Nessuno comincia una guerra pensando che durerà per sempre.
Eppure, fin dal Vietnam, i presidenti statunitensi sono ripetutamente entrati in conflitti che sembravano poter durare all’infinito, almeno fino a quando il presidente successivo – o quello dopo ancora – non decideva che il gioco non valeva la candela dal punto di vista economico e politico, dichiarava vittoria e tornava a casa.
Con l’Iran, Donald Trump potrebbe essere caduto nella stessa trappola.
Nella sua campagna elettorale aveva promesso di mettere fine alle guerre, non di iniziarle, e aveva garantito che non si sarebbe mai infilato in una guerra infinita, tanto più in Medio Oriente. Eppure è questo che rischia in Iran, dicono i suoi oppositori.
La guerra che Israele e Stati Uniti hanno lanciato con tanta forza ha oscillato tra brevi trattative e attacchi militari. Nessuna delle due strade è servita a raggiungere gli obiettivi dichiarati da Trump, cioè il cambio di regime a Teheran e la fine del programma nucleare iraniano, mentre la guerra ha creato un problema nuovo, apparentemente insolubile, bloccando lo stretto di Hormuz.
Con la diplomazia in un vicolo cieco, almeno per ora, Trump si ritrova frustrato e di nuovo in guerra, con un cessate il fuoco fallito e lo stretto bloccato. L’accordo preliminare con l’Iran che, a suo dire, otteneva “tutto ciò che ci eravamo prefissati di fare” – un’interpretazione molto discutibile – è già carta straccia dopo meno di un mese.
“Entrambe le parti lo consideravano come una prosecuzione della guerra con altri mezzi, non come un ponte verso la pace”, dice Ali Vaez, direttore del progetto Iran per l’International crisis group.
Senza una strategia di lungo termine che porti a una risoluzione sostenibile, spiega l’esperto, c’è il rischio di creare “le condizioni per una guerra infinita”.
Senza fine
L’idea delle “guerre infinite” ha fatto la sua comparsa con l’11 settembre e la “guerra globale al terrore”, che ha trascinato gli Stati Uniti in lunghi interventi militari, con truppe schierate sul campo sia in Afghanistan che in Iraq. Questi conflitti, cominciati con il rovesciamento di regimi ostili e poi diventati operazioni controinsurrezionali, sono finiti o in modo non risolutivo oppure con una sconfitta, e sempre con enormi costi economici e umani.
I leader potenti che hanno grandi eserciti tendono a cadere nella “fallacia della guerra breve”, sostiene Lawrence D. Freedman, professore emerito in studi sulla guerra al King’s college di Londra, che l’anno scorso ha scritto un articolo intitolato “The age of forever wars” (“L’epoca delle guerre infinite”): “Sono convinti di poter vincere rapidamente, senza subire conseguenze negative”.
Come Trump in Iran e il presidente russo Vladimir Putin in Ucraina, “non si rendono conto dei limiti della forza militare e quindi si pongono degli obiettivi raggiungibili (sempre ammesso che lo siano) solo attraverso un lungo conflitto”, spiega Freedman.
E anche le forze militari più avanzate non bastano se non c’è una strategia per trasformare la superiorità sul campo di battaglia in un successo politico e diplomatico duraturo. Per Trump inoltre la sfida è ancora più complicata: il presidente statunitense sta tentando di vincere la guerra usando solo le forze aeree e marittime, senza l’invio (politicamente indigesto) di truppe di terra in Iran.
La guerra del Golfo del 1991 fu rapida e raggiunse i suoi obiettivi, perché il presidente George H.W. Bush si era dato un obiettivo politico circoscritto: cacciare Saddam Hussein dal Kuwait. Quella lezione fu ignorata dal figlio, il presidente George W. Bush, quando si lanciò nella seconda guerra con l’Iraq, che finì per rafforzare il potere dell’Iran nella regione. In Afghanistan, dopo che Bush figlio cacciò i taliban, lui e i suoi successori hanno tentato invano di trasformare la società, ma quando Washington si è stancata di provarci i taliban sono tornati al potere.
Secondo alcuni, compreso talvolta lo stesso Trump, il presidente sarebbe entrato in guerra contro l’Iran per chiudere definitivamente quella che considerava la guerra durata 47 anni tra Stati Uniti e Iran, cominciata nel 1979 con la caduta dello scià e il sequestro di più di sessanta ostaggi statunitensi.
Vali Nasr, professore alla Johns Hopkins school of advanced international studies, sostiene che la “guerra infinita” tra Stati Uniti e Iran è solo l’ennesimo round di un conflitto che a volte è esploso in modo violento, altre volte ha prodotto un accordo, come quello del 2015 sul nucleare che Trump ha fatto a brandelli nel 2018.
Aaron David Miller, ricercatore senior del Carnegie endowment for international peace, afferma che Trump, sulla spinta di Israele, si è anche inserito in un’altra “guerra infinita” parallela, quella tra Israele e Iran, portata avanti con gli alleati dell’Iran in Libano, nei territori palestinesi e in Yemen.
Una situazione diversa
Trump ha ancora la possibilità di vendere alla sua base questa guerra impopolare come una specie di vittoria e ritirarsi. Ma per lo stupore di molti, sembra che invece stia rincarando la dose, pur senza la chiara prospettiva di una soluzione diplomatica. E la sua promessa di mantenere aperto lo stretto di Hormuz, mentre l’Iran insiste per continuare ad avere un controllo sul passaggio marittimo, potrebbe comportare un impegno militare statunitense molto a lungo, anche con l’eventuale contributo degli alleati.
Tuttavia, la guerra in Iran è diversa, soprattutto se paragonata all’Afghanistan e alla seconda guerra in Iraq. In entrambi quei conflitti migliaia di militari statunitensi sono stati schierati sul campo per lunghi periodi di tempo finendo per combattere contro milizie e terroristi che si opponevano ai nuovi governi sostenuti dagli Stati Uniti, ma senza entrare in conflitto con uno stato come l’Iran.
E a differenza del Vietnam, dell’Iraq o dell’Afghanistan, l’Iran può danneggiare economicamente gli Stati Uniti bloccando lo stretto di Hormuz. Questo rafforza Teheran ed è uno dei motivi principali per cui il regime non rinuncerà al suo controllo.
Le cose non torneranno come prima, afferma Suzanne Maloney, direttrice del programma di politica estera presso la Brookings institution. Come nel caso iracheno, pregiudizi e percezioni errate degli Stati Uniti hanno modificato l’equilibrio di potere nella regione, spiega la studiosa, e ormai l’epoca in cui il transito nello stretto di Hormuz era completamente libero è probabilmente finita.
Forse potrà esserci “una nuova normalità”, dice Maloney, “ma con uno schieramento di forze statunitensi molto più grande nella regione”, considerata la capacità dell’Iran di colpire le navi ogni volta che vuole.
Dato che Washington ha meno da guadagnare dell’Iran in questa guerra, dice Nasr, che ha lavorato sulla guerra in Afghanistan, “il ritmo comincia a rallentare, mentre l’altra parte è disposta a mantenere lo stesso livello di intensità”. Quando gli Stati Uniti hanno cominciato a ritirarsi dall’Afghanistan, come dal Vietnam, “gli equilibri hanno iniziato a spostarsi”.
Tuttavia, una soluzione negoziata del conflitto in Iran sembra ancora molto distante. Entrambe le parti si sono dimostrate incapaci perfino di rispettare un accordo quadro minimo che rinviava al futuro tutte le questioni sostanziali, spiega Vaez. Se non riescono neanche a fare questo, aggiunge, “potrebbe saltare anche l’ultima barriera tra gli scontri episodici e una guerra infinita”. ◆
(Traduzione di Francesco De Lellis)
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