Sessanta milioni di dollari. È la cifra che la tv di stato cinese ha strappato alla Fifa per trasmettere i prossimi mondiali negli Stati Uniti su tutti i dispositivi, in forma gratuita. La Fifa ne chiedeva trecento. La Cina ha aspettato e alla fine ha firmato a un quinto del prezzo. In Italia la Rai si è accordata per settanta milioni di euro – cifra ridotta per la mancata qualificazione degli azzurri – e trasmetterà in chiaro 35 partite su 104. Dazn ne ha aggiunti altri cinquanta per coprire l’intero torneo in streaming. Totale: centoventi milioni di euro, divisi tra due piattaforme, per un paese di sessanta milioni di abitanti senza squadra in campo. La Cina, un miliardo e mezzo di abitanti, è il terzo mercato pubblicitario al mondo, e ha speso la metà. Economie assai diverse, certo, ma c’è una parola che spiega il divario, ed è “panico”. In Europa i diritti tv del calcio si comprano in stato di agitazione. I tifosi chiederanno conto, e non avere i mondiali in palinsesto è una sconfitta politica prima ancora che commerciale. L’acquisto dei diritti smette di essere una negoziazione e diventa un atto identitario: paghi non perché convenga, ma perché non puoi non farlo. La Cina, invece, ha trattato la Fifa come un grosso fornitore. Ha aspettato fino a meno di un mese dall’inizio del torneo, sapendo bene che quei 60 milioni sarebbero comunque andati bene. Il cinismo pianificato della Cina, la romantica naïveté europea. Le due anime del socialismo. ◆
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Questo articolo è uscito sul numero 1668 di Internazionale, a pagina 82. Compra questo numero | Abbonati





