◆ È già tutto dimenticato. Come torna il sole smettiamo di guardare preoccupati i rivoli che ancora colano dai pendii, gli asfalti smozzicati e la terra che ha invaso le strade. Ci limitiamo a sterzare, evitando gli ostacoli lasciati dall’acqua recente. Il fiume si è ritirato dalle golene, è rientrato nell’alveo. Negli anni qualche intervento per contenere i rischi delle grandi alluvioni c’è stato, qui in Abruzzo vasche di laminazione lungo il corso del Pescara. Abbiamo – forse – salvato la città dagli allagamenti e messo al riparo i centri commerciali e le altre opere in cemento che da decenni violentano il fiume. Ma dietro tutto questo c’è il nulla. A cosa servono questi cantieri spot, mi chiedo, se manca un progetto sistemico sull’intero territorio nazionale, basato su una mappa dettagliata delle fragilità? Si risolve solo un problema locale. Il paesaggio agrario è a rischio estinzione. Ho conosciuto contadini semianalfabeti che erano scienziati in materia di “regimazione delle acque meteoriche”. Con gli aratri incidevano solchi per incanalare l’acqua del cielo verso fiumi, torrenti o fossi. La terra restava ferma. Certo, le piogge erano più distribuite nel tempo e meno irruenti, ma pioveva. In mancanza di politiche che incentivino i giovani a un’agricoltura sostenibile, gran parte dell’Italia interna è destinata all’abbandono e all’incuria. E l’acqua farà, dolcenera, ciò che vorrà.
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Questo articolo è uscito sul numero 1661 di Internazionale, a pagina 16. Compra questo numero | Abbonati




