Fedele all’unico principio che lo guida – “La mia moralità. La mia mente è l’unica cosa che può fermarmi” – Donald Trump continua a incendiare il mondo. Mentre vanno letteralmente a fuoco i pozzi e i depositi di petrolio e gas naturale in Medio Oriente, mentre lo stretto di Hormuz è ancora paralizzato e aziende e persone comuni cominciano a fare i conti con l’aumento dei prezzi dell’energia, i governi fanno a gara per accaparrarsi le scorte di greggio e gas in circolazione e cercano di capire a quali fonti si possa ricorrere per compensare gli effetti della guerra in Iran e garantire la propria sicurezza energetica. Hanno sicuramente più vantaggi i paesi che dispongono del nucleare e di una buona produzione di energia rinnovabile; per tutti gli altri, spesso, la scelta più immediata è puntare sul carbone, la fonte più inquinante. Una cattiva notizia per l’ambiente.

Il problema riguarda soprattutto l’Asia, ma non solo. Il 16 marzo il governo della Corea del Sud ha dichiarato che innalzerà la soglia massima per la generazione di elettricità con il carbone (finora fissata all’80 per cento della capacità) e rafforzerà la produzione delle centrali nucleari. In particolare Seul ha intenzione di completare al più presto i lavori di manutenzione in corso in sei impianti nucleari. Al centro dell’attenzione anche il settore delle petrolchimica, messo in difficoltà dalla carenza di alluminio e zolfo, oltre che dal forte rincaro del prezzo della nafta.

Anche le Filippine, che poco meno di un anno fa avevano annunciato il calo del consumo di carbone per la prima volta in 17 anni grazie all’impiego del gas naturale liquefatto (gnl), dichiarano che nei prossimi mesi saranno costrette a ricorrere di più a questa fonte. Il governo di Manila ha avviato trattative con l’Indonesia per aumentare le importazioni della materia prima, ma Giacarta ha fatto sapere che darà priorità ai suoi bisogni nazionali. Il Bangladesh, invece, ha deciso di puntare per il momento su blackout programmati e su potenti (ma dispendiosi e inquinanti) generatori di elettricità alimentati con il diesel per compensare il calo di produzione delle centrali a gas. Stanno puntando sul carbone anche la Thailandia, Taiwan e il Pakistan.

Alla tendenza non sfuggono neanche le due principali economie del continente. L’India ha detto di essere pronta per una domanda di carbone “senza precedenti” per soddisfare il fabbisogno energetico nazionale. Secondo il governo di New Delhi, la produzione del settore ha raggiunto livelli inediti: il 9 marzo il colosso Coal India disponeva di 121 milioni di tonnellate di carbone, contro i 106 milioni di un anno fa; in questo momento il paese ha complessivamente 210 milioni di tonnellate, il livello più alto di sempre. Intanto molte famiglie e aziende della ristorazione indiane a corto di gas hanno cominciato a usare la legna per cucinare.

Da parte sua la Cina può contare su solide riserve di gas e petrolio e soprattutto sullo straordinario sviluppo delle fonti rinnovabili; eppure già un anno fa batteva ogni record nell’uso del carbone, confermandosi tra i leader mondiali nelle emissioni nocive, con una quota del 30 per cento. L’anno scorso Pechino stava costruendo centrali elettriche alimentate a carbone per una potenza complessiva di 94,5 gigawatt, la più alta degli ultimi dieci anni. Allo stesso tempo il governo cinese aveva riattivato progetti sospesi che aggiungeranno altri 3,3 gigawatt di potenza. È improbabile che la crisi iraniana aiuti a invertire la tendenza.

A quattro anni dall’inizio della guerra in Ucraina, e dopo essersi resa indipendente dalle forniture energetiche della Russia, è in difficoltà anche l’Unione europea, dove i prezzi del gas attualmente sono superiori del 50 per cento rispetto all’inizio del 2022 e i serbatoi sono pericolosamente vuoti. In questi anni Bruxelles ha scelto di puntare sul gnl proveniente da varie zone del mondo, tra cui gli Stati Uniti e il Qatar. Ora però deve contendere alla concorrenza asiatica le poche navi in circolazione.

È frequente in questi giorni che imbarcazioni con carichi di gnl destinati all’Europa cambino rotta in pieno oceano perché un altro cliente offre di più. Il settore della navigazione commerciale, scrive il Financial Times, si è trasformato in un “selvaggio west”: intimorite dagli attacchi in Medio Oriente, “le maggiori compagnie di spedizioni marittime, tra cui Msc, Maersk, Cma Cgm e Hapag-Lloyd, si riservano di ricorrere a una norma dell’ottocento che gli consente di lasciare il carico al porto più vicino disponibile a spese del cliente”.

Il costo dell’energia è stato al centro di un incontro dei ministri dell’energia europei il 16 marzo e soprattutto del vertice dei capi di stato del 19 marzo. I paesi sono divisi sulla linea da adottare. Al centro dei contrasti c’è la necessità avanzata da alcuni governi, tra cui quello italiano, di allentare le norme sugli obiettivi di decarbonizzazione. In particolare si chiede di sospendere l’Emissions trading system (Ets), il meccanismo di scambio di anidride carbonica che prevede di ridurre le emissioni imponendo maggiori costi alle industrie che ne producono di più.

Tra gli effetti di una misura simile ci sarebbe proprio il ricorso più facile al carbone: il ministro italiano dell’ambiente, Gilberto Pichetto Fratin, ha affermato che “in un momento di difficoltà internazionale non vorrei mai riattivare le centrali a carbone, ma so che vanno considerate come riserva, nell’interesse del nostro paese”. Soprattutto se i prezzi dovessero crescere ancora.

Ora i governi saranno costretti ad adattarsi al nuovo scenario dei mercati mondiali introducendo forme di sovvenzione per calmierare i prezzi e ricorrendo di più al carbone per garantire la sicurezza energetica, quanto fino al termine del conflitto. Ma, come ricorda il New York Times, nel medio e lungo periodo dovrebbero guadagnare terreno le fonti rinnovabili, che permetterebbero a tutti di non dipendere eccessivamente dal gas e dal petrolio, oltre che dai rovesci della geopolitica, senza allo stesso tempo affossare l’ambiente.

Dopo l’invasione russa dell’Ucraina, l’Unione europea ha rafforzato gli investimenti nell’energia solare passando da quaranta a 65 gigawatt all’anno (un gigawatt produce l’energia sufficiente a circa trecentomila abitazioni). Secondo l’Agenzia internazionale per l’energia, nel 2025 sono stati spesi più di 780 miliardi nelle rinnovabili, molto più di quanto è stato investito nelle infrastrutture petrolifere. Tuttavia, aggiunge il quotidiano statunitense, “ci sono ancora ostacoli che mercati come quello europeo o quello indiano devono superare, per esempio l’adeguamento della rete elettrica”.

Un’altra opzione, conclude il New York Times, è il nucleare. Il Giappone sta facendo ripartire gradualmente i suoi impianti, chiusi nel 2011 dopo la catastrofe di Fukushima. Di nucleare si parla anche in Europa – compresa l’Italia – e negli Stati Uniti (l’amministrazione Trump ha studiato un piano da ottanta miliardi di dollari per finanziare nuove strutture). Ma anche in questo campo bisogna fare i conti con la Cina, che da almeno vent’anni sta investendo pesantemente nel settore.

Oltre a essere il paese che ha installato più pannelli solari e pale eoliche rispetto al resto del mondo messo insieme, il gigante asiatico sta costruendo decine di impianti nucleari. Come scrive Bloomberg, la Cina procede al ritmo di dieci centrali all’anno, e di questo passo diventerà la leader mondiale entro il 2032. Anche perché riesce a farlo a costi inferiori di un quinto rispetto a quelli sostenuti dagli Stati Uniti e dall’Europa.

Questo testo è tratto dalla newsletter Economica.

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