“Hai tentato il suicidio un paio di volte. Sei felice di essere vivo adesso?”. Domanda sul crinale del cinismo. Eppure, in The assembly, trova piena cittadinanza. Nel talk britannico una celebrità – in questo caso Stephen Fry – è intervistata da un gruppo di giovani neurodivergenti o con disabilità intellettive. Senza copione né addetti stampa, fanno le domande che tutti vorrebbero fare. A un ospite si chiede perché imprechi così tanto; ad altri come abbiano attraversato la leucemia del figlio o come, da trans­gender, abbiano imparato a sfilare in passerella. In mezzo, fendenti più leggeri: “Il tuo kebab preferito?”, o “Sei attivo o passivo?”. È questa giustapposizione, quasi brutale, il motore comico ed emotivo del format. I produttori della Rockerdale studios – azienda gestita da persone con disabilità – erano diffidenti, ma hanno cambiato idea guardando la versione francese, in cui a Emmanuel Macron fu chiesto se sposare la propria insegnante di liceo fosse un cattivo esempio. Poche regole: niente sentimentalismo, niente statistiche, niente sguardi commossi. Non un programma sulle difficoltà di apprendimento, ma sulla connessione, sull’umanità, su una disarmante onestà. Gli ospiti si prestano a riflettere sul loro stesso imbarazzo e a trovare le parole più sincere. E questo li premia. Restituendo una tv che sembra funzionare proprio perché rinuncia a quasi tutto ciò che, di solito, considera indispensabile. ◆

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Questo articolo è uscito sul numero 1661 di Internazionale, a pagina 88. Compra questo numero | Abbonati