Homo condominialis lupus, scriveva Marcello Marchesi a proposito del vicinato, dove ogni scaramuccia degenera in conflitto. Il condominio come deposito di vendette coltivate, alleanze provvisorie e strategie da piccolo impero. In The neigh­bourhood _(Itv), sei nuclei familiari vengono trasferiti in una strada chiusa e artificiale, porta a porta, affrontando prove e mettendo in campo tattiche per evitare lo sfratto deciso dagli altri concorrenti, che a fine puntata piantano il cartello “vendesi” davanti alla casa da eliminare. Le sfide oscillano tra il banale e l’assurdo: scovare nani da giardino o afferrare indumenti appesi a un enorme stendino. Nel frattempo, s’insinuano microstrategie di seduzione condominiale: la famiglia indiana che offre samosa, la coppia che annaffia anche il giardino accanto, il gruppo di studenti che flirta con chiunque respiri, e Jordan, ex militare, che sabota ogni fragile patto. Nello show non conta ciò che fai, ma come vieni percepito e raccontato dagli altri. È un reality sulla convivenza che assorbe il conflitto reale e lo restituisce sotto forma di sorrisi strategici, piccoli tradimenti, pacate infamità. Non si urla, non si litiga: ci si nomina. Come in _The Truman show, o nella Ddr. Anzi, come oggi: vicini ma guardinghi, cordiali ma in competizione. Condividiamo lo spazio, non la fiducia. E forse la vera stranezza non è il format, ma la familiarità di quel vicolo cieco. ◆

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Questo articolo è uscito sul numero 1663 di Internazionale, a pagina 82. Compra questo numero | Abbonati