Nel 2025 il presidente Vladimir Putin e il suo collega iraniano Masoud Pezeshkian hanno firmato il Trattato di partenariato strategico globale, impegnandosi a opporsi alle interferenze straniere negli affari interni ed esterni dei loro paesi. Mosca e Teheran hanno presentato l’accordo come il consolidamento definitivo dei legami tra i due regimi. Eppure, quando alla fine di febbraio gli Stati Uniti e Israele hanno lanciato l’attacco all’Iran – il secondo in appena otto mesi – la Russia è rimasta a guardare. Putin ha definito l’uccisione della guida suprema iraniana Ali Khamenei una “cinica violazione di tutte le norme della morale umana e del diritto internazionale”, e il ministero degli esteri russo ha chiesto “un’immediata deescalation, la fine delle ostilità e la ripresa dei processi politici e diplomatici”. Ma in nessuna delle due dichiarazioni veniva citato il presidente degli Stati Uniti Donald Trump né si ipotizzava un intervento in difesa dell’Iran.

In questo modo Mosca è rimasta fedele alla lettera del trattato, che non include una clausola di difesa reciproca, ma non ha fatto molto per aiutare un paese che è un alleato chiave in Medio Oriente e un complice essenziale della guerra di Putin contro l’Ucraina. Secondo il Washington Post e la Cnn la Russia potrebbe aver aiutato l’Iran fornendo informazioni sugli obiettivi da colpire e tattiche avanzate per l’uso dei droni, ma un’assistenza così limitata difficilmente avrà un impatto significativo.

L’inerzia del Cremlino in Iran segue uno schema ormai familiare: quando i suoi amici sono in difficoltà, Mosca si limita a rilasciare dichiarazioni molto dure, senza fare nulla di più. Alla fine del 2023 non è intervenuta nel conflitto lampo tra l’Azerbaigian e la sua alleata Armenia, permettendo a Baku di riprendere il controllo della provincia del Nagorno-Karabakh. Nel 2024 ha lasciato che le forze ribelli rovesciassero il regime di Bashar al-Assad in Siria. Nell’ultimo anno gli Stati Uniti (insieme a Israele) hanno bombardato impianti nucleari e basi militari in Iran, uccidendo alti funzionari, generali e scienziati nucleari. Poi hanno rapito il presidente venezuelano Nicolás Maduro, il principale partner dei russi in America Latina, praticamente senza che Mosca muovesse un dito. Tutte queste vicende mettono a nudo i limiti del potere russo al livello globale.

Tuttavia l’attuale guerra in Iran ha conseguenze non volute che fanno il gioco della Russia. Con il prolungarsi del conflitto i prezzi dell’energia sono destinati a salire, cosa che porterà parecchio denaro nelle casse dello stato, aiutandolo ad affrontare un deficit di bilancio che dall’inizio della guerra in Ucraina è in costante crescita. Per cercare di rallentare l’aumento dei prezzi, il 12 marzo il dipartimento del tesoro degli Stati Uniti ha annunciato la revoca temporanea delle sanzioni sulla vendita del petrolio russo bloccato in mare. Nel frattempo la Cina, preoccupata per la stabilità sul lungo periodo delle forniture energetiche dal Medio Oriente, potrebbe scoprire di avere ancora più bisogno del greggio e del gas russi.

E naturalmente la guerra in Iran rappresenta un’ulteriore distrazione per gli Stati Uniti , assorbendo le risorse e le energie che Washington avrebbe potuto destinare ai suoi partner europei e all’Ucraina. Forse la Russia non è in grado di proteggere i suoi alleati, ma è capacissima di adattarsi ai fallimenti strategici altrui e di sfruttarli a suo vantaggio.

Un matrimonio di convenienza

Dopo il crollo dell’Unione Sovietica, nel 1991, Mosca e Teheran capirono che una collaborazione strategica sarebbe stata nell’interesse di entrambe. Per secoli i due paesi erano stati rivali, in competizione per il controllo del Caucaso e dei territori affacciati sul mar Caspio. Ma all’inizio degli anni novanta la Russia cercava di vendere le sue tecnologie militari e nucleari civili ereditate dall’era sovietica. Devastato dalla guerra con l’Iraq e isolato dalle sanzioni occidentali, l’Iran era l’acquirente perfetto.

Fino ai primi anni duemila la Russia inviò a Teheran sistemi d’arma ancora oggi essenziali per le forze armate iraniane. Questi trasferimenti furono importanti per l’Iran, ma non portarono alla nascita di una vera alleanza militare. Le consegne russe erano episodiche e limitate dalle sanzioni occidentali, e non includevano gli armamenti e i mezzi più potenti e avanzati.

Inoltre, mentre vendeva armi a Teheran, Mosca manteneva relazioni in materia di sicurezza anche con l’Egitto, Israele e gli stati del Golfo, tutti rivali o nemici dell’Iran. I funzionari iraniani erano a conoscenza di questa tattica, e cominciarono a covare un forte risentimento. Nel 2010, piegandosi alle pressioni occidentali, la Russia sospese le forniture del sistema di difesa S-300 all’Iran e accettò le sanzioni dell’Onu a cui in privato si opponeva. In quella fase voleva apparire come un membro affidabile del Consiglio di sicurezza dell’Onu ed essere considerata un partner prezioso per gli Stati Uniti, così trattò l’Iran più come una pedina da usare nei negoziati con Washington e Bruxelles che come un alleato.

Nei primi anni duemila la Russia e l’Iran provarono a collaborare nel settore del petrolio e del gas – la spina dorsale delle loro economie – ma con scarso successo. Le compagnie petrolifere russe esaminarono alcune opportunità di esplorazione e produzione in Iran, senza però concludere accordi. Anche il volume degli scambi commerciali tra i due paesi rimase abbastanza ridotto: Mosca vendeva soprattutto grano e combustibile nucleare all’Iran, che invece esportava frutta, fresca e secca, e ortaggi.

Nel 2015, con la guerra civile in Siria, la Russia e l’Iran si sono coordinate in un’alleanza tattica a sostegno del regime di Assad. Mosca forniva supporto aereo, mentre Teheran aiutava le forze di terra del regime, inviando consiglieri militari e incoraggiando Hezbollah, la milizia sciita libanese sostenuta dagli iraniani, a unirsi alla lotta a fianco di Assad.

Ma solo con l’invasione russa dell’Ucraina, nel 2022, il rapporto tra Mosca e Teheran si è trasformato in un’alleanza solida e bilanciata.

Già impegnata in Ucraina, la Russia può offrire ben poco ai suoi amici autoritari

Dal febbraio 2022 il Cremlino chiede tre cose ai suoi partner: supporto alla campagna militare contro Kiev; aiuti per aggirare le sanzioni e sostenere l’economia russa; uso di strumenti di pressione e ritorsione contro la coalizione occidentale che appoggia l’Ucraina. L’Iran soddisfaceva tutti e tre questi criteri, ed è diventato quindi il principale alleato di Mosca nel Medio Oriente. Avvicinandosi a Teheran, la Russia ha indebolito i suoi rapporti con Israele, che ha così cominciato a condividere tecnologie militari con Kiev. A quel punto il Cremlino ha deciso che la collaborazione con Teheran era la priorità.

La guerra in Ucraina ha capovolto la logica del rapporto di sicurezza tra Teheran e Mosca. Per la prima volta l’Iran è diventato un fornitore netto di armi alla Russia, soprattutto di droni kamikaze Shahed, che le forze russe hanno cominciato a usare nell’autunno del 2022 per integrare le scorte in esaurimento di missili di precisione. Mosca si è mossa subito per fabbricare autonomamente i droni, riprogettandone i componenti interni per adattarli alle capacità delle sue industrie, limitate dalle sanzioni, e aumentando rapidamente la produzione.

In cambio, secondo quanto riportato dai mezzi d’informazione, la Russia ha fornito all’Iran nuovi equipaggiamenti militari. Teheran ha anche firmato contratti per acquistare caccia Su-35 e sistemi portatili di difesa aerea, ma non si sa se le consegne siano già avvenute. Il settore chiave della loro cooperazione in materia di sicurezza è, comunque, probabilmente lo spazio: l’esperienza e le infrastrutture russe sono state essenziali per lo sviluppo dei missili balistici iraniani. Nel 2023 l’allora direttore della Cia William Burns avvertiva che i tecnici russi stavano lavorando al programma missilistico iraniano e ai sistemi di lancio spaziale.

L’Iran ha anche aiutato l’economia russa a resistere alle sanzioni occidentali. Nell’ultimo decennio, è diventato abilissimo a sviluppare infrastrutture per eludere le sanzioni nel commercio del petrolio. A partire dal 2020 gli iraniani hanno creato una “flotta ombra” di petroliere che trasportano il greggio aggirando le limitazioni internazionali, affiancata da una rete di servizi per gestire le assicurazioni, i trasferimenti di denaro e altri aspetti del trasporto e della vendita del petrolio. Negli ultimi quattro anni la Russia ha adottato le pratiche messe a punto dagli iraniani, affidandosi alla loro infrastruttura logistica negli stati del Golfo. Poi ha perfezionato il sistema, esportando quantità di greggio molto maggiori di quelle vendute dall’Iran.

Da un lato questo ha avvantaggiato Teheran, aumentando il numero complessivo di petroliere della flotta ombra e riducendo così i costi; dall’altro, la Russia è diventata un paese concorrente: il suo petrolio, infatti, è venduto soprattutto a Cina e India, gli stessi acquirenti su cui puntavano gli iraniani. Nonostante tutto, il commercio tra Russia e Iran è più che raddoppiato dall’inizio della guerra in Ucraina.

Mosca ha anche aiutato l’Iran in altri modi. Nel 2023 l’ha fatto entrare nell’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai. L’anno successivo ha fatto pressione per includerlo nel gruppo ampliato dei Brics (i cui membri originari sono Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica). E nel maggio 2025 il Cremlino ha finalizzato un accordo di libero scambio tra l’Iran e l’Unione economica eurasiatica, che comprende – oltre alla Russia – l’Armenia, la Bielorussia, il Kazakistan e il Kirghizistan. Mosca ha anche collaborato con alcune milizie armate vicine all’Iran, tra cui gli huthi, fornendogli addestramento e armi.

Il nodo dell’energia

Ma anche se il rapporto tra i due paesi si è fatto sempre più stretto, l’influenza della Russia e la sua capacità di proteggere gli alleati hanno mostrato dei limiti evidenti. Mosca ha tutto quello che servirebbe all’Iran nel conflitto con Israele e gli Stati Uniti: caccia moderni, sistemi di difesa aerea e munizioni di precisione. Ma ha bisogno di queste risorse per la guerra in Ucraina. E se anche decidesse di consegnarle a Teheran, ci vorrebbe tempo. Per fare un esempio, addestrare gli iraniani all’uso di un sistema di difesa aerea S-400 richiederebbe dai sei agli otto mesi.

Con il suo esercito assorbito dalla guerra in Ucraina e senza nessuna voglia di intromettersi nell’attacco di Stati Uniti e Israele, Mosca ha offerto a Teheran ben poca assistenza, oltre alla condanna diplomatica e agli appelli alla moderazione. A frenare il Cremlino ci sono anche i negoziati in corso con l’amministrazione Trump per mettere fine alla guerra in Ucraina, da cui i dirigenti russi sperano di ottenere benefici concreti: magari un minor sostegno statunitense a Kiev e il blocco di nuove sanzioni.

In questa situazione la Russia non può permettersi di fornire un sostegno più deciso e visibile all’Iran. Il suo impegno al fianco di Teheran è limitato anche dalla necessità di non intaccare le relazioni con gli altri stati della regione. I paesi del Golfo, attualmente sotto attacco iraniano, sono a pieno titolo partner della Russia: in particolare gli Emirati Arabi Uniti, che fanno da hub logistico e finanziario per i suoi interessi, e l’Arabia Saudita, il suo principale partner nell’Opec+.

La Russia può fornire all’Iran un’assistenza di tipo diverso, come l’accesso ai dati di intelligence e sorveglianza, migliorando così la capacità di Teheran di individuare e colpire gli obiettivi. Questo aiuto è meno visibile rispetto ai trasferimenti di aerei o batterie missilistiche, ma è comunque significativo. Come ha riportato il Washington Post, alcuni funzionari dell’amministrazione statunitense hanno affermato che attività del genere sono già in corso. La loro esatta dimensione è difficile da stimare, ma l’impatto impallidisce rispetto all’assistenza fornita dagli Stati Uniti all’Ucraina dopo l’invasione russa del 2022.

Anche senza sostenere Teheran, la Russia può comunque trarre vantaggio dagli effetti della guerra. Gli Stati Uniti stanno usando in Iran sistemi di difesa aerea e munizioni di precisione di cui l’Ucraina avrebbe urgente bisogno. I missili Patriot e le armi d’attacco a lungo raggio sono limitati, e destinandoli a Israele e ai paesi del Golfo non saranno disponibili per Kiev. Un vantaggio ancora maggiore per Mosca è l’aumento del costo dell’energia. Nel 2025 i prezzi del petrolio erano scesi a causa della decisione dell’Opec+ di aumentare la produzione. Oggi la chiusura dello stretto di Hormuz sta facendo di nuovo salire i prezzi e quindi aumentare le entrate della Russia. Il Golfo è inoltre un importante fornitore di gas naturale liquefatto; anche in questo caso una drastica riduzione delle esportazioni aiuterebbe la Russia a vendere il proprio prodotto, in particolare in Asia. Un’interruzione di qualche settimana delle forniture dai paesi del Golfo potrebbe avvantaggiare i russi, ma non di molto. Con un aumento del prezzo del petrolio di 10 dollari al barile, Mosca incasserebbe circa 95 milioni di dollari al giorno, una cifra non particolarmente significativa nel breve periodo. Ma se la guerra dovesse infliggere danni pesanti e duraturi alle infrastrutture energetiche della regione, il rialzo dei prezzi di gas e petrolio sarebbe più significativo, e le casse dello stato russo se ne avvantaggerebbero nettamente. Finora gli Stati Uniti e Israele hanno evitato di prendere di mira le esportazioni petrolifere dell’Iran e di bombardare i giacimenti e i terminal, ma le cose potrebbero cambiare. Se, messo alle strette, l’Iran decidesse di infliggere i maggiori danni possibili ai paesi vicini e all’economia globale, gli effetti sulle forniture di petrolio e gas sarebbero più duraturi.

Una situazione del genere, unita al rischio di un lungo periodo di instabilità in Medio Oriente, potrebbe convincere la Cina ad attivare nuove condotte per trasportare petrolio e gas dalla Russia. Putin cerca di convincere il presidente cinese Xi Jinping a fare questo passo da anni, in particolare dal 2022, quando l’Europa ha cominciato a ridurre la dipendenza energetica da Mosca. Inoltre, la crescita dei prezzi renderebbe indispensabili le risorse russe. A quel punto i leader europei e statunitensi si troverebbero di fronte a una scelta difficile: intensificare la pressione sulla Russia, con costi economici sempre maggiori, o assumere una posizione più morbida.

Le scelte della Russia, invece, sono meno complicate. I recenti fallimenti del Cremlino nell’aiutare i suoi partner – in Siria, Venezuela e Iran – hanno messo a nudo i limiti delle sue ambizioni di potenza globale. Con tutte le risorse impegnate in Ucraina, Mosca può offrire ben poco ai suoi amici autoritari. Rimane però un obiettivo più circoscritto: incassare i vantaggi delle conseguenze dell’interventismo statunitense. ◆

Alexander Gabuev dirige il Carnegie Russia Eurasia center di Berlino.

Nicole Grajewski insegna all’istituto Science Po di Parigi e partecipa al programma sulle politiche nucleari del centro studi Carnegie endowment for international

Sergej Vakulenko è un analista del Carnegie Russia Eurasia center di Berlino. peace.

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Questo articolo è uscito sul numero 1657 di Internazionale, a pagina 22. Compra questo numero | Abbonati