Nonostante i continui attacchi alle politiche per il clima e il motto “drill, baby, drill” , il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dato un enorme impulso alla rivoluzione verde attaccando l’Iran.

La Repubblica islamica ha reagito bloccando quasi tutto il traffico nello stretto di Hormuz, una rotta attraverso cui passa un quinto del petrolio mondiale e un quinto delle forniture di gas via mare, colpendo giacimenti di petrolio e gas con droni e missili.

Il costo del petrolio è salito, da circa 70 dollari, a più di cento dollari al barile e anche i prezzi del gas naturale sono aumentati rapidamente in gran parte del mondo. I paesi arabi hanno deviato quanto più carburante possibile verso gasdotti e oleodotti, ma si prevede che i prezzi rimarrano alti.

Anche se il petrolio dovesse scendere a una media di 85 dollari al barile nel corso dell’anno, secondo il centro studi Ember questo costerebbe ai paesi importatori di combustibili fossili circa 240 miliardi di dollari in più.

Ma espandendo il più possibile l’adozione di fonti rinnovabili, veicoli elettrici e pompe di calore si potrebbe ridurre quel costo del 70 per cento.

“Il conflitto in Iran sarà quasi certamente un acceleratore della transizione energetica”, dice Sam Butler-Sloss di Ember. “Con l’aumento dei prezzi e la crescente consapevolezza della fragilità del sistema basato sui combustibili fossili, diventa sempre più evidente che i paesi devono trovare forme di energia più sicure. E in qualsiasi posto del mondo ci sono sole e vento in abbondanza”.

Gli effetti di questa crisi energetica avranno conseguenze ancora più vaste dell’invasione russa dell’Ucraina nel 2022, che ha ridotto i flussi di petrolio e gas russi verso l’Europa.

Da allora, la capacità annuale di installazione del solare nell’Unione europea è più che raddoppiata e quella del Regno Unito è aumentata di circa due terzi. Anche l’energia eolica ha continuato a crescere. Le rinnovabili rappresentano oggi circa il 45 per cento della capacità energetica globale.

Ora la regione più vulnerabile è l’Asia, che riceve quattro quinti del petrolio e del gas naturale liquefatto (gnl) trasportati attraverso lo stretto di Hormuz. Giappone e Corea del Sud dipendono dallo stretto per il 70 per cento del loro petrolio, e Taiwan per un terzo del suo gas naturale.

Fino alla metà delle importazioni di petrolio e gas naturale dell’India passa dalla stessa rotta, tanto che alcuni ristoranti hanno dovuto limitare i menù a causa della carenza di gas da cucina. “L’Asia sta vivendo il suo ‘momento Ucraina’”, afferma Butler-Sloss.

Brusco risveglio

A breve termine le emissioni di gas serra potrebbero perfino aumentare perché paesi come Giappone e Corea del Sud hanno cominciato a produrre più energia dal carbone, che è due volte più inquinante del gas naturale. Stanno anche aumentando la produzione di energia dalle centrali nucleari esistenti.

Seoul si è però impegnata ad accelerare i finanziamenti, le autorizzazioni e l’accesso alla rete per i progetti eolici e solari e il primo ministro indiano Narendra Modi ha dichiarato l’11 marzo che il solare e i veicoli elettrici aiuteranno a ridurre la dipendenza del paese dalle importazioni di combustibili.

“Le economie asiatiche stanno avendo un brusco risveglio, proprio come l’Europa quattro anni fa”, afferma Pavel Molchanov della società di investimenti Raymond James & Associates. “Un risveglio che spingerà verso una maggiore presenza delle rinnovabili nel mix elettrico perché, di nuovo, le forniture di combustibili fossili sono a rischio”.

Alcuni analisti si aspettano che la Cina, che già installa più energia solare ed eolica del resto mondo messo insieme, acceleri ancora di più in questa direzione, perché quasi la metà delle sue importazioni di petrolio greggio passa attraverso lo stretto di Hormuz. Allo stesso tempo, dato che il maggior produttore mondiale di carbone, è probabile che aumenti anche il peso del carbone nel suo mix energetico.

“La Cina seguirà la sua storica strategia energetica di usare tutto il possibile”, afferma Li Shuo dell’Asia society policy institute. “Ed è proprio la lezione che trarranno molti altri paesi”.

Dove ci sono reti elettriche deboli, però, l’aumento dei costi del gas naturale e del diesel renderà ora il solare più attraente sia per le aziende energetiche sia per i piccoli centri e le famiglie. Dopo che l’invasione russa dell’Ucraina ha di fatto escluso il Pakistan dal mercato del gnl, per esempio, il solare è passato dal 4 al 25 per cento della produzione pachistana di elettricità, in gran parte grazie ad abitazioni e aziende che hanno installato pannelli solari cinesi a basso costo.

A lungo termine, a ottenere il vantaggio maggiore potrebbe essere la diffusione dei veicoli elettrici. La maggior parte del gas naturale viene trasportata non via nave ma attraverso i gasdotti, quindi i prezzi potrebbero scendere più rapidamente. Quello del petrolio, invece, è un mercato globale con un prezzo globale. Gli automobilisti si stanno trovando davanti a prezzi altissimi alla pompa anche negli Stati Uniti, il maggior produttore mondiale di petrolio.

Secondo il centro studi Ember, molti prenderanno in considerazione l’acquisto di un’auto elettrica e i governi dovrebbero incentivarli, perché questa “super-leva” potrebbe ridurre di un terzo le spese dei paesi importatori di combustibili fossili.

Dato che la vita media di un’auto è di quasi vent’anni, però, ci vorrà tempo prima di vedere un aumento significativo dei veicoli elettrici sulle strade, afferma Michael Liebreich, consulente energetico della Liebreich Associates. La sostituzione del gas naturale con le rinnovabili per la produzione di elettricità sarà invece visibile rapidamente e continuerà anche se i prezzi del gas dovessero scendere, aggiunge.

“In un mondo che dispone di vento, sole e batterie a basso costo ed è sempre più restio a dipendere dai mercati globali delle materie prime, l’idea che la domanda di gas sia destinata a crescere è sbagliata. È roba passata”, conclude Liebreich.

(Traduzione di Giusy Muzzopappa)

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