Cosa succede a un’economia quando un quarto delle persone che lavorano devono partire per diventare soldati o profughi? Se me lo aveste chiesto cinque anni fa avrei detto che sarebbe stato prima di tutto un disastro economico, e in secondo luogo che nessuno comunque avrebbe raccolto dati in uno scenario simile.

Tuttavia la guerra in Ucraina, che va avanti da più di quattro anni dopo l’invasione russa del febbraio 2022, mi ha smentito su entrambi i fronti. Il governo di Kiev ha sospeso la raccolta di dati sul mercato del lavoro subito dopo l’inizio del conflitto, ma grazie alla moderna infrastruttura digitale del paese gli economisti sono in grado di farsi un’idea di cosa è successo accedendo ai dati delle piattaforme di ricerca di lavoro online e alle fonti amministrative. Tito Boeri, professore di economia all’università Bocconi di Milano, mi ha detto che la qualità dei dati ucraini è “senza precedenti” per un’economia di guerra. Di conseguenza, “per la prima volta possiamo osservare il modo in cui funziona il mercato del lavoro durante un conflitto militare”. Cosa mostrano questi numeri? Uno straordinaria capacità di adattarsi, tenuto conto delle circostanze.

Consideriamo la portata del fenomeno. Secondo un nuovo studio della Rockwooll foundation Berlin, firmato anche da Boeri, la mobilitazione, i profughi e le vittime di guerra hanno provocato “una contrazione di circa un quarto della forza lavoro iniziale nelle aree ancora sotto il controllo del governo”. C’è stato uno sconvolgimento anche dal lato della domanda: le pubblicazioni di nuovi annunci di lavoro online si sono dimezzate nel primo anno dopo l’invasione.

È emerso inoltre un problema: spesso le competenze richieste dai datori di lavoro non coincidono con quelle di chi cerca un’occupazione. Come i milioni di persone che avevano lasciato il paese (la maggior parte degli adulti partiti erano donne, molte con un’istruzione universitaria), gli sfollati rimasti in Ucraina spesso si sono dovuti trasferire in regioni con economie locali molto diverse rispetto a quelle di partenza. “Tradizionalmente le aree orientali del paese sono più industrializzate, mentre molte persone si sono spostate verso l’Ucraina centrale e occidentale, dove l’economia si basa di più sull’agricoltura e sui servizi”, mi ha spiegato Iryna Ippolitova, ricercatrice del centro studi ucraino Centre for economic strategy (Ces). In aggiunta a tutto questo, ovviamente, la forma stessa dell’economia è cambiata rapidamente, con l’espansione di settori come la difesa e la contrazione di altri, per esempio il turismo.

Alla luce di questi cambiamenti ci si potrebbe aspettare sia alti tassi di disoccupazione sia gravi carenze di manodopera nelle aziende. Secondo lo studio della Rockwool, tuttavia, la cosiddetta efficacia di abbinamento tra lavoratori e posti di lavoro si è dimostrata “sorprendentemente tenace nonostante sconvolgimenti senza precedenti”, soprattutto nelle regioni occidentali dell’Ucraina, quelle meno esposte agli attacchi russi.

Un quarto in meno

◆ Dall’inizio della guerra la carenza di manodopera ha raggiunto livelli senza precedenti in Ucraina. L’emigrazione ha causato la perdita di circa tre milioni di lavoratori. Altre cinquecentomila persone sono state sottratte dalla mobilitazione militare, mentre 150mila ucraini hanno smesso di lavorare per le ferite riportate in guerra. In totale la forza lavoro del paese è diminuita del 25 per cento nelle aree controllate da Kiev. Nel 2022 il tasso di disoccupazione ha superato il 20 per cento, per poi stabilizzarsi intorno all’11 per cento, un dato più alto di appena un paio di punti percentuali rispetto a prima del conflitto.**
****Rockwool foundation**


Perché? Un fattore importante è stato ovviamente il continuo sostegno finanziario dei paesi occidentali, che ha permesso di mantenere in funzione la macchina economica dell’Ucraina. Boeri sostiene inoltre che sia le imprese sia i lavoratori sono stati flessibili su questioni come i salari, la possibilità per le donne di svolgere attività tradizionalmente maschili, la necessità di lavorare fino a un’età più avanzata e l’esigenza di adeguarsi per poter integrare più persone con disabilità. Ippolitova è più cauta: il governo ucraino sta lavorando a un nuovo codice del lavoro e ad altre misure per migliorare la flessibilità e l’inclusione di persone con disabilità, ma aggiunge che c’è ancora molta strada da fare.

Entrambi concordano sul fatto che lo smart working è stato uno dei fattori determinanti per la capacità di adattamento del mercato del lavoro, perché ha permesso alle aziende di non licenziare i dipendenti che avevano lasciato il paese o erano sfollati all’interno dell’Ucraina. Questa è una differenza cruciale rispetto alle guerre del passato, quando il lavoro da remoto semplicemente non era possibile, e sottolinea quanto sia stato importante per Kiev mantenere in funzione internet. I rilevamenti regolari del Ces suggeriscono che il 16 per cento circa dei profughi adulti che lavoravano in Ucraina continuano a operare alle dipendenze di aziende ucraine. Grazie ai legami con i loro datori di lavoro e con l’economia intesa in senso più ampio, queste persone potrebbero anche essere più disposte a tornare dopo la fine della guerra.

Giovani e anziani

Ci sono ancora moltissime difficoltà da superare. Un problema crescente è la forte carenza di manodopera, sia al fronte sia nell’economia civile. E se è vero che con la fine della guerra i soldati torneranno a casa, è evidente che molti profughi ora progettano di restare nei loro nuovi paesi. Dall’ultima rilevazione del Ces emerge che il 43 per cento dei profughi intende tornare, mentre il 36 per cento non vuole farlo. Purtroppo, osserva Ippolitova, per una demografia già sotto pressione come quella dell’Ucraina sono le persone anziane che con più probabilità vorranno tornare, mentre molti giovani decideranno di restare all’estero.

Questo però è un problema del futuro. Per ora la capacità del mercato del lavoro ucraino di continuare a funzionare nonostante gli anni di conflitto è un risultato straordinario. E ci ricorda che per combattere una guerra la capacità di adattare l’economia è un fattore importante quanto la potenza militare. ◆ gim

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Questo articolo è uscito sul numero 1663 di Internazionale, a pagina 102. Compra questo numero | Abbonati