È il momento del Veneto. Di recente ho letto almeno cinque libri ambientati nel Texas d’Italia: terra piatta di nebbie ed etica del lavoro indefesso per potersi dire arrivati. Aurora, alla notizia della morte dell’amico Andrea, torna da Roma nel paesino veneto in cui è cresciuta: per il tempo di un funerale, pensa. Invece si sa che ogni ritorno nasconde una possibilità di redenzione. Si rimane per quello, per scoprire se si può essere meno reietti, meno disadattati. Superato il fastidio che provo sempre alla seconda persona in un romanzo non epistolare, trovo che l’esordio di Nicole Trevisan sia molto ben scritto. Ha una prosa articolata, eppure sotto controllo, che fa dei giri belli e torna sempre sul punto. In alcuni passaggi quando il lungo monologo sta per annoiarmi, a spezzarlo arriva una risata, un passo che commuove, un accenno di dialetto veneto. Aurora è un personaggio distruttivo, auto-sabotante, che corrode i legami con chi le sta vicino. In certi luoghi l’astio è l’unico metodo di sopravvivenza. L’ostilità di Aurora – verso il paesaggio della provincia, la sua fauna umana, se stessa – è spigolosamente familiare. Mi chiama e non posso fare a meno di rispondere. Non è generazionale, millennial, come si dice di questa rabbia: prima è di classe, poi diventa tutto il resto. Alla fine di ogni ritorno non c’è nessuna salvezza nel posare le armi, solo una resa. ◆
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Questo articolo è uscito sul numero 1656 di Internazionale, a pagina 88. Compra questo numero | Abbonati





