All’inizio di maggio la Msc Mediterranean Shipping, la più grande compagnia di trasporti marittimi del mondo, ha annunciato delle nuove rotte che si propone di aggirare lo stretto di Hormuz, l’arteria da cui passa un quinto del greggio globale – insieme a numerose altre materie prime – bloccata ormai da mesi a causa della guerra di Stati Uniti e Israele contro l’Iran. L’azienda ha predisposto un nuovo servizio, lo Europe – Red Sea – Middle East Express, “per rispondere alla crescente domanda dall’Europa e al preoccupante scenario in Medio Oriente”. Ora la compagnia, passando per il canale di Suez, collega alcuni porti strategici europei (per esempio, Brema, Danzica, Klaipėda, Anversa, Valencia, Barcellona, Gioia Tauro) al King Abdullah Port (Arabia Saudita), a Jeddah (Arabia Saudita) e Aqaba (Giordania).
I porti sauditi, in particolare, sono collegati attraverso una catena di automezzi a località che si affacciano sul golfo Persico, per esempio Dammam, dove arrivano i carichi di navi provenienti da paesi come gli Emirati Arabi Uniti, che oggi non riescono a passare per lo stretto di Hormuz a causa della guerra. Attualmente, ne ha parlato il Financial Times in questo articolo tradotto da Internazionale nel nr. 1659, nel braccio di mare bloccato dall’Iran si trovano decine di navi, con a bordo migliaia di marinai che vorrebbero tornare a casa. Servizi di collegamento delle due coste della penisola araba sono stati allestiti anche dalla tedesca Hapag-Lloyd, che connette anche l’Oman, e dalla danese Moller-Maersk. La Msc collegherà inoltre il Bahrein, l’Iraq e il Kuwait.
Dall’inizio del conflitto i paesi del golfo Persico vittime della reazione iraniana stanno lavorando all’apertura di nuove infrastrutture e rotte terrestri e marittime per aggirare lo stretto di Hormuz e sottrarsi al ricatto del regime di Teheran. Come racconta Le Monde, a marzo l’autorità portuale saudita ha inaugurato un “ponte commerciale” che collega Sharjah, negli Emirati Arabi Uniti, all’Arabia Saudita. Sono stati ripresi progetti sospesi perché considerati troppo costosi: per esempio, il canale che negli Emirati Arabi Uniti collega Fujairah, sulla costa orientale del paese, a Dubai, sulla costa occidentale.
Lanciata nel 2008, è un’opera colossale che prevede un costo di centinaia di miliardi di dollari per scavare 180 chilometri attraverso un paesaggio montuoso. L’Arabia Saudita, inoltre, ha aumentato la quantità greggio che passa per l’oleodotto Est-Ovest, costruito nel 1981 durante la guerra tra Iran e Iraq. Questa infrastruttura attraversa il paese, dal giacimento petrolifero di Abqaiq al porto di Yanbu, sul mar Rosso, e nelle ultime settimane la sua capacità è quasi decuplicata, passando da meno di ottocentomila barili al giorno a quasi sette milioni.
Poi c’è l’oleodotto di Abu Dhabi, completato nel 2011, che si estende per quattrocento chilometri dai giacimenti di petrolio e gas di Habshan, nel nordovest degli Emirati Arabi Uniti, fino al porto di Fujairah, nel golfo dell’Oman: anche in questo caso il trasporto di greggio è aumentato in modo esponenziale, ma non è in grado di trasportare l’intera produzione nazionale. Per questo gli Emirati Arabi Uniti hanno cominciato la costruzione di una nuova condotta verso Fujairah, che sarà completata nel 2027. Un’idea tornata d’attualità in questi giorni è quella di costruire un superoleodotto che colleghi l’Iraq all’Oman. Il progetto, che costerebbe intorno ai cinquanta miliardi di euro, permetterebbe di evitare allo stesso tempo il mar Rosso e lo stretto di Hormuz, trasportando circa dieci milioni di barili di greggio al giorno.
Gran parte di questi interventi ha lo scopo di gestire l’emergenza nell’attesa (e nella speranza) che tutto torni come prima. Ma in realtà il mondo sta già pensando a uno scenario post-Hormuz, e non solo perché la riapertura del braccio di mare potrebbe essere rimandata ancora a lungo. L’idea è quella di trovare un sistema che renda lo stretto molto meno fondamentale per l’economia globale.
Servirà uno sforzo enorme, anche dal punto di vista finanziario, ma probabilmente è una via obbligata: in un recente articolo il Wall Street Journal ricordava che “l’era dei mari liberi, quella assicurata per decenni dagli Stati Uniti, sta andando in frantumi” e ora ognuno deve pagare per attraversarli. Come osserva il Financial Times, “nuovi porti, oleodotti e collegamenti terrestri necessitano di anni di lavoro, non potranno mai permettere di evitare al 100 per cento Hormuz e comporteranno anch’essi dei rischi. Quello che è successo nel golfo Persico ha evidenziato per di più la vulnerabilità di altri punti vitali del mare, che in futuro potrebbero essere usati come armi geopolitiche. Ma investire per ridurre la dipendenza da questi snodi darà i suoi guadagni domani”.
Alcuni analisti, tuttavia, si chiedono se i progetti tengano conto del fatto che in futuro il mondo userà meno idrocarburi grazie all’avanzata delle rinnovabili e che non è lontanissimo il momento in cui la disponibilità delle fonti fossili comincerà a diminuire: secondo l’Agenzia internazionale per l’energia il consumo di petrolio dovrebbe raggiungere il picco entro il 2030.
Non a caso gli stessi paesi del Golfo investono risorse notevoli nella diversificazione delle loro economie, troppo dipendenti dalle materie prime, puntando anche sulle rinnovabili e sull’idrogeno verde. Ma allo stesso tempo non bisogna dimenticare che snodi globali come lo stretto di Hormuz non sono importanti solo per il commercio di idrocarburi. Da lì passano molte altre materie prime indispensabili all’economia mondiale: per esempio, il 50 per cento dello zolfo, un elemento alla base di molti fertilizzanti.
Questo testo è tratto dalla newsletter Economica.
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