Ayşegül Savaş
Long distance
Simon & Schuster, 240 pagine, 14,50 euro

Mi è sempre stata familiare la sensazione di distanza: dai cugini nel Regno Unito, da una parte della famiglia in Sri Lanka, dalla persona con cui sono cresciuta a Zurigo, dalle mie più vecchie amiche a Oxford e a Caserta. La lontananza geografica possiede una duplice natura, ossimorica: da un lato è travolgente, dall’altro impercettibile. Ci si rende conto di quanto abbia scavato a fondo quando la distanza si riduce. Le città in cui si muovono queste storie sono quelle care all’autrice turca – Parigi, Roma, Istanbul, Marsiglia. Ci sono anche degli spazi sentimentali: un’estate, la casa della propria infanzia. Nel racconto che dà il titolo al libro una ricercatrice incontra il fidanzato a Roma, e lo vede sotto la luce di una nuova città; una donna raggiunge una vecchia amica a Parigi, nel breve tempo di un transito, e la trova uguale e diversa allo stesso tempo. Ci sono delle immagini molto belle, come nel racconto Ghosts in cui un aquilone viene “reso libero”, ma finisce per tornare ai piedi del padrone, “come un cane”. Per tutta una serie di ragioni non avevo amato Gli antropologi, il romanzo che ha reso famosa Ayşegül Savaş. Ma questa raccolta di racconti ha la straordinaria capacità di rendere palpabile l’idea di homesickness, la nostalgia di casa. Lo fa con una lingua minimalista ed evocativa, che si nutre di silenzi, di piccoli attriti e disallineamenti. ◆

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Questo articolo è uscito sul numero 1684 di Internazionale, a pagina 78. Compra questo numero | Abbonati