Il mondo del giornalismo finanziario, abituato all’uso spregiudicato di brutte metafore, si è scatenato di nuovo. Gli investitori sarebbero in “fuga” dall’Argentina e alla ricerca di “porti sicuri”. Altri temono possibili “contagi” dalla crisi turca. E inoltre: la lira turca “barcolla” impotente, e potrebbe “precipitare” a causa delle sanzioni. Chi non s’interessa troppo ai mercati potrebbe anche restare indifferente. Ma quello che è successo nei giorni scorsi potrebbe presto avere conseguenze reali anche per un pensionato tedesco, visto che molti fondi d’investimento hanno comprato titoli in paesi come l’Argentina, il Brasile, l’India, l’Indonesia e la Turchia, e in futuro potrebbero non essere in grado di pagare come previsto. Per chi vive in quei paesi, la crisi economica ha conseguenze molto peggiori. Soprattutto in Argentina e in Turchia, disoccupazione e povertà bussano alla porta. La colpa è dei governi locali, che hanno fatto politiche economiche sbagliate, ma non sono gli unici responsabili. L’Europa e gli Stati Uniti hanno risolto le loro crisi proprio a spese dei paesi emergenti. Da questo punto di vista, le turbolenze dei giorni scorsi sono più di un problema locale.

In seguito alla crisi scoppiata nel 2008, le banche centrali di Stati Uniti ed Europa hanno abbassato i loro tassi d’interesse portandoli a livelli mai visti prima. In questo modo hanno potuto finanziare lo stato e le imprese, evitando il collasso delle loro economie. A quel punto gli investitori dei paesi industrializzati hanno cercato di ottenere rendite più alte fuori dai loro paesi, per esempio nelle azioni e nei titoli di stato di economie in crescita come l’Argentina e la Turchia. Di recente, però, le banche centrali dei paesi industrializzati hanno deciso di rialzare i tassi d’interesse, così gli investitori possono tornare a riscuotere una rendita negli Stati Uniti con rischi minori. Per questo ritirano i loro soldi dai paesi emergenti. E le conseguenze sono nefaste.

In Argentina la crisi colpisce soprattutto le piccole e medie imprese. Gas, luce elettrica, tutto diventa più caro e i prezzi sono instabili. Alcune aziende sono costrette a chiudere, i posti di lavoro diminuiscono. Il mercato immobiliare è imploso. Nei supermercati la gente compra solo i prodotti più economici. Nei ristoranti i cuochi riducono le porzioni, invece di chiedere più soldi: i clienti forse non si accorgono di mangiare di meno per lo stesso prezzo.

Buenos Aires ha circa trecento miliardi di dollari di debito pubblico. Secondo l’ex presidente della banca centrale argentina Alejandro Vanoli, è pari all’80 per cento del pil previsto per il 2018. Una buona parte di questo debito è stato contratto in dollari. Alla fine del 2015, per attirare nuovi investitori dopo diverse insolvenze, il presidente argentino Mauricio Macri ha tolto i controlli sui movimenti di capitale. Da allora i soldi possono entrare liberamente in Argentina sotto forma di crediti o investimenti, ma possono anche uscirne rapidamente. “Il nuovo governo era considerato amico dei mercati e aveva un solido programma di politiche fiscali”, dice Stefanie Ebner, analista della società finanziaria Dws. Poi però la situazione è sfuggita di mano. Non solo il governo centrale ha cominciato a indebitarsi, ma anche le province povere si sono procurate soldi in questo modo. Quella dello Jujuy, che si trova nelle Ande, prometteva un interesse annuo del 10 per cento, un tasso decisamente rischioso.

Le bella storia ha preso una piega inaspettata. La scorsa primavera il paese ha chiesto all’improvviso aiuto al Fondo monetario internazionale (Fmi). Nei paesi industrializzati i tassi d’interesse aumentavano mentre cresceva l’incertezza sull’Argentina, così gli investitori hanno venduto i titoli argentini per cambiare i pesos ricavati in dollari. Anche per questo dall’inizio dell’anno il valore del peso rispetto al dollaro si è più che dimezzato. Secondo Vanoli, da quando Macri è entrato in carica, alla fine del 2015, dal paese sono usciti più di 50 miliardi di dollari. Il motivo è sempre lo stesso: chi può porta i propri risparmi al sicuro all’estero, in dollari. Tra i molti ricchi argentini che l’hanno fatto c’è anche il ministro dell’economia in carica.

Da sapere
Austerità argentina

◆ La crisi fa sentire i suoi effetti sugli argentini. Nella capitale Buenos Aires la quota di bambini che vivono in condizioni di povertà è arrivata al 45 per cento, mentre in tutto il paese il tasso generale di povertà è ormai del 33 per cento. Sono aumentati i prezzi di molti beni di prima necessità: quello del latte, per esempio, è cresciuto del 30 per cento nell’ultimo mese. Il 3 settembre il presidente Mauricio Macri ha annunciato un pesante piano d’austerità, che prevede la cancellazione di tredici ministeri, tra cui la sanità e il lavoro, e l’aumento delle tasse sulle esportazioni. Le Monde


Per il governo argentino la svalutazione del peso è drammatica. È indebitato in dollari, ma riscuotendo tasse e imposte continua a incassare pesos. Più il dollaro diventa forte, più pesos servono per ripagare il debito. Per i cittadini la svalutazione è una tragedia quotidiana. Il petrolio, per esempio, è importato e pagato in dollari, il trasporto di merci e persone è diventato quindi più caro. I prezzi di quasi tutte le merci sono aumentati del 40 per cento dall’inizio dell’anno, a fronte di un aumento di salari e stipendi compreso tra il 15 e il 20 per cento.

L’Argentina non è l’unico paese emergente a misurarsi con l’aumento dei tassi d’interesse all’estero. La situazione è particolarmente dura per quegli stati indebitati in dollari o in euro come la Turchia, che già aveva perso la fiducia di molti investitori a causa delle sanzioni statunitensi. L’Europa è legata alla crisi turca attraverso le banche tedesche e spagnole. Se le aziende turche non potessero più ripagare i loro debiti in dollari o in euro, avrebbero difficoltà anche le banche tedesche che gli hanno prestato i capitali.

Da sapere
Perdita di valore
Svalutazione rispetto al dollaro dall’inizio del 2018, percentuale (fonte: bbc)

Fare distinzioni

Sarà interessante osservare cosa faranno ora i presidenti di Argentina e Turchia. Entrambi cercano vistosamente di scaricarsi di dosso la responsabilità. Mauricio Macri e Recep Tayyip Erdoğan hanno anche un capro espiatorio in comune: gli Stati Uniti. Il 3 settembre, parlando agli argentini in un discorso sulla sicurezza e sulle guerre commerciali, Macri ha chiamato in causa anche la Turchia e il Brasile. Se però Erdoğan ha formulato una sua surreale teoria dei tassi d’interesse, che non dovrebbero mai aumentare, Macri sembra intenzionato a fare proprio quello che si augurano molti investitori. “Non possiamo più spendere come in passato”, ha dichiarato nel suo discorso.

In realtà non sono solo gli investitori a mettere in pericolo i paesi emergenti. Anche gli stati sono colpevoli. Nessuno lo sa meglio di Raghuram Rajan, ex capo economista dell’Fmi e, fino a due anni fa, presidente della banca centrale indiana. Nel mondo economico è una star: un editorialista indiano l’ha definito la stella della Bollywood dei banchieri. Nei suoi tre anni alla banca centrale l’inflazione era scesa dal 10 al 4 per cento. Il dato è ancora più sorprendente se si pensa che oggi la rupia ha toccato il suo valore minimo rispetto al dollaro. “Hanno problemi soprattutto quei paesi che non hanno le finanze in ordine, dove c’è poca crescita, che sono indebitati all’estero e dove le elezioni sono imminenti, perché i cambiamenti rischiano di aggravare la situazione”, dice Rajan.

A volte le crisi finanziarie si diffondono solo perché gli investitori sono spaventati e suppongono che ci siano somiglianze tra paesi in realtà molto diversi tra loro. Alcuni sono convinti che un paese emergente sia uguale all’altro. Ma secondo Rajan per il momento “i mercati sono ancora in grado di fare distinzioni”. Nel 2013 l’economista indiano aveva criticato la Federal reserve (Fed, la banca centrale statunitense) per la sua politica di aumento dei tassi d’interesse, che rischiava di danneggiare i paesi emergenti. Oggi dice che “la Fed si è comportata responsabilmente”. Ma il problema dei movimenti di capitale continua a preoccupare gli economisti. Quand’era banchiere centrale, Rajan ha cercato di impedire agli investitori di portare soldi in India dall’estero solo per brevi periodi. Le improvvise oscillazioni sono così diminuite.

Rajan si augura che i paesi esportatori di capitali non indeboliscano gli stati in cui investono. Ma sa anche che non è facile raggiungere gli accordi internazionali che sarebbero necessari. Secondo Rajan trovare una soluzione dovrebbe essere nell’interesse di entrambe le parti: “I paesi industrializzati, che diventano demograficamente sempre più vecchi, hanno bisogno di un posto dove fare investimenti di lungo periodo, e i paesi emergenti avrebbero tanto bisogno di quei soldi”. ◆ nv

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Questo articolo è uscito sul numero 1273 di Internazionale, a pagina 112. Compra questo numero | Abbonati