A settembre del 1948, un medico statunitense che lavorava a Kremmling, una remota comunità rurale del Colorado, diventò una celebrità nazionale, arrivando a parlare del suo lavoro in tv e alla radio. Il motivo della sua fama era uno straordinario reportage del pionieristico fotografo W. Eugene Smith, pubblicato sul numero del 20 settembre del settimanale Life.

Intitolata Country doctor (Medico di campagna), la serie di fotografie si apriva con un pensoso ritratto del soggetto, borsa alla mano, che camminava a grandi falcate su un campo sovrastato da un cielo tempestoso. In un’altra immagine più intima, dei genitori sconvolti si abbracciavano guardando una procedura d’urgenza praticata sul loro bambino ferito. Il testo che accompagnava le foto raccontava una storia altrettanto drammatica: quella di un medico di 32 anni che si occupava da solo di una popolazione di circa duemila persone, sparse su un territorio inospitale di mille chilometri quadrati tra le colline ai piedi delle montagne Rocciose.

Il dottor Ernest Ceriani nella serie Country doctor (The LIFE Picture Collection/Getty, 3)

Dal Colorado all’Italia

“Queste duemila persone non fanno altro che ammalarsi, guarire, morire, avere bambini, essere scalciati da cavalli e tagliarsi con bottiglie rotte”, si leggeva su Life. “Un solo medico di campagna si prende cura di tutti loro. Il suo nome è Ernest Guy Ceriani”.

All’epoca la rivista Life contava circa venti milioni di lettori. “Il 30 per cento degli statunitensi se ne ritrovava una copia in mano, a casa, in biblioteca, alle stazioni degli autobus o nelle sale d’attesa di tutto il paese”, spiega Sam Stephenson, che ha scritto due libri sul lavoro di W. Eugene Smith. “L’impatto che potevano avere queste immagini è impossibile da capire oggi, quando tutti girano con una macchina fotografica in tasca”.

Riconosciuto come una delle pietre miliari del fotogiornalismo, Country doctor è stato decisivo nello sviluppo del reportage fotografico lungo. Ha indicato l’inizio di un’epoca d’oro del fotogiornalismo editoriale, che avrebbe raggiunto il suo apice negli anni sessanta e settanta, quando i lavori di fotografi come Don McCullin, Gilles Peress ed Eve Arnold mostrarono a milioni di persone immagini molto toccanti di conflitti, proteste e lotte politiche. Con il declino delle vendite e degli introiti pubblicitari subìto dalla carta stampata, il reportage fotografico è un elemento sempre più raro nel giornalismo contemporaneo.

È quasi inevitabile ripensare a Country doctor vedendo il reportage del fotografo italiano Lorenzo Meloni sull’impatto del covid-19 in Italia. Intitolato Silent squares and the scent of death: scenes from an Italy laid low by coronavirus (Piazze silenziose e l’odore della morte: scene da un’Italia messa in ginocchio dal coronavirus) e pubblicato ad aprile su Time, il reportage spicca per la sua quiete e la sua solennità. Le foto di Meloni, le immagini silenziosamente sbalorditive che ritraggono un carro funebre bianco che aspetta nel parcheggio di un cimitero o un operatore sanitario in tuta protettiva che misura la febbre a un’anziana, sembrano ben radicate nell’antica tradizione del documentario umanistico a cui Smith, forse più di chiunque altro, ha dedicato la vita.

In un’immagine Smith mostrava Ceriani steso su un tavolo operatorio, esausto. Nel testo si leggeva dei lunghi turni del dottore, del suo stipendio basso e del carico di lavoro impossibile. Ma fu la dedizione del medico alla sua vocazione a folgorare il paese, piuttosto che le inadeguatezze etiche ed economiche del sistema sanitario statunitense che lo consumavano. Avido di eroi quotidiani, il pubblico del dopoguerra ne trovò uno in quel tormentato ma determinatissimo medico, il cui tranquillo eroismo sembrava in sintonia con il fragile ottimismo e la persistente incertezza dell’epoca. “Gli Stati Uniti uscivano dal torpore della grande depressione e dalla tragedia della seconda guerra mondiale”, afferma Stephenson. “La gente scopriva un individuo che s’impegnava per far stare meglio la gente. Il messaggio di queste fotografie era sostanzialmente un messaggio di speranza”.

Ci si chiede cosa pensasse Smith – un fotografo famoso per il suo carattere combattivo, che concepiva la fotografia come una forma d’arte ma anche come uno strumento per svelare ingiustizie e ineguaglianze – della canonizzazione a mezzo stampa del dottor Ceriani. Sappiamo che, dopo essere stato 23 giorni gomito a gomito con il medico, seguendo ogni suo spostamento e accumulando centinaia di scatti, rimase insoddisfatto del servizio su Life e in seguito affermò: “Non mi piace molto ricevere complimenti per quella pubblicazione. Ho smesso di guardarla perché ogni volta ci vedo nuovi difetti. Poteva essere fatta molto meglio”.

Incontro perfetto

Eppure il reportage è stato celebrato come un incontro quasi perfetto tra immagini e parole. L’autore e curatore David Campany ricorda di aver visto le stampe di Smith in una mostra a Londra negli anni ottanta e, pur “apprezzandone la sincerità e l’impegno”, di aver ritenuto il lavoro “un po’ troppo ricercato”. Al contrario, il servizio su Life continua ad affascinarlo. “Ci sono 27 immagini e numerosi testi, perciò è un racconto molto più ricco e complesso rispetto alle foto dei reportage di Smith più conosciute. Sappiamo che il medico era una specie di ribelle. Questo non emerge in modo immediato dalle foto, ma è un aspetto importante”.

Dal canto suo, Ceriani inizialmente trovò l’esperienza molto faticosa, ma finì per adattarsi rapidamente, come faceva con qualsiasi altro aspetto della sua vita. A volte, come nel caso della foto che lo ritrae mentre attraversa il campo, Smith non era contrario a inserire un elemento coreografico per massimizzare l’effetto drammatico. Più spesso si limitava a starsene accanto a Ceriani, fotografandolo mentre lavorava, quando lo chiamavano e, a volte, mentre si rilassava con la sua famiglia.

“Non c’era mossa che Gene non seguisse da vicino”, avrebbe ricordato più tardi Ceriani. “Dovevo andare a visitare un tizio e lui era lì ad aspettare fuori dalla porta, o almeno così sembrava. Insisteva che lo chiamassi tutte le volte che succedeva qualcosa, giorno e notte. Era sempre presente. E restava sempre nell’ombra”.

Il dottor Ceriani ha trascorso il resto della sua vita lavorativa a Kremmling. È morto a 72 anni. Lo sguardo acuto e penetrante di Smith ha consegnato ai posteri la sua difficile vocazione, che per lui era normale, e le ha attribuito il valore che meritava.

Con il senno di poi, si potrebbe sostenere che Country doctor ha avuto un impatto politico ridotto ma ha cambiato radicalmente la natura della narrazione fotografica, in modi che suonano tanto più profondi in un momento come questo di crisi per la salute pubblica globale. ◆ gim

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Questo articolo è uscito sul numero 1360 di Internazionale, a pagina 66. Compra questo numero | Abbonati