Nel 2026 ricorre il centenario di una delle più importanti conquiste del movimento dei lavoratori: la settimana lavorativa di cinque giorni, con il fine settimana libero.
Nel 1926 l’imprenditore Henry Ford adottò la settimana lavorativa di cinque giorni nelle sue fabbriche automobilistiche negli Stati Uniti, e lo stesso anno molti lavoratori ottennero il fine settimana libero nel Regno Unito.
“Questo modello è ormai così radicato nella nostra società da sembrare eterno e immutabile. Ma in realtà non ha radici in alcun testo storico o pratica religiosa, e non è stato ideato dagli antichi romani, greci o egizi. Nessuno ha mai condotto un’analisi oggettiva su come l’umanità debba suddividere il tempo dedicato al lavoro e al riposo, stabilendo che il modello attuale sia quello ideale”, spiegano Jared Lindzon e Joe O’Connor sul settimanale statunitense Time.
“Secondo alcune stime, per il 95 per cento della storia umana le persone hanno lavorato in media 15 ore alla settimana. Solo quando il lavoro si è spostato dai campi alle fabbriche, durante la prima rivoluzione industriale, l’orario si è impennato. Verso la fine dell’ottocento molti operai lavoravano cento ore alla settimana”, aggiungono i due giornalisti.
Dopo un primo passaggio alla settimana lavorativa di sei giorni, ottenuta progressivamente grazie alle battaglie dei lavoratori o alle richieste delle comunità religiose, nel 1922 Ford aveva condotto una sperimentazione su cinque giorni, con 40 ore settimanali, nel suo stabilimento di Detroit. Una decisione che all’epoca aveva suscitato forti polemiche. Il New York Herald aveva commentato, con tono sprezzante, che “il piano di Ford è una splendida notizia per tutti quelli che vorrebbero ridurre il lavoro a un minimo incomprimibile”, ricorda Time.
Nel 1926 Ford aveva reso il cambiamento definitivo in tutte le sue fabbriche, e non solo per il benessere degli operai. “All’epoca le automobili erano un bene di lusso, e la Ford ne aveva già venduta una a quasi tutte le persone abbastanza ricche per permettersela. Aumentando i salari e riducendo l’orario di lavoro, Ford ampliava il mercato dei suoi prodotti alle masse”.
“Il valore industriale del tempo libero come stimolo al consumo di beni, e quindi alla crescita degli affari, è ampiamente dimostrato”, aveva scritto Ford nel 1926.
Una lezione per oggi
Secondo Lindzon e O’Connor, gli avvenimenti di cent’anni fa costituiscono un’importante lezione per oggi: “Mentre entriamo in una nuova fase di trasformazione del lavoro basata sull’intelligenza artificiale, bisogna ripensare tutto. Riteniamo che il prossimo passo sia l’adozione della settimana lavorativa di quattro giorni”.
“Questo”, continuano, “garantirebbe un migliore equilibrio tra vita professionale e privata, stimolando il pensiero innovativo e dando ai lavoratori un motivo per abbracciare i nuovi strumenti dell’ia, invece di temerli. Nella nuova economia della conoscenza il numero di ore lavorate dovrebbe contare molto meno della qualità del lavoro”.
“Centinaia di aziende e organizzazioni hanno già sperimentato settimane lavorative più brevi, con ottimi risultati”, concludono Lindzon e O’Connor.
Partendo dal centenario della settimana lavorativa di cinque giorni Danny Sriskandarajah, attivista a capo del centro studi britannico New economics foundation, ha scritto sul sito britannico openDemocracy un articolo sui profondi cambiamenti in corso nel mondo del lavoro, affermando che la questione non può essere ridotta all’orario di lavoro.
“Il centenario del fine settimana è l’occasione per ricordare che è la concezione stessa del lavoro, com’è stata plasmata nel novecento, che sta crollando. Negli ultimi cent’anni i progressi tecnologici hanno creato almeno tanti posti di lavoro quanti ne hanno distrutti; più persone, soprattutto donne, sono entrate nel mondo del lavoro retribuito; sindacati forti hanno protetto gli interessi dei lavoratori; e l’aumento dei redditi ha garantito sicurezza e prosperità ai lavoratori, stimolando l’economia nel suo insieme”, scrive Sriskandarajah.
“Ma oggi questi presupposti non reggono più”, prosegue. “Troppe persone che hanno un lavoro vivono in condizioni di povertà e precarietà, e molti impieghi ben retribuiti rischiano di sparire travolti dall’intelligenza artificiale. I datori di lavoro sanno bene che il declino del lavoro inciderà sui consumi, ma la pressione competitiva li spinge comunque a procedere a un’automatizzazione senza criterio. Di conseguenza si rischia il più grave fallimento del libero mercato di sempre: non una transizione ordinata verso un lavoro di qualità superiore, ma una corsa caotica in cui salari e occupazione s’indeboliscono più rapidamente di quanto emergano nuove opportunità”.
Protezione collettiva
È per questo, sostiene Sriskandarajah, che la riduzione dell’orario di lavoro non è la questione cruciale: “Una versione ridotta di un modello fallimentare sarebbe comunque fallimentare. In un mercato del lavoro sconvolto dall’ia, ridurre l’orario senza ripensare la struttura e lo scopo del lavoro non farebbe altro che aggravare l’insicurezza”.
“In un’economia basata sull’ia, bisogna definire con cura le attività umane da promuovere e valorizzare. Si tratta di attività in cui il giudizio, la cura, la creatività e la responsabilità sono indispensabili — che si tratti di assistenza, istruzione, cultura o altro — e in cui l’ia dovrebbe arricchire, e non sostituire, il contributo umano”, afferma l’attivista.
Secondo Sriskandarajah, “niente di tutto questo è possibile senza ricostruire il potere dei lavoratori e forme di protezione collettiva. L’idea che un reddito di base universale possa sopperire agli sconvolgimenti causati dall’ia sottovaluta la portata del cambiamento e l’importanza di avere istituzioni condivise. Una somma in denaro non può sostituire alloggi accessibili, servizi pubblici di qualità, comunità stabili e un controllo democratico dell’economia. In gioco c’è la necessità di garantire a tutti di prosperare al di là dalla quantità di lavoro retribuito che svolgono”.
Lo studioso è consapevole che realizzare questi cambiamenti non sarà facile, considerando anche l’indebolimento dei sindacati: “La nuova resistenza dovrà fondarsi su movimenti globali che abbiano ambizioni radicali”.
“La conquista del fine settimana non è mai stata solo una questione di tempo libero, ma un’affermazione collettiva di dignità, autonomia e diritto a una vita al di fuori del lavoro. Nel suo centesimo anniversario il compito non è solo accorciare la settimana lavorativa, ma ritrovare lo spirito e la determinazione per adeguare l’economia ai bisogni umani, invece del contrario”, conclude Sriskandarajah.
Negli ultimi anni il movimento per una settimana lavorativa di quattro giorni ha registrato un forte sviluppo nel mondo, con un numero crescente di aziende e organizzazioni che stanno sperimentando o adottando questo modello, senza ridurre la retribuzione dei lavoratori. Sono stati riscontrati vantaggi sia per i dipendenti sia per i datori di lavoro, tra cui un migliore equilibrio tra vita professionale e privata, una riduzione dello stress e un aumento della produttività, grazie principalmente all’eliminazione delle perdite di tempo e delle riunioni inutili.
Una delle principali organizzazioni impegnate a promuovere la settimana corta è la non profit 4 Day week global, che coordina progetti basati sullo schema “100-80-100” (il 100 per cento della retribuzione per l’80 per cento del tempo lavorato, garantendo il 100 per cento della produttività).
In Europa paesi come Islanda, Paesi Bassi, Belgio, Germania e Spagna sono all’avanguardia, mentre l’Italia è in ritardo. Alcune grandi aziende italiane hanno però adottato accordi sindacali che prevedono forme di settimana corta.
Simon Dunaway
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