Un’inchiesta di Mark Mazzetti, Julian E. Barnes, Farnaz Fassihi e Ronen Bergman
Pochi giorni dopo gli attacchi israeliani che avevano ucciso la guida suprema dell’Iran e altri alti funzionari nelle prime fasi della guerra, il presidente Trump disse pubblicamente che sarebbe stato meglio se “qualcuno dall’interno” dell’Iran avesse preso il controllo del paese.
A quanto pare, gli Stati Uniti e Israele erano entrati nel conflitto con in mente una figura ben precisa e davvero sorprendente: Mahmoud Ahmadinejad, l’ex presidente iraniano noto per le sue posizioni intransigenti, anti-israeliane e anti-americane.
Ma questo piano azzardato, elaborato dagli israeliani e sul quale era stato consultato Ahmadinejad, era naufragato rapidamente, rivelano i funzionari statunitensi che ne erano informati.
Ahmadinejad era rimasto ferito il primo giorno di guerra in seguito a un attacco israeliano alla sua abitazione di Teheran, che aveva l’obiettivo di liberarlo dagli arresti domiciliari, sostengono i funzionari statunitensi e un collaboratore dell’ex presidente iraniano. Ahmadinejad è sopravvissuto all’attacco, dicono, ma dopo lo scampato pericolo ha perso ogni fiducia nel piano di cambio di regime.
Da allora non è più stato visto in pubblico e non si sa dov’è né in che condizioni.
Dire che Ahmadinejad fosse una scelta insolita sarebbe riduttivo. Anche se era in conflitto con i vertici del regime ed era stato posto sotto stretta sorveglianza dalle autorità iraniane, durante il suo mandato presidenziale dal 2005 al 2013 si era distinto per i suoi appelli a “cancellare Israele dalla mappa”. Era un forte sostenitore del programma nucleare iraniano e un feroce critico degli Stati Uniti, noto per la violenta repressione del dissenso interno.
Non si sa ancora come sia stato reclutato nel piano.
Valutazioni errate
L’esistenza di questa iniziativa, mai raccontata prima, rientrava in un piano di Israele in più fasi per rovesciare il governo teocratico iraniano. E mostra che Trump e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu hanno cominciato la guerra non solo sottovalutando la rapidità con cui avrebbero potuto raggiungere i loro obiettivi, ma anche puntando su un piano rischioso per un cambio di leadership in Iran che perfino alcuni collaboratori di Trump ritenevano poco plausibile. Alcuni funzionari statunitensi erano scettici in particolare sulla possibilità di riportare Ahmadinejad al potere.
“Fin dall’inizio, il presidente Trump è stato chiaro sui suoi obiettivi per l’operazione Epic fury: distruggere i missili balistici iraniani, smantellare gli impianti di produzione, affondare la marina militare e indebolire gli alleati di Teheran”, ha dichiarato Anna Kelly, portavoce della Casa Bianca, in risposta alla richiesta di un commento sul piano di cambio di regime e su Ahmadinejad. “Le forze armate degli Stati Uniti hanno raggiunto o superato tutti i loro obiettivi e ora i nostri negoziatori stanno lavorando per concludere un accordo che metta fine una volta per tutte alle capacità nucleari dell’Iran”.
Un portavoce del Mossad, l’agenzia di intelligence estera israeliana, non ha voluto fare dichiarazioni.
Nei primi giorni della guerra, i funzionari statunitensi avevano parlato dei piani elaborati con Israele per individuare una figura pragmatica in grado di assumere la guida del paese. Avevano anche sottolineato che, secondo le informazioni dei servizi segreti, alcuni esponenti del regime iraniano, che non potevano essere definiti “moderati”, sarebbero stati disposti comunque a collaborare con gli Stati Uniti.
Trump si stava godendo il successo dell’operazione condotta dalle forze statunitensi per catturare il leader venezuelano Nicolás Maduro e la disponibilità della presidente ad interim a collaborare con la Casa Bianca, un’operazione modello che pensava di poter replicare altrove.
Negli ultimi anni, Ahmadinejad era in conflitto con i vertici del regime, li accusava di corruzione, e la sua lealtà all’Iran era stata messa in dubbio. Era stato escluso da varie elezioni presidenziali, i suoi collaboratori erano stati arrestati e i suoi spostamenti erano stati sempre più limitati alla sua abitazione nel quartiere di Narmak, nella parte orientale di Teheran.
Il fatto che funzionari statunitensi e israeliani considerassero Ahmadinejad un possibile leader di un nuovo governo in Iran conferma che la guerra di febbraio era stata lanciata nella speranza di insediare a Teheran una leadership più malleabile. Trump e altre persone del suo governo hanno affermato che gli obiettivi della guerra erano strettamente incentrati sulla distruzione delle capacità nucleari, missilistiche e militari dell’Iran.
Un’evasione a tutti gli effetti
Ci sono molte domande senza risposta su come Israele e gli Stati Uniti pensavano di portare Ahmadinejad al potere, e sulle circostanze dell’attacco aereo che lo ha ferito. Alcuni funzionari statunitensi hanno affermato che l’attacco – sferrato dall’aeronautica militare israeliana – aveva lo scopo di uccidere le guardie che sorvegliavano Ahmadinejad, per liberarlo dagli arresti domiciliari.
Il primo giorno di guerra, gli attacchi israeliani hanno ucciso l’ayatollah Ali Khamenei, la guida suprema dell’Iran. L’attacco alla residenza di Khamenei nel centro di Teheran ha inoltre colpito una riunione di funzionari iraniani, uccidendone alcuni che la Casa Bianca considerava più disponibili dei loro superiori a negoziare un cambio di governo.
All’epoca, i mezzi d’informazione iraniani avevano anche riportato alcune notizie secondo cui Ahmadinejad era stato ucciso nell’attacco alla sua abitazione.
La casa di Ahmadinejad, situata in fondo a una strada senza uscita, non aveva subito danni rilevanti. Ma il posto di guardia all’imbocco della strada era stato colpito. Le immagini satellitari mostrano che era stato distrutto.
Nei giorni successivi, le agenzie di stampa ufficiali avevano precisato che era sopravvissuto, ma che le sue “guardie del corpo” – in realtà guardiani della rivoluzione che lo proteggevano e lo tenevano agli arresti domiciliari – erano state uccise.
Un articolo pubblicato su The Atlantic a marzo, citando collaboratori anonimi di Ahmadinejad, affermava che l’ex presidente era stato liberato dalla prigionia imposta dal governo dopo l’assalto alla sua abitazione, descritto come “a tutti gli effetti un’evasione”.
Dopo l’articolo un collaboratore di Ahmadinejad ha confermato al New York Times che il politico iraniano considerava l’attacco un tentativo di liberarlo. E ha affermato che gli statunitensi consideravano Ahmadinejad una figura in grado di guidare l’Iran e di gestire “la situazione politica, sociale e militare del paese”.
Ahmadinejad avrebbe potuto “svolgere un ruolo molto importante” in Iran nel prossimo futuro, ha affermato la fonte, suggerendo che gli Stati Uniti lo consideravano simile a Delcy Rodríguez, che ha assunto il potere in Venezuela dopo che la cattura statunitense di Maduro e che da allora ha collaborato strettamente con l’amministrazione Trump.
Durante la sua presidenza, Ahmadinejad si è distinto sia per una politica intransigente sia per le dichiarazioni fondamentaliste spesso stravaganti, come quando aveva detto che in Iran non c’era nemmeno un omosessuale e aveva negato l’Olocausto. Aveva partecipato anche a una conferenza a Teheran intitolata “Un mondo senza sionismo”.
La satira occidentale lo aveva preso di mira, facendone una sorta di inconsapevole fenomeno di cultura popolare, diventato perfino bersaglio di parodie nel programma televisivo Saturday night live.
Ahmadinejad aveva guidato il paese in un periodo in cui l’Iran stava accelerando l’arricchimento dell’uranio, che un giorno avrebbe potuto usare per fabbricare una bomba nucleare, se avesse deciso di militarizzare il proprio programma atomico. Una valutazione dei servizi segreti statunitensi del 2007 concludeva che l’Iran, anni prima, aveva sospeso i lavori per la costruzione di un ordigno nucleare, ma continuava ad arricchire il combustibile nucleare da usare per un’arma se avesse cambiato idea.
Dopo aver lasciato la presidenza, Ahmadinejad è diventato progressivamente una sorta di critico aperto del governo teocratico di Teheran o almeno in contrasto con l’ayatollah Khamenei.
Per tre volte – nel 2017, nel 2021 e nel 2024 – Ahmadinejad ha tentato di candidarsi di nuovo alla presidenza, ma ogni volta il consiglio dei guardiani dell’Iran, un organo composto da giuristi laici e religiosi, ha bloccato la sua campagna presidenziale. Ahmadinejad ha accusato alti funzionari iraniani di corruzione o cattivo governo e ha criticato spesso Teheran. Pur non essendo mai stato un dissidente dichiarato, il regime ha iniziato a considerarlo un elemento potenzialmente destabilizzante.
Movimenti sospetti
I legami di Ahmadinejad con l’occidente sono molto più oscuri.
In un’intervista rilasciata al New York Times nel 2019 elogiava Trump e diceva di essere favorevole a un riavvicinamento tra l’Iran e gli Stati Uniti.
“Trump è un uomo d’azione”, sosteneva Ahmadinejad. “È un uomo d’affari e, in quanto tale, è in grado di valutare costi e benefici, e di prendere una decisione. Noi diciamo: valutiamo costi e benefici a lungo termine per i nostri due paesi ed evitiamo di essere miopi”.
Le persone vicine ad Ahmadinejad sono state accusate di avere legami troppo stretti con l’occidente o perfino di essere spie di Israele. Esfandiar Rahim Mashai, ex capo di gabinetto di Ahmadinejad, è stato processato nel 2018 e il giudice incaricato del caso gli chiese pubblicamente chiarimenti sui suoi legami con i servizi segreti britannici e israeliani, un’accusa diffusa dai mezzi d’informazione statali.
Negli ultimi anni, Ahmadinejad ha fatto vari viaggi fuori dall’Iran che hanno alimentato le speculazioni.
Nel 2023 si è recato in Guatemala e nel 2024 e nel 2025 è andato in Ungheria, come ha raccontato la rivista New Lines. Entrambi i paesi hanno stretti legami con Israele.
Il primo ministro ungherese dell’epoca, Viktor Orbán, ha rapporti stretti con Netanyahu. Durante i suoi viaggi in Ungheria, Ahmadinejad ha tenuto un discorso in un’università legata a Orbán.
È tornato da Budapest pochi giorni prima che Israele iniziasse ad attaccare l’Iran a giugno. Quando è scoppiata la guerra, ha evitato di attirare l’attenzione e ha pubblicato solo poche dichiarazioni sui social media. Il suo silenzio sulla guerra contro un paese che considerava da tempo il principale nemico dell’Iran è stato notato da molti.
Secondo un’analisi condotta dalla FilterLabs, un’azienda che monitora l’opinione pubblica, le discussioni sui social media iraniani riguardanti Ahmadinejad sono aumentate dopo le notizie sulla sua morte. Tuttavia, il dibattito si è poi affievolito nelle settimane successive, riducendosi principalmente ai dubbi su dove sia.
All’inizio Israele pensava che la guerra si sarebbe svolta in varie fasi, cominciando con gli attacchi aerei statunitensi e israeliani e con l’eliminazione dei leader supremi iraniani e la mobilitazione dei curdi contro le forze di Teheran, riferiscono due funzionari della difesa israeliani a conoscenza dei piani operativi.
Poi ci sarebbe stata una combinazione di campagne di propaganda condotte da Israele e un’invasione curda per creare instabilità politica in Iran e la sensazione che il regime stesse perdendo il controllo. In una terza fase, il regime, sottoposto a intense pressioni politiche e al peso dei danni subiti da infrastrutture chiave come quella elettrica, sarebbe crollato, consentendo l’instaurazione di quello che gli israeliani definivano un “governo alternativo”.
A parte i bombardamenti aerei e l’uccisione della guida suprema, ben poco di quei piani si è andato come speravano gli israeliani, e col senno di poi sembra che siano state profondamente sottovalutate la resilienza dell’Iran e la capacità degli Stati Uniti e di Israele di imporre la propria volontà.
Ma anche quando era chiaro che il governo teocratico iraniano era sopravvissuto ai primi mesi di guerra, alcuni funzionari israeliani hanno continuato a credere nella loro strategia per imporre un cambio di regime a Teheran.
David Barnea, capo del Mossad (il servizio d’intelligence israeliano), ha detto ai suoi collaboratori in varie discussioni che a suo avviso il piano dell’agenzia – basato su decenni di raccolta d’informazioni e attività operative in Iran – avrebbe avuto ottime possibilità di successo se avesse ricevuto l’autorizzazione a procedere.
Gli autori di questo articolo
Mark Mazzetti è un giornalista investigativo a Washington, specializzato in sicurezza nazionale statunitense, intelligence e affari esteri. Ha scritto un libro sulla Cia.
Julian E. Barnes si occupa delle agenzie di intelligence statunitensi e delle questioni di sicurezza internazionale per il New York Times.
Farnaz Fassihi è caporedattrice dell’ufficio delle Nazioni Unite per il New York Times. Si occupa anche di Iran e conflitti in Medio Oriente.
Ronen Bergman è redattore del New York Times Magazine, scrive da Tel Aviv.
Ha contribuito alle ricerche Christiaan Triebert.
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