Alla cortese attenzione dei ministeri degli esteri dei paesi che intrattengono relazioni con Israele: la crociata dello stato ebraico contro l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi (Unrwa) e altre organizzazioni locali e internazionali è legata all’intenzione di cacciare i palestinesi da questa terra. Non è una profezia, ma un avvertimento.

In passato Israele voleva che i palestinesi avessero un benessere ragionevole e che le organizzazioni umanitarie in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza svolgessero un ruolo nella realizzazione di questo obiettivo. Oggi, mentre distrugge l’economia palestinese e fa diventare ogni famiglia un bersaglio, vuole sbarazzarsi anche delle organizzazioni umanitarie. Perfino le componenti della leadership palestinese – Hamas da un lato e l’Autorità nazionale palestinese dall’altro – fanno la loro parte. Lavorano per la propria conservazione, rimanendo rivali, invece di cercare altri modi di affrontare il nemico.

Lo stato ebraico ha un solo obiettivo: alimentare crisi militari e sociali che incentiveranno l’emigrazione o permetteranno un trasferimento forzato della popolazione

Le forze ebraiche che premono per una nuova espulsione di massa sono molto numerose, più degli ebrei israeliani che non dormono la notte pensando a questo scenario. È evidente dalla guerra di annientamento in corso a Gaza e dal rifiuto delle autorità di combattere il crimine tra le comunità arabe d’Israele, così come nella sinergia tra l’esercito e il culto del sacro settore immobiliare, i cui seguaci attaccano ogni giorno i civili palestinesi in Cisgiordania e ne invocano la cacciata.

Quella che segue è una sintesi delle principali condizioni per l’espulsione volontaria, o emigrazione forzata, che la setta al potere sta preparando. Mi concentrerò solo sulla Cisgiordania, perché l’annientamento di Gaza ha bisogno di un vocabolario a parte.

In primo luogo c’è lo strangolamento economico senza precedenti che deriva dal furto diretto del gettito fiscale palestinese e da quello indiretto dei salari e dei mezzi di sussistenza. Avviene, tra le altre cose, vietando ai palestinesi di lavorare in Israele (mentre li si incoraggia a farlo negli insediamenti), mettendo posti di blocco che stravolgono la loro normalità, lanciando incursioni militari quotidiane, sradicando decine di migliaia di persone dalla loro terra e impedendogli l’accesso alle coltivazioni fertili.

Il bersaglio ora è il sumud palestinese, la tenacia. E poiché è un bersaglio, viene trattato al pari del terrorismo. Non c’è da stupirsi se oltre all’impoverimento generale si sta diffondendo la paura di quello che potrebbe succedere in futuro.

Poi ci sono le violenze dei civili israeliani contro le comunità palestinesi, che hanno già provocato l’espulsione di migliaia di abitanti.

Avere organizzazioni umanitarie di ogni tipo non è un onore per nessun paese. È una dimostrazione del fatto che un regime non riesce o non vuole provvedere in prima persona al benessere della popolazione. Per quanto riguarda il regime militare israeliano nel territorio occupato nel 1967, la relativa libertà d’azione concessa nei decenni passati all’Unrwa e ad altre organizzazioni umanitarie, della società civile e per i diritti umani rivela tre aspetti della mentalità di un occupante che si considerava illuminato.

Pur riconoscendo il proprio status di occupante secondo il diritto internazionale, Israele non aveva alcuna intenzione di rispettare l’obbligo di provvedere al benessere della popolazione dominata, compreso l’obbligo di non espropriare terre. Al tempo stesso, Israele voleva mantenere una “calma industriale”, cioè tenere in piedi delle valvole di sicurezza per regolare l’equilibrio tra la vita “normale” e gli shock stagionali connaturati a questo tipo di dominazione imposta. Per i palestinesi la libertà di movimento e la possibilità di lavorare in Israele sono state una di queste valvole di sicurezza, anche se erano messe al servizio degli interessi israeliani. Migliaia di famiglie sono riuscite così a ottenere una stabilità economica e a far studiare i propri figli.

L’Unrwa ha fornito a centinaia di migliaia di persone servizi sanitari e scolastici considerati di alta qualità e ha offerto opportunità lavorative. Anche le organizzazioni politiche messe al bando hanno potuto creare istituzioni sanitarie, agricole, culturali, educative e legali. Israele non si è opposto, anzi. La creazione dell’Autorità nazionale palestinese è stata un corollario di questa logica. Israele ha continuato a governare, mentre i palestinesi e il resto del mondo si facevano carico del peso e dei costi dell’occupazione.

Oggi, però, queste valvole di sicurezza sono superflue, perché lo stato ebraico ha un solo obiettivo: alimentare crisi militari e sociali che incentiveranno l’emigrazione o permetteranno un trasferimento forzato della popolazione. La linea che separa le espulsioni dallo sterminio è quasi invisibile, come ci ha insegnato l’esercito a Gaza. Questa non è una profezia, ma un altro disperato appello affinché il mondo si svegli. ◆ fdl

Questo articolo è uscito sul quotidiano isreliano Haaretz.

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Questo articolo è uscito sul numero 1653 di Internazionale, a pagina 40. Compra questo numero | Abbonati