Nella pianura padana la centrale nucleare di Caorso, ora dismessa, si vede da chilometri di distanza, con il reattore che si staglia contro il cielo. Quando Alessandro Maffini, ricercatore di fisica nucleare al Politecnico di Milano, era un bambino, negli anni novanta, la sagoma dell’impianto lo affascinava. “Quello strano oggetto mi incuriosiva. Era una presenza concreta, visibile, tangibile. Una specie di cattedrale bianca sempre sullo sfondo”, ricorda Maffini. Per molti altri, però, era lo spettro di una catastrofe, una centrale nucleare fantasma – chiusa, come tutti i reattori nel paese, dopo l’incidente di Černobyl.

Un errore strategico

“Se quella centrale esplode moriamo tutti”, ripeteva spesso la madre di Maffini guardando l’impianto dismesso di Caorso, all’epoca il più grande d’Italia. Quando da ragazzo percorreva in bici i dieci chilometri di strade di campagna per osservare la centrale più da vicino, da un cavalcavia, le parole cupe della madre gli risuonavano nelle orecchie. Lo spaventavano, ma lo spingevano anche a saperne di più. All’università ha deciso che avrebbe studiato fisica nucleare. “La radioattività è una cosa strana. Non puoi vederla, sentirla, odorarla. Lascia un sacco di spazio alla fantasia, alla speculazione e alla paura”, spiega.

A quarant’anni da Černobyl, l’Italia ha tra le bollette energetiche più care d’Europa. E con l’invasione dell’Ucraina, sta cercando di diminuire la dipendenza dal gas russo, per costruire una sua sovranità energetica. La guerra in Iran e la convinzione sempre più condivisa che uscire dal programma nucleare sia stato “un errore strategico”, come ha detto la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, hanno dato nuovo slancio al governo italiano, secondo cui il paese dovrebbe superare i suoi timori.

Nel 2025 il consiglio dei ministri ha presentato un disegno di legge che getta le basi per un ritorno al nucleare. “Oggi il governo ha approvato un altro importante provvedimento per garantire energia sicura, pulita, a basso costo, capace di assicurare sicurezza energetica e indipendenza strategica all’Italia”, annunciava a febbraio 2025 la presidente del consiglio Giorgia Meloni. L’Italia è già circondata da centrali nucleari: quella slovena di Krsko è a 145 chilometri dal confine; poi ce ne sono quattro francesi nel raggio di circa 180 chilometri. Il paese è il secondo importatore mondiale di energia elettrica, e quella nucleare (che viene in gran parte dalla Francia) copre il 5 per cento del suo fabbisogno. Inoltre ospita più testate nucleari statunitensi di qualsiasi altro paese europeo. Secondo la Nuclear threat initiative, nel nord ci sono circa 35 bombe termonucleari custodite in due basi aeree della Nato. Proprio al nord stanno costruendo anche vari data center, quindi si prevede che il fabbisogno energetico dell’Italia aumenterà esponenzialmente. Per questo il governo sta pensando, anche se con cautela, di abbattere il vecchio tabù.

Dalla primavera del 1986, quando nell’unità 4 della centrale Ucraina di Černobyl si verificò il più grave incidente della storia del nucleare civile, moltissimi italiani vivono con la paura di questo tipo di energia. Nel 1987 votarono in grande maggioranza per smantellare l’industria nucleare del paese, un tempo fiorente, e nel 2011, dopo l’incidente nella centrale di Fukushima, il 94 per cento degli elettori italiani respinse i piani del governo per riattivare il nucleare. È una paura che ha trasformato il panorama energetico italiano, rendendolo dipendente dalle importazioni e dalla fluttuazione dei prezzi.

“Le crisi internazionali degli ultimi anni hanno mostrato con chiarezza quanto sia rischioso dipendere in misura eccessiva da fonti fossili importate o da catene di approvvigionamento vulnerabili”, ha affermato Fiorella Corrado, responsabile della comunicazione al ministero dell’ambiente e della sicurezza energetica. “Il governo affronta questo tema con grande rispetto per la storia del paese e per le scelte democratiche espresse dai cittadini. I referendum del 1987 e del 2011 hanno inciso profondamente sull’orientamento energetico nazionale, in momenti storici molto diversi. Per questo, il punto non è ignorare quelle scelte, ma prendere atto che oggi il contesto tecnologico, climatico, industriale e geopolitico è radicalmente cambiato”.

Circolarono voci e informazioni errate sugli effetti della contaminazione

Per il governo Meloni la questione non è tanto se l’Italia abbia bisogno di rilanciare la sua industria nucleare, quanto se sia pronta a scrollarsi di dosso i propri demoni e la memoria di quanto è successo a Černobyl quarant’anni fa, a più di 1.600 chilometri da Roma.

Il 28 aprile 1986, nella sala di controllo della centrale nucleare di Latina, il giovane tecnico Ruggero dell’Aquila stava facendo il turno di notte. “Era tutto tranquillo”, ricorda. All’alba cominciarono ad arrivare dalla telescrivente dei messaggi dal Nordeuropa. Un collega uscì dalla sala di controllo con dei rapporti dalla centrale nucleare di Forsmark, in Svezia. Le loro stazioni di monitoraggio avevano registrato dei picchi di radiazioni molto al di sopra dei livelli di norma e nessuno sapeva come mai.

Quella sera il fisico nucleare Sergio Malossi, uno dei dirigenti della centrale di Latina, responsabile del monitoraggio del rischio radioattivo, tornò a casa in auto. Non poteva fare a meno di pensare a quei rapporti. “Arrivò a casa molto agitato”, ricorda la figlia Roberta Malossi, all’epoca sedicenne. “Sapevamo che era preoccupato per qualcosa che stava succedendo alla centrale, però non capivamo”. Il primo pensiero del padre, racconta Malossi, fu che ci fosse un malfunzionamento nel loro impianto, che le radiazioni si stessero diffondendo all’esterno e che fosse colpa sua.

Alle 21.00 ora di Mosca, l’ora dell’aperitivo a Latina, l’Unione Sovietica annunciò che c’era stato un incidente nella centrale nucleare di Černobyl. Nei giorni successivi i telegiornali e la stampa furono pieni di allarmi catastrofici. “La televisione mostrava le nubi radioattive che presto avrebbero raggiunto l’Italia. Eravamo tutti terrorizzati. Le uniche informazioni arrivavano dalla tv di stato, ed erano notizie impressionanti”, ricorda Monica Tommasi, presidente dell’organizzazione non profit Amici della Terra Italia, all’epoca una bambina. Le radiazioni, si diceva, sarebbero piovute addosso alla popolazione. “La paura dal cielo”, titolò la Repubblica. Il titolo di un altro suo articolo era: “La nube sopra di noi, il dubbio dentro di noi”.

La notte del 30 aprile 1986 le stazioni di monitoraggio italiane cominciarono a registrare un aumento della radioattività. La nube era arrivata sulla pianura padana e, mentre il governo invocava la calma, il paese sprofondava nel panico. Nella testa degli italiani il peggio era già accaduto, spiega Luca Romano, scrittore e attivista che fa campagna per il ritorno del nucleare. “La distruzione, la morte per radiazioni, la nube radioattiva e l’olocausto atomico erano arrivati”, afferma. La paura di un’apocalisse nucleare attanagliava l’occidente da decenni. Ora non si trattava di una bomba, ma nella coscienza collettiva degli italiani non faceva alcuna differenza.

Esposizione bassa

“L’Italia fu toccata solo marginalmente dalla nube”, afferma Barbara Curli, che insegna storia contemporanea all’università di Torino. Al nord la nube provocò un picco di radioattività, che dieci giorni dopo era drasticamente calato. Con un aumento così breve, l’esposizione totale alle radiazioni rimase bassa. Il rapporto di un comitato delle Nazioni Unite registrò nell’anno dopo Černobyl che gli abitanti dell’Italia settentrionale ricevettero una dose aggiuntiva di radiazioni pari a circa 380 microsievert, meno di un quinto della quantità di radiazione ambientale normalmente assorbita dagli umani nello stesso periodo. Era una dose molto inferiore rispetto a quella registrata in paesi come Bulgaria, Austria e Grecia, senza considerare che nell’Italia meridionale i livelli erano ancora più bassi.

Nella centrale di Latina, tuttavia, le persone furono scosse dagli eventi di Černobyl e cominciarono a circolare voci e informazioni errate sugli effetti della contaminazione. Familiari e amici chiedevano al tecnico Ruggero dell’Aquila se qualcosa di simile poteva avvenire anche a Latina. “Erano tutti spaventati”, ricorda, “continuavano a chiedere ‘Può esplodere?’”.

In realtà un incidente simile a quello di Černobyl non era possibile a Latina perché lì il reattore non era instabile, ma non era un concetto facile da spiegare. “Il problema fu che molti giornalisti cominciarono a diffondere notizie false”, spiega Malossi, ricordando chi sosteneva che le radiazioni generavano mutazioni nella natura circostante. Alcune persone raccontarono storie “di rane con tre teste”, continua Malossi, “animali e pesci con quattro code, ma non stava succedendo nulla di tutto questo”.

Il governo chiese agli italiani di evitare i prodotti caseari e la verdura fresca, raccomandando di non darli ai bambini. Gli agricoltori distrussero i raccolti e buttarono via il latte. Sergio Malossi ignorò quelle indicazioni, avendo misurato personalmente la quantità di radiazioni nell’aria. “Mio padre e altri dipendenti della centrale portarono le verdure a casa e le mangiammo”, racconta la figlia.

Furono quegli allarmi, lanciati in un contesto in cui mancavano informazioni chiare, a far cambiare atteggiamento nei confronti dell’energia nucleare, afferma Renzo Colombo, 65 anni, che all’epoca dell’esplosione aveva appena cominciato una carriera da ingegnere nucleare e oggi fa parte dell’associazione non profit Nucleare e ragione, per un approccio razionale al tema: “Il panico per la radioattività ha segnato i 25 anni successivi”.

Nel giro di tre anni le centrali nucleari già esistenti chiusero per sempre

I mesi dopo l’incidente furono un periodo oscuro e incerto per gli italiani che lavoravano nel settore del nucleare. “Mi sono sentito in parte colpevole”, dice Colombo, “Da ingegnere nucleare pensavo: ‘Cosa abbiamo fatto?’. Io e i miei colleghi avevamo sempre creduto di progettare qualcosa di utile per l’umanità. E in quel momento ci siamo sentiti traditi dalla nostra professione”.

Le persone cominciarono a manifestare fuori dalle centrali nucleari. Gruppi di ambientalisti e alcuni partiti politici avviarono una campagna per convincere i cittadini a votare contro l’energia nucleare nel referendum che si sarebbe tenuto di lì a breve. Quel movimento non era nuovo. “La cultura ambientalista nasce molti anni prima di Černobyl e non riguarda solo il nucleare, ma più in generale l’industria a rischio”, spiega la storica Curli. Si era diffusa in Europa negli anni settanta e fu particolarmente incisiva in Italia, un paese scosso da violenti contrasti politici, criminalità organizzata e scandali di corruzione. I timori dell’opinione pubblica, spiega Curli, furono acuiti dal disastro di Seveso, un incidente avvenuto nel 1976 in un impianto industriale del nord, che espose decine di migliaia di persone a una nube tossica di sostanze chimiche. Lo sviluppo del settore nucleare, afferma, “non era percepito come credibile perché c’era una radicata sfiducia nelle istituzioni”.

Nel 1977, quasi dieci anni prima di Černobyl, una folla di diecimila manifestanti si era radunata a Montalto di Castro per protestare contro la costruzione della centrale nucleare. Un corrispondente del settimanale statunitense Time aveva descritto gli attivisti come “un improbabile mix di eleganti membri della nobiltà italiana, studenti estremisti vestiti da nativi americani, cittadini della classe media e politici democristiani e comunisti”.

Poco dopo Černobyl, Colombo lavorava proprio in quella centrale, contribuendo a realizzare il ciclo termoidraulico. Il cantiere era quasi finito. “Era un impianto bellissimo. Mi piaceva molto lavorare lì”, spiega Colombo.

Nel novembre 1987, un anno e mezzo dopo l’incidente di Černobyl, ci furono i referendum sul nucleare. Quasi l’80 per cento dei votanti si espresse a favore di misure che avrebbero messo fine all’uso dell’energia atomica nel paese.

La centrale di Caorso (Piacenza), dicembre 2012  (Mattia Balsamini, contrasto)

Una mattina, dopo i referendum, il direttore convocò tutti i dipendenti della centrale di Montalto di Castro. “Devo parlarvi”, esordì, ricorda Colombo. “Sono appena stato dal ministro: l’Italia interromperà ogni attività nucleare e concentrerà la produzione di energia su gas e carbone”. Nella stanza calò il silenzio. “Io ero giovane”, aggiunge Colombo, “ma lì c’erano persone più anziane che avevano dedicato anni della loro vita al nucleare. Veniva solo voglia di piangere”.

L’effetto dei referendum fu di vasta portata: la costruzione di nuove centrali venne sospesa e nel giro di tre anni quelle già esistenti chiusero per sempre. Molti ingegneri nucleari andarono a lavorare all’estero o, come Colombo, ripiegarono su altri settori. L’esito del voto fu presentato come una vittoria degli ambientalisti, afferma Curli. Ma di fatto l’Italia fu spinta a “metanizzare, cioè scegliere la via del gas, era meno costosa, meno impegnativa del nucleare. E così diventò quasi del tutto dipendente dal gas russo, libico e algerino”. La centrale di Montalto di Castro fu convertita in un impianto alimentato a gas e a olio combustibile. A decenni di distanza l’Italia è ancora impegnata a smantellare le centrali nucleari, pur contemplando un ritorno a quel tipo di energia.

Simbolo della crescita

All’interno della centrale di Latina tre operai con le tute protettive sferrano colpi di martello sui cilindri di schermatura che un tempo proteggevano l’impianto dalle radiazioni emesse dal reattore. Dalla galleria di controllo sembrano minuscoli in quello spazio enorme.

Enrico Bastianini, responsabile della smantellamento della centrale di Latina, li osserva. Cammino con lui fino alla vecchia sala di controllo. Alla sua inaugurazione, nel 1963, questa era la più grande centrale nucleare d’Europa: un capolavoro d’ingegneria italo-britannica (il reattore era di progettazione inglese) e un simbolo della crescita industriale del dopoguerra. “Rappresentava il progresso. Ci permetteva di lasciare alle spalle le difficoltà economiche legate al conflitto e di avere energia a basso costo”, afferma Bastianini.

Vincenzo Migliucci, 83 anni, ha lavorato per l’Enel ed è contrario al nucleare

La centrale è stata più in smantellamento che in attività. Spesso le persone contrarie all’energia nucleare si concentrano proprio su questo punto: il lungo e complesso processo di dismissione e il problema della gestione delle scorie, che in alcuni casi richiedono millenni per esaurirsi.

Il processo di smantellamento si articola in due fasi: “Nella prima viene tolto tutto ciò che è nucleare, a eccezione del reattore. Questo perché il reattore contiene un’enorme quantità di grafite”, spiega Bastianini. “Quando avremo un deposito nazionale, potremo rimuoverlo”. Mi fa visitare un magazzino dove il materiale radioattivo viene stipato in contenitori d’acciaio, all’interno di una struttura antisismica. Questi contenitori servono solo per lo stoccaggio temporaneo.

Agli inizi del duemila si cercò di realizzare un deposito nazionale in una miniera di sale in Basilicata, ma un’ondata di proteste costrinse il governo ad abbandonare il progetto. Oggi la Sogin, l’azienda statale responsabile dello smantellamento dei siti nucleari, è ancora alla ricerca di un posto dove costruire un deposito permanente e deve fare i conti con una costante opposizione. Intorno all’impianto di Latina circolano voci e timori, proprio come negli anni ottanta, quando Malossi sentì parlare dei pesci radioattivi con quattro code. Un articolo pubblicato il 2 aprile 2025 dall’Espresso afferma che l’impianto potrebbe rilasciare scorie radioattive nel terreno.

Le dolci colline umbre

La Sogin nega categoricamente. Stando a quanto dichiarato da un suo portavoce viene fatto un controllo periodico sulla qualità degli ortaggi, del latte e delle coltivazioni, oltre che sull’aria, sul suolo e sulle falde acquifere per verificare la presenza di radiazioni. “I risultati delle analisi confermano impatti ambientali radiologicamente irrilevanti”.

All’imbrunire di un giorno d’estate, Monica Tommasi guida tra le colline che circondano Orvieto, in Umbria. È un territorio ricco di testimonianze – pieno di antiche gallerie, cave etrusche, siti archeologici ancora intatti e zone in cui si aggirano lupi e cinghiali. Tommasi è la presidente di Amici della Terra, che in passato era la sezione italiana della rete internazionale Friends of the Earth, poi nel 2014 c’è stata la rottura. “Ce ne siamo andati perché litigavamo troppo”, spiega, aggiungendo che la rete voleva “mettere turbine e pannelli solari ovunque. E noi non eravamo d’accordo”. L’associazione Friends of the Earth era nata dal movimento antinucleare statunitense. È riuscita a ottenere la chiusura di due reattori negli Stati Uniti e dal 1969 fa della lotta contro il nucleare un elemento centrale della sua identità.

Tommasi ricorda bene il momento in cui cominciò a riconsiderare l’energia nucleare. “Era il 2011, quando il governo stava investendo molto nell’energia solare ed eolica, con infrastrutture che avrebbero invaso e industrializzato il paesaggio”, racconta.

In Italia molti progetti per la transizione verde hanno avuto problemi: aziende del settore eolico accusate di corruzione, di aver costruito in zone con poco vento o di aver devastato il territorio. Per la prima volta Tommasi si è chiesta come decarbonizzare “senza distruggere l’ambiente”. La possibilità del nucleare la incuriosiva: “Dovevamo cominciare a ragionare e cambiare idea”. Oggi per Tommasi serve un dibattito nazionale sull’energia nucleare. “Questa scelta dovrebbe essere accompagnata da un confronto pubblico, che però non c’è perché hanno ancora tutti paura. Il futuro del settore energetico italiano deve essere nel nucleare”. E aggiunge che se l’Italia dovesse continuare a puntare solo sull’eolico e il solare “verrebbero distrutte tutte le aree naturali rimaste”.

Cosa dice il governo

Ho chiesto al governo di rispondere a chi pensa che la criminalità, la speculazione e l’accaparramento di terreni nel settore delle energie rinnovabili possa influenzare l’opinione degli italiani sull’energia nucleare. “Non riteniamo corretto impostare il confronto energetico contrapponendo in modo ideologico nucleare e rinnovabili, né tantomeno usare eventuali criticità amministrative o criminali in alcuni comparti per delegittimare una tecnologia nel suo complesso”, ha detto Corrado, la responsabile della comunicazione del ministero. “Il nucleare non è un’alternativa alle rinnovabili, ma il loro migliore alleato”.

In una calda giornata d’autunno diverse migliaia di persone si sono riunite a Roma per il “climate pride”, una mobilitazione nazionale per la giustizia climatica. Hanno portato pale eoliche di cartone che ora ruotano nella brezza. Vincenzo Migliucci, 83 anni, è uno dei manifestanti. Per più di trent’anni ha lavorato per l’Enel ed è contrario all’energia nucleare. Dopo l’incidente di Černobyl protestò davanti al cantiere di Montalto di Castro quasi ogni giorno. Era tra quelli che picchettavano lo stabilimento per impedire l’ingresso degli operai. “Fu l’ira di Dio”, afferma in riferimento a Černobyl. “E se mai un giorno dovessimo analizzare a fondo la vicenda, scopriremmo quanti disastri ha provocato davvero quell’incidente”.

Migliucci è contrario a ogni tipo di impianto nucleare, mentre è a favore dei pannelli solari, ed è particolarmente preoccupato per quello che succede alle centrali che diventano obsolete e devono essere lentamente smantellate per decenni, come quella di Latina. “La dismissione costa una fortuna, lo stoccaggio delle scorie nucleari pure”, afferma.

Comincia a raccontarmi storie sulle centrali chiuse in Italia. “Vicino allo stabilimento di Garigliano”, mi dice, “è nato un bambino con un occhio solo”. Spalanca le palpebre mentre mi preme un dito in mezzo alla fronte. “Pecore e mucche”, continua, “nascono con sei zampe, o completamente rosse. Non sono chiacchiere, è tutto vero”.

Le centrali dismesse
Impianti nucleari in via di smantellamento. Le regioni colorate sono quelle che ospitano depositi di rifiuti radioattivi. (Nonsoloambiente)

In Italia le nuove generazioni non hanno la stessa percezione dell’energia nucleare, né di Černobyl o delle sue conseguenze, spiega Luca Romano, giovane influencer a favore del nucleare, con 250mila follower su Instagram. Romano realizza video sui vantaggi dell’energia nucleare insieme alla sua compagna Luiza Munteanu. Il problema principale, spiega, è la “scarsa alfabetizzazione scientifica. Il livello del dibattito è bassissimo. L’Italia è sempre stata un paese che guarda al passato più che al futuro”.

Nel maggio 2025 il direttore generale dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica era in Lombardia per firmare un accordo di collaborazione sul nucleare con il presidente della regione. La scelta della Lombardia è significativa, per la presenza di Milano e perché lì c’è il cuore dell’infrastruttura digitale italiana. Con almeno sessanta data center, e con altri in arrivo, la regione si è aperta alla Silicon valley. La Microsoft sta investendo lì miliardi per potenziare la propria infrastruttura di intelligenza artificiale e cloud computing (l’erogazione on demand di servizi informatici). Amazon si è impegnata a spendere oltre un miliardo di dollari per aumentare i data center nell’area di Milano. Ma come verrà alimentata l’infrastruttura dell’intelligenza artificiale nel nord? È un problema che deve essere ancora risolto e che tocca la questione della dipendenza energetica. Da quando Giorgia Meloni è diventata presidente del consiglio, nell’ottobre 2022, il governo considera l’energia nucleare essenziale per il futuro energetico del paese. “La crescita demografica ed economica mondiale aumenterà significativamente la domanda di energia”, ha affermato Meloni durante un vertice sulla sostenibilità ad Abu Dhabi. “Non da ultimo a causa delle crescenti esigenze derivanti dallo sviluppo dell’intelligenza artificiale generativa”.

L’intelligenza artificiale è un “tema di grande rilevanza”, ha affermato Corrado. “Non riteniamo corretto impostare il confronto energetico contrapponendo in modo ideologico nucleare e rinnovabili, né tantomeno usare eventuali criticità amministrative o criminali in alcuni comparti per delegittimare una tecnologia nel suo complesso”.

Nell’agosto 2025 è emerso che il governo aveva stanziato 7,5 milioni di euro per campagne a favore del nucleare, nelle regioni in cui potrebbero essere aperte nuove centrali. Uno dei punti chiave è la costruzione di reattori modulari di piccole dimensioni (Smr). Sono centrali a fissione nettamente più compatte delle tradizionali centrali nucleari. Hanno un nocciolo più piccolo e, secondo i sostenitori, caratteristiche di sicurezza che riducono al minimo il rischio di un disastro nucleare come quello di Černobyl. Un concetto che il governo vuole far arrivare agli elettori.

A oggi questi reattori sono operativi solo in Cina e in Russia, ma hanno suscitato un grande interesse nella Silicon valley. Sam Altman di OpenAI è stato presidente di Oklo, una startup focalizzata sui reattori modulari Smr, mentre la statunitense Kairos ha firmato un accordo con Google per svilupparli e alimentare così i suoi data center. La Commissione europea ha presentato a marzo 2026 una strategia per accelerare la loro messa in funzione entro il 2030.

Presto l’Italia potrebbe compiere i primi passi verso la ricostruzione di un’industria nucleare abbandonata da decenni. “Credo che non sarà facile rilanciarla”, afferma la storica Barbara Curli. “Conoscendo un po’ la storia dell’energia nucleare in Italia e la sua dimensione politica, sono piuttosto scettica”.

A circa 2.400 chilometri di distanza, nella zona di esclusione di Černobyl, tra cinghiali, uccelli e cervi, i livelli di radiazione sono scesi sotto gli 0,3 microsievert all’ora. Sono valori inferiori a quelli registrati in molte città europee. Non ultima Roma, la Città eterna. ◆ nv

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Questo articolo è uscito sul numero 1662 di Internazionale, a pagina 38. Compra questo numero | Abbonati