C’è un video di cinque minuti che ricorda altre immagini viste in passato e che allo stesso tempo toglie il fiato per l’atrocità che mostra. Sono gli ultimi momenti della vita di Abderrahim Fakir, 42 anni, un uomo di origine marocchina che viveva in Italia da quando aveva sette anni e che non aveva ancora ottenuto la cittadinanza e per questo aveva chiesto l’asilo.

Fakir faceva faceva il facchino e viveva a Borgonuovo, nel comune di Sasso Marconi, insieme alla moglie. Il 19 luglio 2026 è morto nel quartiere Pilastro di Bologna, mentre due agenti della polizia lo stavano tenendo a terra.

Le immagini, diffuse dai familiari e acquisite dalla procura, mostrano l’uomo immobilizzato in posizione prona mentre urla ripetutamente: “Aiuto”. Poi dei lamenti e infine il silenzio. Nel video si vedono anche degli operatori sanitari che guardano la scena senza intervenire.

La procura di Bologna ha aperto un’inchiesta contro sei persone, due agenti e quattro operatori sanitari, e ha disposto l’autopsia, che dovrà chiarire le cause della morte. Anche l’azienda sanitaria locale di Bologna ha annunciato un’indagine interna per capire le modalità dell’intervento dal punto di vista sanitario.

Ma gli operatori sanitari e gli agenti sotto indagine potranno beneficiare per la prima volta del cosiddetto scudo penale previsto dall’ultimo pacchetto sicurezza convertito in legge ad aprile, che permette di non indicare una persona nel registro delle notizie di reato se c’è la scriminante della legittima difesa.

“Vogliamo la verità, vogliamo giustizia”, ha detto la sorella della vittima, partecipando a una manifestazione spontanea di protesta il 19 luglio.

Alcuni testimoni hanno raccontato che l’uomo era in stato confusionale e aveva chiesto aiuto. Era stato chiamato il soccorso, i poliziotti erano arrivati prima dei volontari della Croce rossa. Secondo le testimonianze, i poliziotti avrebbero usato spray urticante e poi avrebbero immobilizzato Fakir spingendolo a terra per ammanettarlo.

I precedenti

La tecnica usata nel suo caso è considerata molto pericolosa, perché può provocare arresto cardiaco e soffocamento. Il 15 gennaio 2026 l’Italia è stata condannata dalla Corte europea per i diritti umani (Cedu) per un caso simile a quello di Fakir.

Nella notte tra il 2 e il 3 marzo 2014, a Firenze, Riccardo Magherini era in stato confusionale. Anche quella volta intervennero i carabinieri, che lo immobilizzarono a terra in posizione prona, con il volto sull’asfalto. Diverse persone assistettero alla scena e la filmarono. Magherini gridava: “Sto morendo”.

In quel caso la Cedu aveva sottolineato che non c’era necessità di tenere a terra Magherini per più di venti minuti, e che questo aveva contribuito a provocarne la morte. La sentenza aveva anche evidenziato come le linee guida in vigore all’epoca non contenessero istruzioni chiare e adeguate sull’immobilizzazione delle persone in posizione per ridurre al minimo i rischi per la salute e la vita. E che mancava la formazione degli agenti di polizia su questa tecnica.

L’11 maggio scorso la polizia italiana ha diffuso un protocollo “per la gestione delle persone non collaborative”, ma secondo le prime analisi gli agenti che hanno fermato Abderrahim Fakir non hanno rispettato queste indicazioni.

Un altro caso simile è quello di Igor Squeo, che nella notte tra l’11 e il 12 giugno 2022 a Milano è stato immobilizzato in posizione prona, con almeno quattro agenti sopra la schiena e le spalle.

Anche Federico Aldrovrandi, uno studente ferrarese di 18 anni, fu ucciso per “asfissia da posizione” il 25 settembre 2005. Durante un fermo era stato immobilizzato con il torace sull’asfalto da dei poliziotti.

In alcuni di questi casi la presenza di video girati dai testimoni ha fatto la differenza. Quando sono mancate le immagini è stato più complicato fare luce sulla verità e l’attenzione dell’opinione pubblica è stata più discontinua.

In questo senso il caso forse più celebre è quello di George Floyd, ucciso il 25 maggio 2020 a Minneapolis, in Minnesota, Stati Uniti, da quattro agenti che lo avevano immobilizzato a terra. Uno di loro gli aveva premuto il ginocchio sul collo per nove minuti, provocandone la morte.

Anche quella volta la scena era stata ripresa ed era stata diffusa, provocando proteste molto partecipate in città e poi in tutto il paese, che hanno portato alla riforma della polizia locale, accusata di profilazione razziale e di usare comportamenti violenti e pericolosi, in particolare sulle minoranze.

La morte di Fakir avviene durante le giornate in cui si ricordano i venticinque anni delle violenze al G8 di Genova, definite da Amnesty international “la più grave sospensione dei diritti umani della storia recente”, in particolare a poche ore dall’anniversario dell’uccisione di Carlo Giuliani, un ragazzo di 23 anni, colpito da un colpo di pistola sparato da un carabiniere di leva, Mario Placanica, a piazza Alimonda.

Nel 2003 l’indagine contro Placanica fu archiviata perché gli fu riconosciuto l’uso legittimo delle armi e la legittima difesa sulla base di una perizia secondo la quale il carabiniere aveva sparato in aria, ma un sasso aveva deviato il proiettile, che aveva poi colpito e ucciso Giuliani.

Amnesty international riconobbe che le violenze, le torture e gli abusi di quei giorni non furono però delle condotte eccezionali o dei casi isolati, ma “pratiche di polizia e di gestione dell’ordine pubblico con precise responsabilità in tutta la catena di comando”. Anche la corte europea dei diritti umani (Cedu) condannò l’Italia perché la polizia si era rifiutata di collaborare con la magistratura per individuare i responsabili di quegli abusi.

Il procuratore Enrico Zucca, che seguì l’indagine sulle violenze consumate nella scuola Diaz, ha sottolineato che i responsabili di quelle aggressioni non venivano da corpi speciali delle forze dell’ordine, ma erano poliziotti comuni, capaci di compiere atti di tortura su dei ragazzi e delle ragazze che dormivano.

Venticinque anni dopo i fatti di Genova, l’uccisione di Fakir solleva delle domande: perché in Italia non sono ancora stati introdotti strumenti indipendenti per controllare l’operato delle forze dell’ordine? Ma soprattutto: perché non c’è stata una riforma delle forze di polizia.

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