Ho passato il fine settimana di Pasqua a caccia di uova. Non parlo delle classiche uova, ma degli easter egg nascosti nei libri. Ho scoperto solo di recente (e un po’ me ne vergogno) che un gioco che ho fatto tra me e me negli ultimi trent’anni quando scrivevo i miei romanzi in realtà ha un nome preciso: “Nascondere gli easter egg”.
Gli easter egg _letterari (ovvero i riferimenti quasi sempre oscuri che possono essere capiti dal lettore solo dopo una ricerca minuziosa o grazie a una conoscenza specifica) esistono da sempre. Le poesie acrostiche, in cui le prime lettere, le prime sillabe o le prime parole di ogni verso compongono una parola o un messaggio, sono solo un esempio. L’espressione _easter egg è nata invece agli albori dell’epoca dei videogiochi.
Il nome nascosto
Un programmatore, frustrato dal fatto che la Atari non accreditasse gli autori dei giochi, nascose il suo nome dentro un ambiente del gioco del 1979 Adventure: “Creato da Warren Robinett”.
Quando la cosa saltò fuori, l’azienda si rese conto che rimuovere il messaggio sarebbe stato troppo costoso. Un altro programmatore, Steve Wright, suggerì di mantenere il messaggio e incoraggiare questa pratica perché per i giocatori sarebbe stato emozionante come andare a caccia di ovetti di Pasqua nascosti.
Così è nata l’espressione easter egg, ma sono passati una ventina d’anni prima che la cultura dei gamer diventasse abbastanza popolare da spingere critici letterari e lettori ad adottare il termine. Prima del nuovo millennio, molti scrittori consideravano i riferimenti nascosti nelle loro opere degli scherzetti per pochi eletti. Nel mio caso era un modo divertente per ravvivare le lunghe sessioni di scrittura.
Devo confessare che mi sono dedicata a una ricerca ossessiva delle origini dell’espressione easter egg e di altri termini letterari. Come avrei dovuto aspettarmi, gli _easter egg _sono apparsi sugli schermi prima che nei libri. Dopo tutto i MacGuffin sono diventati parte della cultura cinematografica molto prima che cominciassimo a notarli nella letteratura. Il primo a usare questo cognome scozzese per indicare oggetti o strumenti tipicamente irrilevanti che sono inseriti nei film per orientare la trama è stato Alfred Hitchcock (o uno dei suoi sceneggiatori, secondo alcune fonti).
Un esempio tipico è quello del denaro rubato che determina le azioni della protagonista in Psycho e indirettamente ne provoca la morte. È quello che Hitchcock avrebbe chiamato “un puro MacGuffin”, fondamentale per il personaggio ma vago se non addirittura insignificante per lo spettatore. Tra i MacGuffin più celebri ci sono la statuetta d’oro in Il mistero del falco _di John Huston, il significato della parola “Rosabella” (Rosebud) in _Quarto potere di Orson Welles e il tappeto malconcio del Drugo nel Grande Lebowski _di Joel ed Ethan Coen. Nei libri e nei film c’è un’infinità di MacGuffin più o meno puri, dall’anello del _Signore degli anelli _alle scarpette rosse di Dorothy nel _Mago di Oz.
Anche io ho usato i MacGuffin nei miei libri, o almeno così mi hanno detto. Nel romanzo Borderline (Grensgeval in afrikaans) la protagonista scopre una lettera scritta da un soldato cubano durante la guerra in Angola negli anni settanta. La lettera segna l’inizio di una ricerca che porta la donna a Cuba, quarant’anni dopo.
“Bellissimo MacGuffin”, mi ha scritto un lettore. Non ne ero convinta, ma lui ha insistito: era un MacGuffin perché il contenuto della lettera non è rivelato fino alla fine, come nell’ultima scena di Quarto potere, quando si vede la slitta con la scritta Rosabella. Ero lusingata dal paragone con Welles, ma non sono ancora convinta che la lettera fosse un MacGuffin.
D’altra parte sono sempre stata inconsapevole degli easter egg che ho disseminato nel mio lavoro. Quindi sì, non è poi così strano creare MacGuffin senza accorgersene. I miei preferiti sono i frequenti cameo dei personaggi di precedenti libri nell’ultimo romanzo. La solita sospetta è Griet Swart, la protagonista del mio primo romanzo non per ragazzi Entertaining angels (Griet skryf ’ n sprokie) del 1992.
L’inafferrabile Griet
Swart è comparsa come ospite a una serie di feste organizzate dal gruppo di amici al centro di Breathing space _(Wegkomkans_, 1999), per poi ripresentarsi nei sogni trascritti da Hester Human in Time out _(Stiltetyd_, 2006). Swart è anche una delle persone a cui Clara Brand scrive nel romanzo epistolare Just dessert, dear _(Dis koue kos, skat_, 2010). In Still breathing _(Laaste kans_, 2023), Swart scrive una lettera dall’Italia letta ad alta voce durante una festa di compleanno. Forse è solo un pigro stratagemma per aggiornare i lettori sulla vita del personaggio dopo l’incontro con l’italiano Luca in Travelling light _(Griet kom weer_, 2001) senza dover scrivere un altro seguito. Eppure ho fatto lo stesso anche con altri personaggi, molto meno riconoscibili di Swart. Uno di Childish things _(Die dinge van ’ n kind_, 1994) appare in almeno altri tre romanzi. Ma non dico di più perché gli _easter egg _bisogna scoprirli da soli.
A volte semplici comparse di un romanzo diventano personaggi importanti in un altro. Quando nascondo gli easter egg _sono consapevole del fatto che il 90 per cento dei lettori non li troverà. E non ne rivelo mai la presenza perché un piacere nascosto perde significato se è facile da trovare. Ma voglio fare un’eccezione: in _Entertaining angels _c’è una coppia apparentemente insignificante, composta da Anton e Sandra. In _Borderline, di venticinque anni dopo, la sorella della protagonista si chiama Sandra, e in passato è stata sposata con un tizio di nome Anton.
La spiegazione più plausibile che riesco a darmi di questi riferimenti incrociati, oltre ai fugaci momenti di piacere privato che mi regalano, è che in questo modo sembra di creare un universo fittizio, un libro dopo l’altro. Quando il mondo mi deprime (e oggi succede troppo spesso) posso rifugiarmi in un universo parallelo in cui sono legata a tutti nonostante conosca i loro segreti più oscuri e gli atti più deprecabili. Sarebbe bello se la vita reale funzionasse così, non credete? ◆ as
Marita van der Vyver _ è una scrittrice nata a Città del Capo nel 1958, autrice di romanzi per ragazzi e per adulti._
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Questo articolo è uscito sul numero 1662 di Internazionale, a pagina 82. Compra questo numero | Abbonati