L’amore non basta. Se sei preso d’amore per la giovane che torna dal suo rifugio nel bosco con una cesta di erbe magiche e l’abito rosso stretto sul seno, l’amore non basta. E se anche tu, creatura selvatica con l’abito rosso, sei presa d’amore per quel giovane che ama scrivere invece di lavorare, quel ragazzo ribelle e incerto che non immagini quale genio universale diventerà, l’amore non basta. Non necessariamente preserva dalla solitudine. Nell’acclamato Hamnet della regista Chloé Zhao, uno dei nuclei più toccanti è proprio la solitudine di Agnes nella coppia e nella famiglia che forma con William Shake­speare.

Uno smisurato talento trascina lui a Londra mentre lei, pur così poco conforme alle richieste sociali, resta a Strat­ford e cresce i bambini, finché la tragedia entra nella casa. Per Will è in gioco l’urgenza ineludibile della propria realizzazione artistica, viene prima di tutto il resto. Agnes è l’alleata ideale, crede in lui, lo solleva dagli impegni familiari. Ma vivrà giorni di angoscia e rabbia, in cui l’assenza di Will diventa colpa. Non sempre un lutto condiviso unisce, può frantumare, al contrario, i legami più solidi. Nel film però accade quello che solo all’arte può riuscire: Agnes guarda dal vivo come Will ha trasformato il proprio e il loro dolore, lo riconosce, lo tocca trasfigurato e incarnato sul palcoscenico. Il piccolo Hamnet reso immortale nell’ Hamlet.

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Questo articolo è uscito sul numero 1656 di Internazionale, a pagina 14. Compra questo numero | Abbonati