti.
In una sala dell’università di Maastricht, cinque tavoli sono occupati da persone che sono riuscite a ottenere ciò che gli stagisti sognano ancora: un lavoro vero. I ragazzi ricevono consigli e dritte da professionisti, e alla fine patatine e aranciata: incontri come questo sono molto apprezzati, perché permettono anche di risparmiare una cena.
Kaymaktchiyski passa da un gruppetto all’altro, non vuole perdersi nulla. Saluta le donne con un bacetto e aiuta gli oratori a togliersi il soprabito. Mentre s’intrattiene con un interlocutore scruta ciò che avviene dietro le sue spalle per non lasciarsi sfuggire nessuna persona importante.
“Cerca d’influenzare la segretaria”, gli suggerisce una donna che oggi lavora come addetta stampa nelle alte sfere della Commissione europea. “Invitala a prendere un caffè, falle qualche complimento. Con il suo aiuto ce la puoi fare”.
Kaymaktchiyski sorride maliziosamente: non conosceva ancora questo trucchetto, ma dovrà tenerlo a mente se vuole realizzare le sue ambizioni, cioè arrivare in una posizione in cui avrà molto potere e poche responsabilità. Ma prima deve trovare un impiego, e ormai gli resta poco tempo: 35 giorni. Poi il suo nome sarà cancellato dal database Blue book della Commissione europea, il più grande programma per stagisti del mondo.
Due volte all’anno, 25mila ragazzi si contendono 630 posti. Ogni anno duemila stagisti invadono il quartiere di Bruxelles che ospita le istituzioni europee. La loro età media si aggira sui 28 anni. Parlano con scioltezza varie lingue, hanno studiato e lavorato all’estero, nei loro curriculum spiccano lauree conseguite presso le migliori università d’Europa. “Siamo la giovane élite del continente”, dice Kaymaktchiyski.
Uno stage presso le istituzioni dell’Unione europea è il sogno di quasi tutti gli studenti di scienze politiche o di giurisprudenza. Perciò si rivolgono direttamente a questa o quella istituzione anche quelli che non sono tanto bravi o che non hanno rispettato la scadenza per presentare la candidatura. La maggior parte di loro lavora gratis. Nessuno sa esattamente quanti siano.
Per cinque mesi questi giovani ambiziosi “fanno parte di qualcosa di grande”. Vivono in diretta e dall’interno i processi decisionali, si fanno un’idea di cosa significa fare il politico. S’immergono nell’eurobubble, la bolla europea, come la chiamano qui. La bolla non ha dei confini precisi, ma quando se ne esce la differenza si percepisce subito, perché l’abbigliamento diventa un po’ meno elegante, le persone sono un po’ più rilassate e i caffè non servono piatti veloci e sani da mangiare in piedi. E poi, negli altri quartieri di Bruxelles gli edifici non sono così brutti.
C’è grande attività durante la giornata, ma dopo le sette di sera l’eurobolla sembra morta: le luci accese sono poche e isolate. E dappertutto sventola la bandiera dell’Unione. Kaymaktchiyski posa volentieri sotto quel vessillo, che compare in molte delle sue foto su Facebook. Un venerdì sera pubblica un selfie con due colleghi e sotto scrive: “Sono quasi le 20, ma stiamo ancora lavorando duro per i cittadini europei!”.
Kaymaktchiyski, capelli biondi e viso ben rasato, ha studiato diritto europeo e internazionale a Maastricht e ad Amsterdam. A Bruxelles lavora per l’Olaf, l’ufficio europeo per la lotta alle frodi. “È un posto molto importante”, dice. Attualmente sta preparando un intervento per il suo superiore. Sa fare anche cose più complicate, afferma, ma non può parlarne.
“Sappiamo tutti cosa significa uno stage: non fai quasi nulla ma fingi di essere sempre occupato”, dice il francese Charlélie Jourdan, 32 anni. Nel 2012 lui e il suo connazionale Yacine Kouhen, 33 anni, hanno girato per YouTube una serie in dodici puntate sulla vita degli stagisti a Bruxelles. La serie dipinge con ironia un ambiente che si prende molto sul serio. “Nella bolla, lo stagista è l’ultima ruota del carro. È quello che ha meno da fare, ma al tempo stesso è il più motivato”, spiega Yacine. Se uno si presentasse come product assistant – che significa stagista – nessuno gli farebbe più caso, “semplicemente perché non conta niente”.
Jourdan e Kouhen lo sanno benissimo, perché sono stati stagisti anche loro. Oggi possiedono quella disinvoltura che manca ancora a tanti giovani professionisti. Per Kouhen, che ora è un libero professionista e fa il consulente nel campo della comunicazione, girare la serie è stato come fare uno studio su un ambiente sociale. “La maggioranza degli stagisti ha studiato le stesse materie: studi europei, diritto, scienze politiche”, racconta. “Sanno fare tutto e niente”.
Ma le loro biografie non sono del tutto uniformi. “A guardare attentamente si scoprono personalità molto diverse”. La struttura sociale dell’eurobolla è complessa ed eterogenea, come l’Unione europea.
Un’occasione imperdibile
Tra questi ragazzi ci sono i politici di domani. E non tutti sono socialmente iperattivi come Kaymaktchiyski, che una collega greca ha paragonato al coniglio della pubblicità della Duracell. Gli bastano cinque ore di sonno. “Dovunque vado incontro sempre qualcuno che conosco”, dice.
Alcuni hanno molte più difficoltà a stringere contatti. Per esempio la scozzese Steph Abrahams, 26 anni, specializzata in diritti umani. Quando è arrivata a Bruxelles è rimasta affascinata dalle discussioni politiche e dalla preparazione dei suoi colleghi, mentre le chiacchiere quotidiane la innervosivano e le sembravano false: “Preferisco parlare con una persona alla volta”.
La sua richiesta di uno stage presso il parlamento europeo è rimasta a lungo senza risposta. È finita sulla lista d’attesa e non ha mai creduto che avrebbe ottenuto un posto: “Chi mai avrebbe rinunciato volontariamente a un’opportunità che capita una volta sola?”.
Quando le hanno comunicato che poteva cominciare la settimana successiva, stava lavorando per un’azienda tedesca in India e guadagnava circa quarantamila euro all’anno. Si è licenziata, è volata a casa, ha fatto le valigie e ha ripreso l’aereo per Bruxelles, dove ha lavorato alcuni mesi per uno stipendio mensile di 1.200 euro. Ma per lei l’aspetto economico era secondario. “Uno stage presso le istituzioni europee è un’occasione che non si può perdere”.
Per Abrahams il quartiere europeo di Bruxelles è un luogo pieno di energia, dove tutti sono cosmopoliti, parlano molte lingue, sono mezzi greci e mezzi francesi ma soprattutto europei. “Io sono un’eccezione, perché entrambi i miei genitori sono di Glasgow”, dice.
Con il passare dei mesi i dubbi sulla sua capacità di inserirsi in questo ambiente hanno ceduto il passo alla certezza di voler restare: “Ma continuo ad avere la sensazione che qui ci siano persone mille volte più intelligenti di me, che possono vantare esperienze di vita all’estero ben più entusiasmanti”. Intrattenere rapporti sociali per costruirsi una rete di contatti non le sembra più impossibile: “È più facile di quanto pensassi”. Dopo questo stage, Abrahams ne comincerà un altro, il quinto.
Per farsi strada nell’eurobolla gli stagisti devono imparare molti codici, dice Kouhen, tra cui una specie di lingua tutta loro, fatta di abbreviazioni, sigle e anglicismi: dg, mep, sme. Come tanti, all’inizio anche Elisabeth Hobl, 28 anni, si chiedeva cosa volessero dire quelle sigle. Poi ha compilato un lungo elenco e nel giro di qualche settimana si è sentita a suo agio nella bolla. “Ti devi orientare da sola, e se c’è qualcosa che non capisci devi chiedere sempre”, dice.
Su questo mondo Hobl ha perfino scritto una pièce teatrale, un giallo alla Agatha Christie. La trama: alla Commissione europea viene commesso un delitto, un capo dipartimento viene avvelenato con un caffè.
Il martedì sera un gruppo di stagisti si riunisce per provare lo spettacolo nella sala fitness di un edificio della Commissione europea dove di solito si tengono corsi di hatha yoga. Siamo nella fase calda della presentazione delle candidature e c’è poco tempo per imparare il testo a memoria, ma i ragazzi sono diligenti anche nel tempo libero. Alla fine a risolvere il caso è la stagista supermotivata che nessuno sta mai a sentire e di cui nessuno ricorda il nome.
“La mia pièce rispecchia in gran parte la realtà quotidiana dell’eurobolla”, dice Hobl, che nello spettacolo recita la parte della vittima. Nella vita fa uno stage nell’ufficio del commissario al bilancio Günther Oettinger. Parla cinque lingue, ha un master e una certa esperienza di lavoro all’estero. Non ha intenzione di presentare altre domande di stage.
Capacità di comunicazione
Brindisi di addio al Consiglio europeo. Per i 54 stagisti è l’ultima settimana: tra pochi giorni alle loro scrivanie siederanno volti nuovi. Ragazzi in completo scuro fanno il bilancio del tempo che hanno trascorso nella bolla, conversando con coetanee in tailleur.
Dice una ragazza ceca: “Non sono delusa, visto che non mi aspettavo niente di straordinario”.
Le risponde una polacca: “Purtroppo nel mio ufficio non c’era molto da fare”.
Altri invece parlano con entusiasmo della loro esperienza. Dicono che al Consiglio europeo tutto è un po’ più familiare, a pranzo si mangia tutti insieme e ci si frequenta anche fuori. Due stagisti parlano del loro futuro con un bicchiere di champagne in mano. Nessuno dei due ha ancora un lavoro, ma sono sicuri di sé e si valutano positivamente a vicenda: “Tu hai una capacità di comunicazione fantastica”, dice uno spagnolo a uno scandinavo più alto di lui di due teste. “Ma anche tu!”, ribatte l’altro con tono incoraggiante.
L’atteggiamento degli stagisti verso l’Unione europea dipende molto dalla loro provenienza. Per quelli come Kaymaktchiyski l’Unione è una grande chance, e non solo a livello economico. A Sofia prima c’erano tanti bambini e poche automobili, dice, oggi è il contrario: “La Bulgaria sta morendo”.
Secondo Kouhen molti europei dell’est idealizzano l’Unione: “Per loro essere qui è un sogno che diventa realtà”. Per i mitteleuropei, invece, l’Unione non è niente di straordinario. Da anni le candidature agli stage provengono soprattutto dai paesi dell’Europa meridionale come l’Italia e la Spagna. “Da noi per un giovane professionista è impossibile trovare un buon posto di lavoro”, spiega Brunella Canu, un’italiana di 29 anni.
Canu ha studiato relazioni internazionali ed economia europea, e prima di venire qui ha fatto la ragazza alla pari e la cameriera. È amichevole ma non invadente, zelante ma non ossessiva. E sa bene cosa vuole: “In futuro mi piacerebbe continuare a lavorare per le istituzioni europee”, dice.
Dopo lo stage al Consiglio europeo si preparerà al concorso per un posto a tempo indeterminato nelle istituzioni comunitarie. Ha già avuto un assaggio di quello che potrebbe essere il suo futuro, e le è piaciuto. Ha recitato la parte della presidente della Commissione europea nella tradizionale simulazione. “Il tempo che ho trascorso qui ha migliorato la mia opinione sulla Commissione”. Ora Brunella si sente prima di tutto europea, e solo dopo italiana.
In un ufficio open space 21 stagisti si dividono lo spazio davanti a telefoni e computer portatili. Alcuni traducono testi, altri pubblicano commenti su Facebook o presentano domande per un posto di lavoro vero. Qualcuno avanza critiche a mezza bocca: “Bruxelles è una città ingrata per chi è agli inizi. La pressione è fortissima”, dice un tedesco. “Molti qui non hanno mai visto il mondo, eppure sono i futuri protagonisti della politica”. Lui non ha mai incontrato tanti giovani della destra conservatrice come qui.
Una ragazza inglese fa notare che la maggior parte degli stagisti viene dalle stesse università “e sono tutti bianchi, a parte due eccezioni”. A sentire lei, Bruxelles è veramente una bolla: “Qui a volte ignoriamo il mondo esterno, il che è paradossale, visto che contribuiamo a plasmarlo”.
Vivere per la Plux
Ma non tutti la pensano così. Per alcuni, il tempo trascorso a Bruxelles è una specie di Erasmus retribuito, soprattutto il giovedì sera, quando sulla place du Luxembourg nascono relazioni lavorative ma anche sessuali. Sulla Plux, come viene chiamata la piazza, una fila di locali si snoda proprio di fronte al parlamento europeo. Qui durante il weekend tutto il quartiere europeo di Bruxelles viene a bere.
Come la maggior parte degli stagisti, stasera anche il londinese Blaise Baquiche porta appeso al collo il badge con il suo nome come se fosse il pass per un concerto. Baquiche ha 23 anni e sta facendo uno stage presso il parlamento europeo. A Londra ha passato un anno intero a studiare per l’esame da avvocato, e ora vuole recuperare un po’ del tempo perduto: “Vivo per la Plux”, dice. Non si perde neanche un giovedì sera.
Baquiche sostiene che qui a Bruxelles – e quando dice a Bruxelles intende dire nell’eurobolla – non è come a Londra. Qui tutti si conoscono e tutto è “dinamico” ed “elettrizzante”. Dopo lo stage Baquiche vorrebbe senz’altro restare qui, magari per fare il lobbista. I suoi modelli politici sono due: Barack Obama, che descrive come un idealista che cerca di realizzare i propri sogni, e l’ex ministro delle finanze greco Yannis Varoufakis.
Kaymaktchiyski, invece, sulla Plux ci va di rado: “Prima devo fare il mio lavoro di relazioni, solo dopo posso pensare alle ragazze”. Per esempio al ricevimento della rappresentanza del land tedesco del Baden-Württemberg. Anni fa, dice, ha fatto uno stage a Stoccarda e si è innamorato di quella regione. “Mi hanno dato tanto e io ho dato tanto a loro”.
Senza invito non si entra, ma Kaymaktchiyski riesce lo stesso a intrufolarsi. Attacca discorso con un commissario europeo davanti a un buffet carico di formaggi e dolci: “Avrebbe un posto per me?”. Quello risponde di no, prende un sorso di vino bianco dal suo calice e passa oltre. Kaymaktchiyski fa lo stesso, perché, come sempre, “non ha tempo” per perdere tempo. “Io mangio troppo lentamente. E questo è un problema”.
È quasi l’una di notte e Kaymaktchiyski è ancora alla Foresta nera, il punto di ristoro della rappresentanza del Baden-Württemberg, ed è stanco. Gli pesa stare in piedi, ma non può andarsene a casa mentre la birra scorre ancora, così resta accanto a due stagiste tedesche.
“Nella vita bisogna essere determinati”, dice Kaymaktchiyski, “ci si può rilassare solo ogni tanto”. Le due ragazze concordano: “Io sono sempre stata una secchiona”, dice una di loro, e le sue parole suonano come una confessione. “Ma siccome nella mia classe eravamo tutti così, non mi sono mai sentita sfigata”. I tre ragazzi ridono. Per vivere nell’eurobolla bisogna fare come lei.
(Traduzione di Marina Astrologo).
Questo articolo è stato pubblicato il 6 gennaio 2017 nel numero 1186 di Internazionale.
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