L’ibogaina, un potente allucinogeno dagli effetti di lunga durata, è un mistero scientifico anche perché è uno dei farmaci più strettamente controllati negli Stati Uniti. Ora un nuovo provvedimento di Donald Trump intende cambiare le cose.

Il 18 aprile il presidente ha firmato un ordine esecutivo per semplificare la ricerca sull’ibogaina e su altre sostanze allucinogene per renderle più accessibili a chi soffre di alcune patologie. La decisione è stata accolta con favore dai ricercatori, convinti che queste sostanze abbiano buone potenzialità per la cura di problemi come la dipendenza, la depressione e il disturbo post-traumatico da stress (Ptsd). I trial clinici hanno dato risultati incoraggianti per farmaci come l’Mdma e la psilocibina, contenuta nei funghi allucinogeni.

Angelo Monne

Ma gli scienziati sono preoccupati per i possibili effetti collaterali e le conseguenze per le strutture di assistenza sanitaria. E il fatto che sia stata menzionata espressamente una sola sostanza ha sorpreso alcuni ricercatori.

“È insolito che sia stata citata proprio l’ibogaina, perché rispetto alla psilocibina e all’Mdma è forse quella più indietro nell’iter di approvazione”, commenta Alan Davis, psicologo clinico dell’università statale dell’Ohio a Columbus.

Ma le ricerche preliminari hanno evidenziato anche le potenzialità di questa sostanza. Il provvedimento di Trump, quindi, potrebbe contribuire a sciogliere alcuni nodi sull’ibogaina e altri allucinogeni. L’ordine “faciliterà lo studio di queste terapie perché elimina ostacoli che ne hanno rallentato l’iter”, dice Rachel Yehuda, psichiatra dell’Icahn school of medicine dell’ospedale Mount Sinai di New York.

Negli Stati Uniti ibogaina, Mdma, psilocibina e altri allucinogeni rientrano nella “Schedule I”, la categoria di sostanze di cui sono vietati il possesso e la distribuzione se non in casi molto limitati.

L’ibogaina può riaprire una fase in cui il sistema nervoso è molto duttile

L’ordine esecutivo impone alla Food and drug administration di accelerare la valutazione delle terapie psichedeliche ai fini dell’approvazione e d’istituire dei metodi in base a cui i “pazienti idonei” possano provarne alcune, “tra cui i composti a base di ibogaina”. Il provvedimento decreta inoltre lo stanziamento di cinquanta milioni di dollari di fondi federali per coprire le spese dei programmi di ricerca statali. Il Texas, per esempio, sta cercando di agevolare la sperimentazione clinica.

L’ibogaina si ricava dalla corteccia dell’iboga, un arbusto originario dell’Africa centrale dove si usa a scopo cerimoniale e produce uno stato di coscienza alterato che spesso dura più di ventiquattr’ore.

Gül Dölen, neuroscienziata dell’università della California a Berkeley, afferma che rispetto ad altri allucinogeni la sostanza potrebbe riaprire per più tempo il “periodo critico”, cioè la finestra temporale che di norma si osserva durante la prima fase dello sviluppo cerebrale, quando il sistema nervoso è particolarmente duttile. Per chi ha problemi difficili da superare, come una tossicodipendenza grave, questa finestra potrebbe offrire l’occasione migliore per resettare l’attività cerebrale, dice Dölen.

Poiché negli Stati Uniti l’ibogaina è strettamente regolata, buona parte dei dati a disposizione sui suoi effetti proviene dagli studi osservazionali su chi cerca all’estero una cura non regolamentata, che in genere non ricorrono al gruppo di controllo. Da uno di questi, pubblicato nel 2024 su Nature Medicine, è emerso che un mese dopo il trattamento trenta veterani dell’esercito con trauma cranico e disturbo post-traumatico da stress presentavano un miglioramento della depressione, dell’ansia e della disabilità.

La sostanza, però, può causare aritmie cardiache, e questo secondo Davis complica la possibilità di effettuare trial clinici per osservarne le potenzialità con maggior rigore. Gli studi sull’ibogaina finanziati dal governo federale negli anni novanta furono interrotti dopo la morte di un partecipante, aggiunge. Per attenuare gli effetti nocivi sul cuore, insieme all’ibogaina gli autori dello studio pubblicato su Nature Medicine hanno somministrato ai veterani del magnesio, che contribuisce alla regolarità cardiaca, e nessun partecipante ha riportato effetti collaterali.

Campagne di pressione

I ricercatori pensano che la menzione dell’ibogaina nell’ordine esecutivo potrebbe essere anche frutto di una campagna in favore di questa sostanza. In occasione della firma, infatti, accanto a Trump c’era W. Bryan Hubbard, amministratore delegato dell’organizzazione Americans for ibogaine, che ne promuove un accesso più ampio.

Malgrado le promesse delle autorità di semplificare l’accesso all’ibogaina e ad altri allucinogeni, i ricercatori sono convinti che c’è ancora molto da studiare prima di rendere disponibili queste sostanze alla popolazione. Yehuda pensa che sia importante stabilire con precisione quali gruppi di persone e di disturbi traggono più benefici dall’uso di ciascuna sostanza.

Davis inoltre avverte che se l’ibogaina fosse approvata gli Stati Uniti non sarebbero pronti a distribuirla in maniera equa. “Il nostro sistema sanitario non è in grado di curare chi ha problemi di salute mentale”, dice. Prima di somministrare complesse terapie psichedeliche – specie quelle i cui effetti possono durare vari giorni – occorrono un adeguamento dell’infrastruttura sanitaria e anni di formazione clinica dedicata, aggiunge.

Nonostante gli ostacoli, però, Dölen è contenta che il governo federale “prenda molto seriamente la possibilità di ricorrere a questa terapia”. L’ordine esecutivo “risolve alcuni problemi di regolamentazione che finora hanno reso difficilissimi i progressi”, conclude. ◆ sdf

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Questo articolo è uscito sul numero 1663 di Internazionale, a pagina 104. Compra questo numero | Abbonati