Fino a un anno fa il mercato del petrolio somigliava a quello degli anni settanta: c’era un cartello di produttori, l’Opec, che decideva le forniture di greggio per fissare il prezzo che gli garantiva profitti e influenza politica. Poi il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha sconvolto tutto con l’attacco all’Iran nel giugno 2025, il controllo del Venezuela e il nuovo attacco all’Iran nel febbraio scorso: gli Emirati Arabi Uniti hanno lasciato l’Opec per essere più liberi; l’Iran ha chiuso lo stretto di Hormuz. La risposta dei paesi consumatori è stata l’uso delle riserve strategiche, poi costosi tagli alle accise e, ora, la delega ai gruppi petroliferi del controllo del prezzo. Dopo la Total in Francia, in Italia promettono benzina e diesel calmierati l’Eni e l’Ip.

Dal cartello dei produttori al coordinamento dei distributori. Ogni cartello si fonda però sui limiti delle quantità: se l’Eni tiene i prezzi a 1,99 euro al litro, sotto quello di mercato, la domanda supererà l’offerta e scatterà il razionamento; più il prezzo del greggio salirà, maggiore sarà il costo implicito per l’Eni. Se molti altri distributori seguiranno il suo esempio, avranno tutti la tentazione di far scendere i prezzi molto lentamente quando il costo del greggio tornerà basso, in modo da recuperare le perdite. Ridurre i consumi sarebbe una soluzione con meno controindicazioni. ◆

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Questo articolo è uscito sul numero 1685 di Internazionale, a pagina 113. Compra questo numero | Abbonati