Da piccola avevo una fitta rete di amici di penna. Ero una bambina vintage a cui piaceva l’attesa lunga tra l’invio e la risposta, tant’è che ho mantenuto la tempistica anche nell’era dei messaggi istantanei. Sarà per questo che mi sento vicina alla protagonista di questo romanzo, la settantenne Sybil Van Antwerp. Avvocata del Maryland in pensione, intrattiene una corrispondenza con tante persone: il fratello che vive in Francia, l’amica del club di giardinaggio, un bambino figlio di un ex collega, la figlia che vive a Londra. Alle lettere scritte e inviate si alternano frammenti di testi rimasti nel cassetto. Evans reinterpreta il romanzo epistolare in chiave contemporanea, riuscendo a svecchiarlo e allo stesso tempo a non renderlo anacronistico, anche se alcune missive rallentano il ritmo o aprono sottotrame che si potevano evitare. Interessante invece come le lettere, da dispositivo stilistico, si fanno anche contenuto nella misura in cui sono l’unico strumento attraverso cui è possibile ricostruire la personalità, il passato e la famiglia di Sybil. In ciò che scrive e nelle risposte che riceve si ritrovano tracce di come affronta la solitudine, la vecchiaia e l’incombente minaccia della cecità: non è lineare, è quasi come mettere insieme un puzzle. Raramente i romanzi che vincono il Women’s prize mi deludono, e questo non fa eccezione. ◆
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Questo articolo è uscito sul numero 1681 di Internazionale, a pagina 121. Compra questo numero | Abbonati





