“Scrolli senza pensarci e perdi la cognizione del tempo”, ammette Ramón, un quindicenne spagnolo, parlando delle sue abitudini sui social media. “Vedi ragazzine che si mostrano in modo sessualizzato, incidenti d’auto, roba davvero violenta”, continua. “Tutti quelli che conosco guardano questo tipo di contenuti”. E soprattutto a scuola, dice Ramón, questa roba “ti incasina la testa e la capacità di attenzione”.
Eppure il piano annunciato all’inizio di febbraio dal governo spagnolo per vietare i social media ai minori di 16 anni lo lascia indifferente. Ramón immagina che i suoi coetanei troveranno facilmente il modo di aggirarlo. Sua madre è d’accordo: convinta che, in un modo o nell’altro, i ragazzi rimarranno inevitabilmente attivi sui social, preferirebbe che il governo cercasse di limitarne gli effetti più dannosi introducendo una regolamentazione. “Un divieto assoluto può sembrare una decisione coraggiosa, ma in realtà spinge gli adolescenti verso un uso più rischioso e meno controllabile ”, dice.
Non è solo il governo spagnolo a preoccuparsi del rapporto tra adolescenti e social media. Nel dicembre scorso l’Australia ha vietato ai minori di 16 anni di aprire account sui social. La camera dei lord nel Regno Unito e l’assemblea nazionale francese hanno votato a favore di restrizioni simili a gennaio. L’Indonesia ha varato di recente un provvedimento del genere, e anche l’Austria, la Repubblica Ceca, la Danimarca, la Grecia, la Malaysia e la Norvegia si stanno muovendo nella stessa direzione. In Brasile sta per entrare in vigore una legge sulla verifica dell’età per l’uso delle piattaforme social. La Cina, che aveva già imposto restrizioni ai minori sui giochi online, ha introdotto nel 2019 dei limiti volontari sul tempo di utilizzo. Negli Stati Uniti in diversi casi è stato limitato l’accesso per gli adolescenti o si stanno introducendo nuove regolamentazioni. La California, per esempio, sta per intervenire sui feed algoritmici per i minorenni. Anche i tribunali statunitensi si stanno occupando della questione: il 9 febbraio sono cominciate le udienze di due cause d’importanza storica, una contro la Meta e YouTube, le cui app sono accusate di creare dipendenza, e l’altra solo contro la Meta, per verificare se le sue piattaforme fanno abbastanza per proteggere i minorenni dai predatori online.
Questa ondata di restrizioni porterà grandi cambiamenti nella vita degli adolescenti, che negli Stati Uniti, per fare solo un esempio, trascorrono in media quasi cinque ore al giorno sulle piattaforme social, usate per motivi molto diversi: dai compiti alle relazioni sociali. E fa tremare un’industria che genera centinaia di miliardi di dollari all’anno in ricavi pubblicitari. Ma come prevedono Ramón e sua madre, applicare le nuove regole sarà più complicato di quanto immaginano i loro sostenitori. Alcune conseguenze impreviste sono già evidenti.
Una generazione ansiosa
Da tempo l’età minima per iscriversi a quasi tutte le piattaforme social è 13 anni, un limite introdotto, nella maggior parte dei casi, dopo l’approvazione del Children’s online privacy protection act (Coppa), la legge statunitense del 1998 che tutela la privacy online dei minorenni. È una normativa largamente ignorata dagli utenti e di fatto pressoché inapplicata dalle aziende dei social, che di solito si limitano a chiedere ai nuovi iscritti se hanno l’età richiesta senza fare altre verifiche. Le piattaforme sostengono di impedire l’accesso agli utenti troppo giovani, ma a quanto pare i loro sforzi hanno scarsa efficacia. Stando a sondaggi dell’autorità regolatrice britannica delle comunicazioni, Ofcom, più della metà dei bambini tra i dieci e i dodici anni usa Snapchat, più del 60 per cento TikTok e più del 70 per cento WhatsApp. Tutte e tre le app teoricamente prevedono un’età minima di 13 anni.
I governi, che in passato hanno chiuso un occhio su queste pratiche, sembrano aver deciso che i social media stanno “arrecando danni sociali ai nostri ragazzi”, per usare le parole del primo ministro australiano Anthony Albanese. Le app social sono accusate di provocare depressione e agevolare i predatori, portando – nei casi più estremi – al suicidio o ad abusi. Libri come La generazione ansiosa di Jonathan Haidt (Rizzoli 2024) hanno contribuito a diffondere la convinzione che i telefoni e i social media stiano alterando l’infanzia, con effetti gravemente nocivi. Di certo i social assorbono enormi quantità del tempo di ragazzi e ragazze, tempo che molti genitori preferirebbero vedere impiegato diversamente.
Alcuni ricercatori hanno teorizzato una nuova patologia, il “disturbo da uso dei social media”, modellata sulle diagnosi esistenti per la dipendenza dai videogiochi e dal gioco d’azzardo. I sintomi sono l’incapacità di controllare l’impulso a usare le app, un disagio persistente legato al loro utilizzo, la tendenza a trascurare funzioni essenziali (sonno, cura della persona, rapporti sociali) e impegni (compiti e appuntamenti). Uno studio condotto su ragazzi tra gli undici e i 15 anni in 27 paesi europei e in Canada, basato su dati raccolti nel biennio 2017-2018, ha rilevato una prevalenza media del 7 per cento di questa problematica forma di dipendenza, con valori che vanno dal 3 per cento dei Paesi Bassi al 14 per cento della Spagna.
Le ricerche suggeriscono inoltre che i social media peggiorino ulteriormente la situazione dei minorenni più vulnerabili. La maggioranza dei ragazzi che subiscono bullismo online ne è vittima anche nel mondo reale. Uno studio condotto su giovani tra i 17 e i 25 anni con problemi di salute mentale ha rilevato che allontanarsi dai social per tre settimane produceva un piccolo miglioramento del benessere.
È meno chiaro, però, se i social media siano dannosi per tutti i ragazzi e le ragazze. Una recente rassegna della letteratura scientifica sul tema, guidata da Amy Orben dell’università di Cambridge, ha individuato prove consistenti di una debole correlazione tra il tempo trascorso sui social e l’incidenza di problemi di salute mentale come depressione e comportamenti antisociali. Tuttavia la maggior parte degli studi si basa su quello che riferiscono i soggetti stessi. Dati del genere tendono a essere imprecisi, per questo molti ricercatori ne mettono in dubbio l’affidabilità.
E soprattutto, i ricercatori pensano che non sia la quantità di tempo trascorso sui social media a influire sulla salute mentale dei giovani. Quello che forse conta di più è cosa si fa sulle app (chattare con gli amici, per esempio), il contesto in cui si usano (c’è chi continua a scrollare nel cuore della notte) e quali contenuti sono mostrati dagli algoritmi delle piattaforme. Interpretare queste informazioni estremamente complesse richiede l’accesso a dati dettagliati sul singolo utente, che di solito le aziende tecnologiche non sono disposte a rendere pubblici.
Poiché le app social evolvono rapidamente, con funzionalità sempre nuove e algoritmi potenziati dall’intelligenza artificiale, la ricerca fatica a tenere il passo. Trovare i finanziamenti per uno studio rigoroso e avviarlo può richiedere anni. “TikTok è diventato popolare tra gli adolescenti soprattutto negli ultimi due o tre anni”, osserva Victoria Goodyear dell’università di Birmingham. “E la ricerca sta cominciando solo ora a fare i conti con questa tendenza”.
A prescindere dai limiti delle indagini scientifiche, gli elettori sembrano avere le idee chiare. Nel 2025 l’azienda di sondaggi Ipsos ha chiesto a campioni di cittadini di 30 paesi se chi ha meno di 14 anni debba essere escluso dai social media. In tutti i paesi la maggioranza ha risposto sì. È una posizione largamente condivisa, al di là delle differenze demografiche e delle divisioni politiche. I sostenitori dei quattro principali partiti britannici (conservatori, laburisti, estrema destra di Reform e liberaldemocratici) sono in gran parte favorevoli a un divieto per i minori di 16 anni. Perfino negli Stati Uniti, dove la polarizzazione politica è estrema, l’idea è condivisa da repubblicani e democratici. La politica sfonda una porta aperta.
Tradurre in legge questo consenso non è però così semplice. La prima difficoltà è decidere cosa vietare. L’Australia ha fatto un’eccezione per i servizi di messaggistica come iMessage e WhatsApp, suscitando le proteste di Snapchat: la piattaforma sostiene che i suoi utenti australiani trascorrono i tre quarti del loro tempo sull’app inviando messaggi o facendo chiamate (l’app è rientrata nel divieto a causa di funzionalità aggiuntive come un feed video.) Alcuni genitori stanno facendo pressioni perché siano inclusi anche i videogame, dal momento che giochi online come Roblox consentono interazioni sociali con amici e sconosciuti. YouTube, che inizialmente sperava di essere esclusa grazie ai suoi contenuti educativi, alla fine è stata inserita nella lista delle app vietate. Alcune piattaforme non ufficialmente coinvolte hanno introdotto controlli sull’età. Substack, un servizio di blog e newsletter, in Australia e nel Regno Unito ha cominciato a escludere i ragazzi da alcune funzionalità, citando le nuove normative in vigore.
Accertare l’età degli utenti è la sfida successiva. Per evitare di fare controlli su tutti i clienti, che sono soprattutto adulti, in Australia i siti hanno cominciato a bloccare gli utenti che a loro giudizio hanno meno di 16 anni. Alcuni sono stati individuati perché avevano indicato la propria data di nascita, altri in base all’analisi del loro comportamento, cioè le persone che seguono e i contenuti con cui interagiscono. Per identificare gli utenti che non dichiarano la loro età reale, la Meta si è fatta aiutare dall’intelligenza artificiale. Ma considerato che nel solo Regno Unito più di un terzo dei ragazzi tra i dieci e i 12 anni afferma di essere su Instagram è evidente che il sistema non è affatto infallibile.
Chi deve intervenire
Chi è sospettato di essere troppo giovane ha la possibilità di dimostrare la propria età. Per esempio con la scansione facciale. Anche qui è intervenuta l’intelligenza artificiale: Yoti, che fornisce stime sull’età ad aziende come la Meta, sostiene che per stabilire l’età di una persona l’ia è più efficace degli esseri umani. Tuttavia, a causa dei dati con cui viene addestrata, dagli esseri umani ha ereditato anche i pregiudizi: si è visto che il servizio riesce a stimare l’età di un ragazzo bianco con un margine di errore inferiore ai dieci mesi, mentre nel caso di una ragazza dalla pelle scura lo scarto è di un anno e mezzo. In ogni caso, gli adolescenti australiani stanno già trovando il modo per ingannare i sistemi automatici: per esempio inquadrando un amico più grande o contraendo il volto per far risaltare le rughe. “Nessuno vuole rispettare le regole”, dice il dirigente di un’azienda tecnologica.
Se gli altri metodi falliscono, gli utenti possono dimostrare la propria età caricando i documenti. La cosa, però, comporta dei rischi. Lo scorso ottobre la piattaforma social Discord ha annunciato che alcuni hacker erano entrati nel sito di uno dei suoi partner per l’assistenza clienti, accedendo così all’archivio di documenti d’identità, nomi di utenti, indirizzi email e dati di fatturazione. La Malaysia sta valutando alcune misure per obbligare le persone a presentare un documento d’identità per registrare un account sui social media. Il governo difende la proposta parlando di tutela dei minorenni e di lotta alle frodi, ma i gruppi per le libertà civili sospettano che ci siano altri motivi per verificare l’identità di chi si nasconde dietro i post anonimi sui social.
Intanto le aziende tecnologiche discutono su chi debba controllare l’età degli utenti. Alcune piattaforme sostengono che la verifica non dovrebbe essere compito loro, ma andrebbe fatta al livello dell’hardware usato per l’accesso. L’idea è che i sistemi operativi di telefoni e computer – in genere sviluppati dalla Apple, Google o dalla Microsoft – debbano verificare l’età del proprietario e poi garantire in modo anonimo la sua idoneità ad accedere a social network, siti pornografici, piattaforme di gioco d’azzardo o di altre forme d’intrattenimento soggette a limitazioni di età. Queste aziende replicano che sono le piattaforme digitali responsabili di aver causato i presunti danni a doversi far carico delle verifiche, sottolineando che molti computer sono condivisi da utenti di età diverse. Mentre il dibattito è aperto, le aziende specializzate nella verifica dell’età si stanno organizzando. AgeKey, un sistema usato dalla Meta e da altre, accerta l’età degli utenti con una scansione facciale o caricando i documenti, e poi garantisce per loro quando richiedono l’accesso a servizi soggetti a restrizioni.
È troppo presto per verificare l’efficacia del divieto australiano. Il governo sottolinea che nel giro di pochi giorni dall’introduzione della misura sono stati disattivati 4,7 milioni di account, un numero notevole se si considera che nel paese ci sono solo 2,5 milioni di ragazzi e ragazze tra gli otto e i 15 anni. Altri ritengono che molti account siano sfuggiti ai controlli. In precedenza il governo aveva rilevato che circa il 95 per cento dei ragazzi più grandi di quella fascia di età usa almeno una piattaforma. Molti ne usano più d’una e alcuni possiedono più account sullo stesso social. Inoltre, secondo fonti interne parecchi degli account bloccati erano inattivi. Il risultato è che molti giovanissimi sono ancora sui social. “Quelli che conosco hanno trovato un modo per rimanere online”, dice un quattordicenne di Melbourne. “Non è cambiato un granché”.
Il lato oscuro
Si temeva che gli adolescenti avrebbero aggirato i divieti usando le reti private virtuali, le vpn. E in effetti questi servizi hanno registrato un’impennata di popolarità nel Regno Unito l’estate scorsa, subito dopo l’introduzione di una legge che imponeva controlli per l’accesso ai siti pornografici. Ma secondo la Apptopia, un’azienda di analisi dei dati, alla fine di gennaio l’uso delle dieci app vpn più popolari in Australia era aumentato appena del 10 per cento rispetto alle settimane precedenti al divieto. E non sembra neanche che i ragazzi si siano semplicemente spostati su social network più piccoli. Nei giorni immediatamente successivi al bando, app come Lemon8 e Coverstar hanno registrato un forte aumento dei download. Ma poco dopo tutto è tornato alla normalità. Per gli adolescenti è difficile trasferire in massa le amicizie online su nuove piattaforme.
Alcuni, però, potrebbero spostarsi su altri tipi di piattaforme esclusi dai divieti, come le app di messaggistica e i servizi di gioco online. Il problema è che le minacce non scompariranno. “I rischi legati ai malintenzionati e alla criminalità seguiranno i ragazzi”, prevede Andy Burrows, amministratore delegato della Molly Rose foundation, un gruppo di pressione fondato in memoria di una quattordicenne britannica che si è tolta la vita anche a causa dell’esposizione a contenuti sulla depressione e il suicidio su Instagram. Burrows sostiene che le piattaforme più pericolose – le app di messaggistica criptate, le piattaforme di gioco e altre comunità online – sono proprio quelle non coperte dai divieti. “Ho visto le cose più brutte che si possano immaginare, e questa è la minaccia che mi tiene sveglio la notte”, dice.
◆ Dal dicembre 2025, quando l’Australia ha introdotto il primo divieto al mondo dei social media per i minori di 16 anni, diversi paesi asiatici hanno annunciato misure simili, seguiti da Francia, Germania, Spagna, Regno Unito e Danimarca. Anche otto stati degli Stati Uniti hanno approvato leggi simili. I giganti della tecnologia calcolano che le nuove regolamentazioni nei paesi dell’Unione europea potrebbero avere ripercussioni sulle loro operazioni globali, anche per il futuro. Ai divieti preferiscono leggi che lascino ai genitori la responsabilità sui comportamenti online dei bambini, e stanno facendo un’aggressiva campagna di lobbying concentrata su Bruxelles. Nel 2025 le aziende della Silicon valley hanno speso circa 151 milioni di euro per fare pressione sui deputati del parlamento europeo. Le spese del settore sono cresciute del 55 per cento tra il 2021 e l’anno scorso. L’azienda che ha speso di più è stata la Meta, con circa dieci milioni di euro, mentre Google si è fermata a 4,5 milioni. Attualmente a Bruxelles ci sono 890 lobbisti tecnologici impiegati a tempo pieno, più dei parlamentari europei, che sono 720. Oltre a fare campagna contro i divieti sui social media, stanno cercando di bloccare le normative sull’intelligenza artificiale e sulla protezione dei dati. Le aziende tecnologiche stanno anche corteggiando i parlamentari europei dell’estrema destra, i cui voti sono spesso decisivi. Vivienne Walt, The New York Times, Stati Uniti
Anche per questo tante organizzazioni per la tutela dei minorenni si oppongono ai divieti. La Molly Rose foundation è tra i 42 firmatari di una lettera aperta contro l’approvazione di divieti generalizzati nel Regno Unito. Oltre a creare un falso senso di sicurezza, queste misure porterebbero i ragazzi, privi di qualunque esperienza sui social media, ad avvicinarsi ad app senza filtri. “Stiamo insegnando ai ragazzi a nuotare o li stiamo buttando nell’acqua alta quando compiono 16 anni?”, chiede Kathryn Modecki del Kids research institute Australia.
Invece di escludere i minorenni, sostengono gli attivisti, le aziende tecnologiche dovrebbero essere obbligate a rendere le piattaforme più sicure. Instagram, TikTok e YouTube hanno introdotto “account per adolescenti”, che includono misure di sicurezza, come contenuti filtrati e avvisi sull’uso eccessivo. Il divieto australiano non prevede eccezioni per questo tipo di prodotti, eliminando così ogni incentivo a svilupparli e migliorarli. Perfino le piattaforme che non hanno versioni esplicitamente dedicate ai minorenni tendono a personalizzare i contenuti in base all’utente, e potrebbero quindi proporre materiali diversi per adulti e adolescenti. Però questo può funzionare solo se l’utente accede con il suo account. Oggi in Australia i ragazzi non possono più avere un account, ma possono comunque usare le piattaforme di social media senza effettuare il login. Il risultato è che vedono un feed non filtrato.
Il caso cinese
Nessun sistema è completamente a prova di errore. La Cina ha regole tra le più rigide al mondo in tema di ragazzi e social media. Le autorità hanno sviluppato una complessa “modalità minorenni” attivabile volontariamente sulla maggior parte dei dispositivi. L’accesso è consentito solo a versioni delle app adatte ai minorenni, il tempo di utilizzo è limitato e non ci si può connettere di notte. I contenuti sono inoltre suddivisi in cinque fasce a seconda dell’età. Tra le altre cose, ai minori di 16 anni è vietato trasmettere in diretta.
Tuttavia, la parte volontaria di queste misure resta scarsamente applicata e i sistemi per aggirare le funzioni obbligatorie non mancano. Nonostante vent’anni di restrizioni su videogiochi e social media, in Cina esiste una fiorente industria che promette cure miracolose per gli adolescenti dipendenti dagli schermi. Le immagini postate da genitori che per disperazione distruggono i telefoni e i computer dei figli sono diventate quasi un meme, in modo anche piuttosto paradossale. Intanto i giovani e le aziende tecnologiche hanno trovato una scappatoia negli smartwatch, che sono soggetti a regolamentazioni meno stringenti e possono quindi offrire social media e giochi capaci di creare dipendenza. Naturalmente le autorità cinesi hanno promesso che interverranno anche sugli schermi più piccoli.
Pochi paesi occidentali si spingeranno fino a questo punto. Ma con la diffusione dei limiti di età, le aziende tecnologiche stanno valutando l’impatto sui loro ricavi. Gli effetti non saranno uniformi: secondo stime dell’azienda di ricerca eMarketer sugli Stati Uniti, solo un utente su venti di Facebook e uno su cinque di Snapchat ha meno di 18 anni. Gli utenti più giovani non sono particolarmente interessanti per gli inserzionisti. Dal 2023, a causa di una disputa legale con le autorità di regolamentazione, la Meta non può mostrare pubblicità ai minori di 18 anni nell’Unione europea, il suo secondo mercato più importante. Eppure, i bilanci non ne hanno risentito in modo significativo. Di recente i dirigenti di Snapchat hanno ammesso che il divieto australiano ha causato un calo degli utenti, aggiungendo però che i ricavi pubblicitari provenienti dagli under 18 “non sono rilevanti”.
Più regole per tutti
Eppure nessuna piattaforma vuole perdere i clienti più giovani. Per prima cosa, chi si avvicina a un’app da giovanissimo diventerà un utente molto redditizio in età adulta. Resta da vedere se chi è escluso dai social network nell’adolescenza perderà interesse quando avrà raggiunto l’età consentita. Ma, soprattutto, le aziende sanno che i giovanissimi capaci di imporre tendenze e mode sono motori importanti della cultura popolare, oltre che creatori di contenuti molto seguiti.
Il rischio maggiore per le aziende tecnologiche – e il primo obiettivo di chi le critica – è che l’impegno a favore della regolamentazione dei social media possa portare all’approvazione di norme più rigorose anche per gli utenti adulti. L’Unione europea sta già spingendo in questa direzione: il 6 febbraio una decisione preliminare della Commissione ha stabilito che TikTok viola il Digital services act perché il suo “design crea dipendenza”, a causa di elementi come lo scorrimento infinito, l’autoplay, le notifiche push e le raccomandazioni personalizzate: tutti ingredienti fondamentali del suo successo. Dopo anni di dibattiti e riflessioni sui contenuti delle app, oggi i regolatori sembrano preoccuparsi anche del loro design. È una tendenza preoccupante per le aziende tecnologiche, perché tocca un nodo centrale della loro offerta ed è difficile da liquidare invocando la libertà di parola.
Secondo Burrows le aziende dei social dovrebbero essere regolamentate come quelle finanziarie, con l’obbligo di pubblicare informazioni e notificare alle autorità di controllo il lancio di nuove funzionalità o prodotti. Queste tutele avrebbero potuto fermare Grok, il chatbot di X attualmente oggetto di un’indagine della Ofcom per aver generato immagini di adulti e minori nudi senza che i diretti interessati ne fossero a conoscenza. In fondo, se i social causano problemi agli adolescenti, è difficile immaginare che i danni si fermino al raggiungimento dei 16 anni. ◆ gc
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Questo articolo è uscito sul numero 1657 di Internazionale, a pagina 42. Compra questo numero | Abbonati