Shock, terrore, sgomento. È quello che provano gli iraniani e le iraniane man mano che, grazie al progressivo ripristino di internet, ricevono i video che testimoniano i massacri commessi dalle forze di sicurezza, in particolare il 7 e l’8 gennaio 2026. Molti ne erano a conoscenza, ma ora sta emergendo la portata di quella violenza.
Quindici, venti, trentamila morti, forse anche di più. I feriti potrebbero superare i centomila, di cui molti resi ciechi dalle armi a piombini. Le cifre continuano a salire senza che sia possibile verificarle. Una paura costante e paralizzante si è abbattuta su tutto il paese, mentre il regime cerca d’impedire qualsiasi lavoro di documentazione.
Un’arma in particolare permette di diffondere la paura: il telefono. Le autorità lo hanno usato per scoraggiare le manifestazioni. Ora lo usano per impedire la diffusione delle immagini del massacro. Nonostante i rischi, la società civile iraniana si è mobilitata.
Il sito iranvictims.com ha stilato una prima lista di tremila vittime, con la foto, la data e le circostanze della morte.
Carceri e ospedali
Nella lista ci sono adolescenti e perfino bambini. Hudhayfa Zargar, 11 anni, originario del Belucistan, è stato ucciso da un colpo di arma da fuoco il 24 gennaio a Mashhad. Anila Abutalebian aveva solo 8 anni. È stata uccisa in auto mentre la madre guidava verso casa, a Isfahan. Alcuni manifestanti sono stati uccisi a bruciapelo, come Mobina Behechti, 20 anni, il 9 gennaio a Gorgan, con un colpo sparato da meno di un metro. Altri sono stati uccisi a manganellate, come Malakeh Razavian, 40 anni, il 9 gennaio in una strada di Isfahan.
Il rapporto di iranvictims.com contiene i nomi di persone morte in carcere, un indizio che le esecuzioni sono riprese (sono già state pronunciate più di ottocento condanne a morte). Ali Rahbar è stato impiccato il 26 gennaio a Mashhad, dieci giorni dopo l’arresto. Fermato l’8 gennaio nella cittadina di Punak, nella provincia di Teheran, Fahrad Amani, 20 anni, è stato dichiarato colpevole di “guerra contro Dio” e impiccato dodici giorni dopo nella prigione di Evin. Alla famiglia non è stato permesso di organizzare un funerale.
A volte è stata uccisa un’intera famiglia. Come quella di Zahra Bani-Amirian, morta insieme al marito Bijan e al figlio Danial, di 19 anni, il 19 gennaio a Karaj, nella periferia di Teheran, quando la sua auto è stata crivellata di colpi dalle forze di sicurezza.
Molti manifestanti sono morti perché non sono stati ricoverati in ospedale. È il caso di Matin Abassi, 19 anni, ferito da due colpi di pistola l’8 gennaio a Sabashahr (provincia di Teheran) e portato in tre ospedali che hanno rifiutato di curarlo, prima di essere finalmente accolto in una clinica privata, dove è morto il 14 gennaio.
La repressione è perfino entrata negli ospedali. Ferita alla testa nella notte tra il 9 e il 10 gennaio, Nastaran Abdollahi, 20 anni, era stata portata all’ospedale Noor di Andisheh, vicino a Teheran. Lì è scomparsa. In seguito, la sua morte è stata comunicata alla famiglia, con un rapporto del medico legale che indicava la causa nelle ferite riportate.
Iranvictims.com cita anche il caso di manifestanti arrestati e poi uccisi durante la detenzione. Come Ali Aghshenas, di Arak, la cui famiglia è stata costretta a riconoscere che era morto in un incidente stradale. O Amirhossein Khandouzi, arrestato a Gorgan l’8 gennaio: il suo corpo è stato consegnato cinque giorni dopo alla famiglia, a cui è stato intimato di non chiedere spiegazioni sulle cause della morte. Javad Mollavardikhani, 35 anni, era rimasto leggermente ferito durante una manifestazione il 9 gennaio a Golshar, vicino a Teheran. È stato arrestato e portato nella prigione di Queselhasar, dove è stato ucciso. Ma le autorità hanno continuato per due settimane a chiedere tangenti alla famiglia, facendole credere che sarebbe stato rilasciato.
Nulla da perdere
La televisione di stato si impegna ogni giorno a mostrare la portata dei danni attribuiti ai manifestanti. L’agenzia Tasnim ha insistito sulle distruzioni di banche, grandi magazzini legati ai Guardiani della rivoluzione ed edifici religiosi: 350 moschee incendiate, altre 134 demolite (in Iran ce ne sono circa 15mila), 306 centri religiosi (in particolare scuole islamiche) bruciati.
“Il 7 e l’8 gennaio, la maggior parte dei manifestanti era pacifica, ma c’erano anche giovani arrabbiati perché non avevano più nulla da perdere”, spiega Ehsan, un iraniano che vive a Parigi. “È il motivo per cui si assiste a questa violenza antireligiosa. Non bisogna dimenticare il ruolo delle moschee nella repressione. Servono come ritrovo per le milizie legate ai Guardiani della rivoluzione, che sparano sulla folla dai tetti. I religiosi sono legati al regime, sono parte integrante del sistema”.
A Teheran, dove la vita è tornata alla normalità, con nuovi rincari “fenomenali” dei generi alimentari, secondo un’abitante contattata telefonicamente, la rabbia ha contagiato anche i saloni di parrucchieri e di centri estetici. “Si sentono clienti esprimere il loro odio contro il regime, in particolare contro la guida suprema”, dice Ghazal, una giovane tornata in Iran a visitare la famiglia. Come segno della disperazione e del senso di abbandono, un vecchio ritornello è tornato in alcuni post. Parya, una donna di Teheran che dice di aver perso tre persone tra parenti e conoscenti, ha corso il rischio di inviarlo ai suoi amici. Il ritornello dice: “Mio caro uccellino, quando verrai?”, ed è accompagnato dal video di un bombardiere statunitense in volo. ◆ adg
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Questo articolo è uscito sul numero 1651 di Internazionale, a pagina 20. Compra questo numero | Abbonati