Una Opel grigia si ferma nel parcheggio dello stadio comunale, vuoto in questo giovedì mattina invernale. Dal finestrino posteriore abbassato s’intravede il volto di una donna dai capelli castani: la giornalista Marilena Natale. Con un gesto della mano ci invita a seguirla. L’autista della Opel rimette in moto, inoltrandosi nelle strade deserte di Casal di Principe, in Campania, il feudo di un potente clan della camorra. L’auto grigia costeggia le alte recinzioni che proteggono alcune ville simili a fortezze con le imposte chiuse, poi parcheggia nel cortile dell’ex abitazione di Mario Caterino, un boss della camorra condannato all’ergastolo per omicidio e associazione di stampo mafioso. La casa è stata trasformata in una pizzeria che è diventata uno dei simboli della lotta alla mafia. Natale, preceduta dalla sua guardia del corpo, si ferma in un ufficio al primo piano. Accende una sigaretta e poi, come una cartomante, dispone sul tavolo i ritratti in formato A4 dei componenti della famiglia Schiavone. “Ecco il mio puzzle criminale”, dice con la voce roca. “Vogliono la mia morte. Per colpa di questa famiglia, una holding criminale, vivo sotto scorta da tredici mesi”, racconta la donna, 45 anni, madre di due figli di vent’anni, mentre indica il carabiniere in borghese appostato in un angolo del piazzale, sempre in piedi e mai con le spalle alla porta.

Da più di vent’anni la giornalista racconta le attività criminali dei boss campani. Dopo aver lavorato a lungo per La Gazzetta di Caserta, oggi è cronista di Più Enne, un’emittente locale il cui telegiornale vanta ascolti da record. Natale è l’ultima a essere entrata nel gruppo dei 19 giornalisti italiani sotto scorta. Una cifra che è stata svelata pochi mesi fa. “Io non volevo fare questo mestiere. Voglio solo scrivere per proteggere questa terra, che amo più di ogni altra cosa. Preferisco morire che vederlo vincere”, dice toccando l’immagine di Francesco Schiavone, detto Sandokan. Anche se l’uomo è in carcere dal 1998, le attività della sua famiglia non si sono fermate.

Giovanni Tizian. Roma, 14 febbraio 2018 (Tommaso Bonaventura, 3)

Protezione non gradita

La decisione di assegnare a Natale la protezione di polizia è stata presa dopo una “intercettazione” in cui Sandokan mimava un colpo di pistola alla testa mentre parlava della giornalista. “Non volevo la scorta”, afferma Marilena Natale. “Ho scritto più di 480 lettere al procuratore per rifiutarla. Mi impedisce di lavorare liberamente. E ci sono modi migliori per impiegare la forza pubblica”. Negli ultimi tredici mesi la giornalista non ha rallentato il ritmo. Oltre alle inchieste televisive, che monta a casa sua, usa la sua pagina Facebook per pubblicare notizie e informazioni sulla battaglia contro le mafie. Pubblica dei video in cui si scaglia contro i familiari e gli amici di Sandokan (che sono anche i suoi primi lettori) e raccoglie segnalazioni per portare avanti le sue inchieste.

Scandali sanitari legati alla gestione dei rifiuti, gare d’appalto truccate, arresti alle prime ore del mattino: Marilena è talmente attiva che le sue due guardie del corpo a volte fanno fatica a seguirla. Soprattutto quando riesce a infiltrarsi in incognito. Di recente ha partecipato al matrimonio di una delle figlie di Schiavone, facendosi assumere in cucina come lavapiatti, indossando una parrucca. “Non penso alla paura, ma piuttosto ai dieci figli dei quattro uomini che si alternano per proteggermi”, dice. “Se mi sparano addosso, loro sono in prima linea. Le nostre vite sono legate”. L’agente, con la pistola nascosta sotto il soprabito, annuisce con discrezione.

Daniele Piervincenzi. Ostia (Roma), 14 febbraio 2018

È stato Giuseppe Borrelli, procuratore aggiunto del pool antimafia di Napoli, a imporle la protezione di polizia. Dall’ufficio al dodicesimo piano della città giudiziaria, il magistrato, abituato a pesare con cura ogni parola, gode di una vista panoramica sulle caotiche periferie della città. Anche lui ha una scorta “di livello tre” (due poliziotti e un’auto blindata) e negli ultimi quattro anni ha lavorato per far arrestare 1.200 camorristi. “La mafia, quella calabrese o napoletana, si fonda sulla paura e ha bisogno del consenso. Perciò considera i mezzi d’informazione un nemico quando i giornalisti pubblicizzano le sue sconfitte, cementano il senso civico e dimostrano che è più utile collaborare con lo stato. La mafia non può accettare di essere contestata pubblicamente”.

Raramente i suoi collaboratori indagano su minacce di morte esplicite: le strategie d’intimidazione sono più subdole. I mafiosi “non telefonano per dire: ‘Domani, se esci, ti uccido’”, spiega Borrelli. “Creano un clima di pressione moltiplicando gli insulti sui social network, diffondendo pettegolezzi sulla vita privata, minacciando campagne di diffamazione…”. Una guerra psicologica condotta senza tregua e su tutto il territorio nazionale.

Marilena Natale. Casal di Principe (Caserta), 19 febbraio 2018

Con la giacca di tweed e la voce calma, Giovanni Tizian, 35 anni, è l’alter ego discreto della vulcanica Natale. Come la sua collega campana, questo giornalista del settimanale L’Espresso ha due agenti alle calcagna sette giorni su sette, vacanze comprese. Per lui tutto è cominciato nel 2011. All’epoca lavorava a Modena, in Emilia-Romagna, per il quotidiano La Gazzetta di Modena. Tizian, di origine calabrese e figlio di un impiegato di banca ucciso nel 1989 dalla ’ndrangheta, è un giornalista meticoloso. Nei suoi articoli aveva svelato come un affiliato dell’organizzazione criminale calabrese, Nicola Femia, si fosse accaparrato il business illegale delle macchine per il gioco d’azzardo nella regione. “Nel sud, Femia convogliava ogni due mesi tre tonnellate di cocaina. Trasferendosi al nord si era, in un certo senso, rifatto una verginità”, spiega il giornalista.

Nel dicembre del 2011 la guardia di finanza aveva intercettato una conversazione telefonica il cui tenore non lasciava dubbi. “Gli spareremo in bocca”, diceva Femia a uno dei suoi soci, contrariato dagli articoli che svelavano i meccanismi criminali. “Dal giorno dopo la mia vita è cambiata”, racconta Tizian, scarabocchiando un angolo del giornale con una biro. “Non ero preparato. A 29 anni, niente più cinema, uscite al bar, libertà di andare dove mi pare. Oggi mio figlio di tre anni chiama ‘zii’ gli agenti della scorta. Non voglio che cresca in questo clima”. Il processo al boss, nel febbraio del 2017, ha confermato l’accusa di “associazione mafiosa”. In seguito Femia, condannato a 26 anni di carcere, si è pentito. Ma i suoi figli ancora no. “Aspetto che lo facciano per poter essere ‘liberato’”, conclude il giornalista.

Raramente le minacce di morte sono esplicite: le strategie d’intimidazione sono più subdole

Oltre a Tizian e Natale, e al famoso autore di Gomorra Roberto Saviano, la lista di giornalisti italiani minacciati dalle mafie è lunga. Nell’ufficio romano dell’associazione Ossigeno per l’informazione, referente nazionale in materia di protezione dei giornalisti, il presidente e fondatore Alberto Spampinato tiene un conto preciso. “Dal 2006 abbiamo recensito 3.574 casi di giornalisti minacciati. Al momento 167 di loro beneficiano di diversi servizi di protezione”, sottolinea l’ex giornalista dell’agenzia di stampa Ansa. Fra i ritratti dei 28 giornalisti uccisi appesi alle pareti del suo ufficio c’è anche quello di suo fratello, Giovanni Spampinato, al quale spararono il 27 ottobre 1972 mentre conduceva un’inchiesta a Ragusa, in Sicilia, sul terrorismo di estrema destra. “All’epoca il caso era stato minimizzato, il processo si era concentrato sui problemi psicologici di chi gli aveva sparato e questo ha distrutto la mia famiglia”, racconta Alberto Spampinato. “Ancora oggi quando ci sono dei problemi sentiamo spesso dire che i giornalisti ‘se la sono cercata’. La solidarietà non è automatica, neanche tra colleghi”.

Secondo Spampinato, solo nell’1 per cento dei casi un giornalista minacciato ha intrapreso azioni legali. Gli attacchi in ambito giudiziario vanno più spesso in senso opposto, provengono dalle persone che si sentono diffamate dal contenuto degli articoli. “Negli ultimi mesi abbiamo notato un aumento delle querele, presentate dagli avvocati dei boss mafiosi”, prosegue. “Sono procedure lunghe e costose. Indeboliscono particolarmente quei giornalisti che non hanno il sostegno di una redazione forte”. Il ricorso massiccio alle querele è una costante anche nel Lazio, dove nel 2017 è stato censito il 40 per cento delle minacce.

L’efficacia di un video

Sotto un cielo tempestoso il lungomare di Ostia non ha niente di allegro. Gli stabilimenti balneari sono chiusi, le auto procedono senza fermarsi lungo il litorale. Daniele Piervincenzi è seduto al tavolo di un bar tranquillo, ma parla a bassa voce. Quando pronuncia il nome Spada, quasi non si fa sentire. “È successo a cinquecento metri da qui”, racconta. “Il mio errore è stato di non capire che facevo domande troppo scomode. Mettevo in discussione il suo potere, e lui doveva fare bella figura davanti ai suoi sgherri e ai pugili del quartiere…”.

L’aggressione risale al 7 novembre 2017, davanti alla palestra di Roberto Spada, fratello del boss del clan che porta lo stesso nome e che domina il centro di Ostia. Accompagnato da un cameraman, il giornalista della trasmissione di Rai 2 Nemo aveva chiesto a Spada del suo sostegno al movimento neofascista CasaPound in vista delle elezioni amministrative. Aveva insistito finché l’uomo non aveva cambiato espressione. Erano volati insulti. Poi il capobanda gli ha assestato una testata sul naso. Il video è diventato virale.

Da sapere
Aggressioni alla stampa
*Dati fino al 28 febbraio 2018. Giornalisti minacciati ogni anno in Italia e totale dei giornalisti minacciati dal 2006 a oggi (Fonte: Associazione Ossigeno per l’informazione)

Dopo l’aggressione la storia di Piervincenzi è diventata simbolo delle violenze “territoriali” compiute da gruppi mafiosi. “Ho detto a mia figlia di sei anni che mi ero fatto male giocando a rugby”, sottolinea il giornalista. “Ma continuo a interrogarmi sulle conseguenze di questo colpo. È bastato un video di trenta secondi per avviare un processo per associazione mafiosa [Roberto Spada è detenuto nel carcere di massima sicurezza di Tolmezzo, vicino a Udine], mentre altri giornalisti lavorano da anni su queste storie, correndo ogni giorno grandi rischi, senza che nessuno li ascolti”.

In seguito alla vicenda di Ostia il ministro dell’interno italiano Marco Minniti ha inaugurato un centro di coordinamento per analizzare le minacce ai giornalisti. Un primo passo istituzionale che è stato immediatamente messo in secondo piano dall’attualità internazionale. Il 25 febbraio in una casa di Veľká Mača, una piccola città della Slovacchia, è stato commesso l’ultimo omicidio legato a un’inchiesta anticorruzione che toccava gli interessi delle mafie italiane all’estero. Il giornalista slovacco Ján Kuciak e la sua compagna sono stati uccisi, lui con un colpo di pistola al torace e lei alla nuca. Il giornalista di 27 anni stava per pubblicare un’inchiesta sull’infiltrazione della ’ndrangheta in Slovacchia. ◆ gim

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Questo articolo è uscito sul numero 1247 di Internazionale, a pagina 34. Compra questo numero | Abbonati