Questo articolo è stato pubblicato il 6 luglio 2007 nel numero 700 di Internazionale.
Guidando lungo l’autostrada per Al Ain in direzione delle montagne che segnano il confine con l’Oman, a un certo punto si entra in quello che rimane del deserto di Dubai. Un’infinità di segnali stradali indica come raggiungere un’area ancora in costruzione che presto sarà nota come Dubailand. Una volta completato, sarà il parco tematico più grande del mondo, il doppio di Disney World in Florida. Dubailand, che dovrebbe essere inaugurato tra il 2015 e il 2018, punta a diventare il fiore all’occhiello delle infrastrutture turistiche di Dubai, con oltre 200mila visitatori al giorno.
La Dubai holding, incaricata di realizzare il megaprogetto, ha diffuso qualche dato per presentare quest’opera faraonica. Il parco si estenderà su una superficie di 278 chilometri quadrati. Ospiterà il più grande centro commerciale e la più grande ruota panoramica del mondo. Ci saranno 29 chilometri quadrati di parchi tematici e 75 chilometri quadrati dedicati a una speciale infrastruttura – Ecotourism World – con uno zoosafari, un ampio complesso di impianti sportivi e piste da sci al coperto sei volte più grandi del famoso Ski Dubai (il parco sciistico dell’emirato alto 85 metri, dove ogni notte si producono 30 tonnellate di neve artificiale sparando acqua ghiacciata da 21 cannoni appesi al soffitto).
Eppure nel rapporto sulla desertificazione pubblicato l’anno scorso dalle Nazioni Unite, gli Emirati Arabi Uniti (di cui Dubai fa parte) sono indicati come uno dei paesi più a rischio siccità, nonché uno dei più aridi e poveri di risorse idriche.
Incurante di questi dati, Dubailand offrirà ai suoi visitatori una capacità ricettiva di quasi 30mila camere distribuite su 31 hotel. Anche se a Dubai il prezzo per una camera d’albergo è tra i più alti al mondo, il paese può vantare uno dei migliori indici di occupazione camere con sei milioni di visitatori all’anno. L’emirato passa per essere uno dei posti più lussuosi e sfarzosi del globo. Decido quindi di pernottare al Burj al Arab, l’hotel a forma di vela che ormai è diventato il simbolo del paese, un po’ come l’Opera house di Sydney o il museo Guggenheim di Bilbao. Secondo alcuni è l’hotel più caro del mondo: i prezzi variano da mille a ventottomila euro a notte. Ho detto camera, ma forse è il caso di precisare che il Burj al Arab, costruito su un’isoletta artificiale creata appositamente per ospitare l’albergo, non ha camere singole. Offre solo duplex, cioè suite che si sviluppano su due piani. Naturalmente sono ospite dell’hotel: ben pochi giornalisti potrebbero permettersi di prendere anche solo un tè nell’albergo, figurarsi pernottare in una delle sue duplex.
Alloggio al trentaquattresimo piano. Dalla mia finestra, che occupa l’intera parete dal pavimento al soffitto, lo sguardo può spaziare fino al mare aperto. All’orizzonte vedo alcune draghe gigantesche che sparano in aria enormi getti di sabbia. Col tempo, le gettate di sabbia creeranno dal nulla un altro dei colossali progetti turistici di questo paese: The World, un arcipelago di trecento isole artificiali che, viste dall’alto, rappresenteranno un planisfero. Gli investitori potranno comprare una delle isole, per esempio la Gran Bretagna o l’Islanda, per un prezzo che va dai 6,2 ai 36,7 milioni di euro e costruirci sopra quello che vogliono.
A volte mi sento come risucchiato in una sorta di setta o in un culto feticista, tanto è il fervore con cui gli abitanti di Dubai credono in quello che fanno e si sentono sicuri delle loro scelte. Un po’ alla volta i miei occhi si abituano alla vista di tutto quest’oro, dei mosaici, dei marmi e degli specchi che impreziosiscono ogni superficie della mia duplex. Solo dopo comincio a notare dettagli come il menù dei cuscini, con una lista di tredici diversi modelli tra cui scegliere; o il servizio chiamato “maggiordomo personale” che, per la modica cifra di 2.500 dirham (circa 700 euro), comprende anche un bagno personalizzato agli oli aromatici, con tanto di caviale e champagne sistemati accanto alla pila di asciugamani perfettamente stirati e ripiegati. Dubai è famosa per la sua tradizione di ospitalità: è uno degli aspetti più apprezzati nei questionari di gradimento degli hotel. Può perfino capitare che un dipendente dell’albergo spunti sulla spiaggia per chiedervi se avete bisogno di una pulitina agli occhiali da sole.
L’altra faccia della medaglia
Ma come fa il piccolo emirato a permettersi l’enorme esercito di maestranze necessario per gestire strutture turistiche simili, dagli addetti alle pulizie ai camerieri, fino agli chef e agli inservienti che si occupano della manutenzione delle piscine? Per non parlare del numero ancora più elevato di manovali che lavorano nei cantieri edili, impegnati nella realizzazione di altri pezzi dell’infrastruttura turistica locale, in piena espansione. La risposta, purtroppo, è una macchia che offusca l’oro scintillante dell’emirato. A un’ora circa di auto dal mio hotel, nell’area più distante dagli itinerari turistici, sorge Sonapur, il più grande dormitorio di Dubai. Ha un nome crudelmente ironico per chi ci vive: in hindi Sonapur significa città dell’oro. Il suono ricorda anche la parola usata nello slang locale per definire un orgasmo femminile, mi rivela con aria compiaciuta e gongolante Kahled, il mio interprete. Dubito che i 150mila uomini che vivono qui (secondo alcuni sarebbero 500mila, ma un vero e proprio censimento ufficiale non è mai stato fatto) sorriderebbero al paradosso di abitare in un posto con questo nome, completamente privo di benessere e di donne.
Mentre oltrepassiamo il grande cimitero che fiancheggia la strada per Sonapur, una lunga carovana di autobus punta dritto nella direzione opposta, verso i cantieri di Dubai. Le tendine che proteggono gli operai dal sole sbatacchiano violentemente dietro i finestrini aperti, mentre gli autisti danno gas e gli autobus sputano una nuvola di sudicio diesel a ogni cambio di marcia.
Una volta entrati nel megainsediamento – definirlo una città non sarebbe appropriato, dato che non c’è ombra di cinema, biblioteche, ristoranti né di un minimo di architettura urbana – superiamo una serie infinita di isolati e muri in cemento, a volte sormontati da filo spinato, tutti protetti da pesanti cancelli in ferro. All’interno, mi spiega Khaled, ci sono le unità abitative. Quei dormitori possono ospitare fino a 500 operai e appartengono a una decina di appaltatori, che controllano l’espansione edilizia di Dubai.
Il turismo è essenzialmente l’afitto a brevetermine di quote di ambienti, litorali, monti oforeste, che appartengono ad altre persone
Entriamo in uno degli edifici. In una stanza mi siedo sul bordo di un letto per parlare con tre operai e cercare di intervistarli. Sono tre amici e vivono insieme, dividendo la stanza con altri cinque uomini. Rahmatula è un afgano vicino alla trentina. Le sue mani indurite dalla pomice, contrastano con l’intenso e disarmante verde degli occhi. Accetta di raccontarmi la sua giornata tipo, che comincia alle 5.30 del mattino. Si alza di corsa e, senza nemmeno aver fatto colazione, sale sull’autobus. Alle sei è già in cantiere, dove stanno costruendo centinaia di ville di lusso, e si mette al lavoro spostando a mano pile di mattoni. “La pausa pranzo è di quindici minuti, che ci bastano appena per mangiare un boccone”, continua. “Mangio sempre pane indiano con verdure al curry che mi sono preparato la sera prima”. Non ha diritto a nessun’altra pausa, nemmeno per bere un bicchiere d’acqua. Se osa fermarsi un attimo, gli riducono lo stipendio. “Lavoro qui da cinque anni e adesso prendo 800 dirham (circa 220 euro) al mese, ma se faccio gli straordinari arrivo a 1.100. Ogni mese riesco a mandare a casa 600 dirham”, mi dice con orgoglio.
Non posso fare a meno di notare la sua maglietta macchiata di sudore e a quel punto mi torna in mente il bagno con caviale del Burj al Arab. Rahmatula dovrebbe spostare mattoni per oltre tre mesi se volesse concedersi il lusso di un bagno simile.
Smonta alle 17.00 circa e rientra al campo verso le sei del pomeriggio. Dopo la doccia e un breve riposo, cena alle nove, va a pregare e poi a dormire, alle 22.00. Fa questa vita sei giorni alla settimana. Il venerdì è festivo e Rahmatula non lavora, ma passa gran parte della giornata a lavare i panni e a cucinare. “Siamo come dei carcerati, sembra di essere in prigione”, si sfoga. “Non vedo mia maglie da cinque anni, ma il mese prossimo tornerò a casa, a Khost, una regione al confine con il Pakistan”. Si commuove al solo pensiero.
Io e Khaled torniamo nell’arsura della strada e percorriamo a piedi uno dei lunghi vicoli che separano le unità abitative. A tutte le grondaie sono stati attaccati dei fili per poter stendere i panni ad asciugare. Gli uomini mi mostrano uno stanzone con una lunga serie di vasche da bagno e, qualche metro più in là, una cucina sporca. Ci sono oltre venti fornelli a gas, ma nemmeno un frigorifero.
I turisti qui passano gran parte del tempo in ambienti climatizzati. Ed è facile dimenticare che non tutti possono godere di questo privilegio. Ci si dimentica anche che Dubai oggi non esisterebbe senza questi lavoratori. Né esisterebbero gli hotel, le piscine, i centri commerciali e le seconde case per le vacanze dove alloggiano i milioni di turisti che ogni anno visitano il paese.
L’industria delle vacanze continua ad aggrapparsi, per convenienza, al comodo mito secondo cui la nave del turismo porta ricchezza e benessere a tutti quelli che ci navigano sopra. Ma le cose, a quanto pare, non stanno proprio così: i turisti e i loro inservienti non si dividono la torta in modo equo, alle stesse condizioni, con equilibrio e armonia. I guadagni, in realtà, se li spartiscono pochi eletti, mentre i lavoratori del settore sono poco più che schiavi con salari da fame, costretti a vivere in condizioni pietose. Oltretutto molti abitanti di Dubai sono stati praticamente sfollati per fare spazio alle infrastrutture turistiche, spesso anche a caro prezzo per l’ambiente.
Lord Marshall, l’ex presidente della British airways, osservava a ragione che il turismo è “essenzialmente l’affitto a breve termine di quote di ambienti che appartengono ad altri, che si tratti di litorali, città, montagne o foreste tropicali”. In molte località e aree del pianeta, da Cancún alla Costa Blanca, dalla Thailandia a Ibiza, l’approvvigionamento idrico è diventato uno dei problemi principali da quando l’industria del turismo si è trasformata nel cuore dell’economia locale. E la causa è sempre e ovunque la stessa: uno sviluppo esagerato, non pianificato e troppo rapido delle infrastrutture turistiche.
Molti sono pronti a tutto pur di non perdere l’aggancio con il settore e le attività che hanno avviato. E spesso adottano soluzioni estreme e a breve termine aggravando ulteriormente la situazione. Si spiegano così gli elicotteri usati sulle Alpi per trasportare neve sulle piste dove il manto nevoso è scomparso o si sta sciogliendo a causa dei cambiamenti climatici. In Australia, alcuni biologi marini hanno proposto di bagnare le parti più fragili della grande barriera corallina nei periodi più torridi e di costruire grandi chiatte da usare come tende galleggianti per fare ombra ai coralli e ripararli dal sole. Lo scopo? Evitare che i delicati ventagli corallini si scoloriscano a causa dell’aumento della temperatura globale.
Una delle soluzioni migliori proposte finora per combattere gli effetti del turismo di massa sembra essere quella delle quote. Le comunità che vivono nei pressi del Taj Mahal, in India, e di Machu Picchu, in Perú, chiedono da tempo l’introduzione di un limite al numero di visitatori, per arginare i danni che producono inevitabilmente.
In tutti i posti dove sono stato finora, le comunità locali hanno sempre espresso il desiderio di vedere arrivare meno turisti, disposti però a sborsare qualche soldo in più per la loro vacanza. Insomma, chiedono più qualità e meno quantità.
(Traduzione di Gabriella Bossi)
Questo articolo è stato pubblicato il 6 luglio 2007 nel numero 700 di Internazionale.
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