Dopo quasi cinquant’anni di attesa, approda finalmente in Italia (tradotto da Laura Cangemi) l’ultimo albo illustrato di Tove Jansson. Pubblicato originariamente nel 1977 questo libro non è solo un classico della letteratura per l’infanzia (dai tre ai nove anni), ma un testamento artistico che ridefinisce il confine tra realtà e finzione. Susanna è una bambina annoiata che mettendosi un paio di occhiali trovati su un prato si trova proiettata in un mondo capovolto, onirico e inquietante. È un incipit che richiama Alice nel paese delle meraviglie, ma con un tocco esistenzialista tipico della Jansson: la noia, la santa noia, apre la porta a mille avventure.
Il tutto è reso con una gamma di acquerelli che rendono l’idea della paura, ma anche della rabbia. Susanna attraversa vulcani e mari scomparsi su una mongolfiera, diretta verso l’unico luogo dove l’accoglienza è un dogma: la valle dei Mumin. Il testo cerca di mitigare l’angoscia delle immagini, creando un equilibrio perfetto tra ciò che ci fa paura e ciò che ci dà sollievo. Attraverso la sua protagonista Jansson mostra come l’infanzia non sia un’età piatta, ma un periodo in cui vivere infiniti sentimenti, dove imprevisti e catarsi la fanno da padrone. La valle poi non è un posto bucolico, ma un luogo della resistenza, radicale come sono radicali i sogni di felicità di Susanna.
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Questo articolo è uscito sul numero 1658 di Internazionale, a pagina 88. Compra questo numero | Abbonati