Il 28 aprile 2026 gli Emirati Arabi Uniti hanno annunciato che da 1 maggio 2026 usciranno dall’Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio (Opec). La clamorosa decisione arriva dopo che il paese mediorientale ha subìto colpi durissimi dalla reazione dell’Iran alla guerra scatenata dagli Stati Uniti e da Israele il 28 febbraio. In due mesi di guerra i missili e i droni di Teheran hanno provocato danni enormi alla sua capacità di produrre ed esportare petrolio.

Allo stesso tempo il clima di paura e sfiducia che si è diffuso nei due principali centri economici e finanziari del paese, Abu Dhabi e Dubai, ha messo in crisi le altre due colonne portanti della sua economia: il turismo e la finanza.

L’arrivo di visitatori stranieri è crollato e soprattutto è diminuita la fiducia degli investitori, che in questi anni hanno contribuito a far diventare gli Emirati Arabi Uniti una piazza finanziaria internazionale di primo livello.

L’uscita dall’Opec del terzo produttore di greggio dell’organizzazione rischia di provocare una delle più gravi crisi mai vissute dal cartello nato nel 1960, se non la sua fine.

Negli ultimi anni l’Opec aveva già subìto altri addii – l’Indonesia nel 2016, il Qatar nel 2019, l’Ecuador nel 2020 e l’Angola nel 2023 – e ogni volta si è puntualmente parlato di una sua morte imminente. Previsioni simili si sono rivelate sempre sbagliate, ma ora le cose potrebbero andare diversamente.

Su Bloomberg l’esperto di mercati delle materie prime Javier Blas ricorda che “siamo davanti a un paese con una significativa capacità di aumentare la sua estrazione di greggio e che soprattutto ha il denaro per trasformare i suoi sogni in realtà”.

Il momento in cui ha annunciato l’addio coincide con la guerra in Iran e la crisi dello stretto di Hormuz, ma il conflitto c’entra fino a un certo punto: l’allontanamento degli Emirati era in corso da anni e le sue cause portano piuttosto dalle parti dell’Arabia Saudita e del Texas, cioè nel cuore del greggio statunitense estratto con la tecnica del fracking.

È noto che per affrontare la concorrenza del greggio statunitense gli Emirati chiedono da anni all’Opec di aumentare la propria produzione e ridurre i prezzi. Invece l’Arabia Saudita, d’accordo con la Russia di Vladimir Putin, propone tagli alla produzione per mantenere il prezzo intorno ai cento dollari al barile, una quota imprescindibile per finanziare i grandiosi progetti di sviluppo di Riyadh assicurando allo stesso tempo l’equilibrio dei conti pubblici.

Insomma, gli Emirati escono per essere liberi di produrre più greggio in un mondo che ne ha ancora un gran bisogno. Questa scelta potrebbe essere imitata da altri paesi che vogliono fare la stessa cosa. Per esempio il Venezuela, dove in futuro potrebbe andare al potere un’opposizione da sempre ostile all’Opec. Per non parlare poi della cosiddetta Opec+, il cartello allargato ad altri produttori, molti dei quali – come il Kazakistan – hanno preso le distanze già da tempo.

Nuovi protagonisti

Molti segnali, quindi, indicano che in futuro il mercato globale dell’energia sarà profondamente rivoluzionato, scrive il Wall Street Journal: le fondamenta poste negli settanta sono ormai destinate alla storia. L’Opec perderà del tutto la sua capacità di influenzare il prezzo del petrolio modificando i suoi ritmi di estrazione.

Oggi il mercato ha nuovi protagonisti: non solo il fracking statunitense, ma i ricchissimi giacimenti scoperti in Canada, Guyana e Brasile, oltre al promettente bacino emerso di recente a Vaca Muerta, in Argentina. Tutti sono legati, in misura maggiore o minore, ai colossi petroliferi statunitensi e disegnano un mercato mondiale del petrolio completamente nuovo.

Tuttavia, se il petrolio e in generale le fonti fossili sono destinati a circolare per il mondo ancora a lungo, è indubbio che crisi energetiche come quella provocata dalla guerra in Iran debbano far riflettere sul modo migliore perché non si ripetano.

I paesi che producono greggio come gli Emirati Arabi Uniti stanno già pensando a nuovi scenari in cui non debbano più dipendere da snodi fuori dal loro controllo, come sta avvenendo oggi con lo stretto di Hormuz, per le loro esportazioni.

Chi consuma energia dovrà a sua volta diversificare le sue fonti per non subire ulteriori shock a causa di terremoti geopolitici. L’Unione europea ne sa qualcosa, visto che nel 2022 è stata travolta dalle conseguenze dell’invasione russa dell’Ucraina e oggi è alle prese con la crisi di Hormuz.

Una via percorribile è l’investimento nelle fonti rinnovabili, che se usate in modo adeguato, possono ridurre al minimo il fabbisogno delle fossili. Con un doppio vantaggio: aumentare la protezione dalle onde d’urto degli scontri geopolitici e allo stesso tempo contrastare attivamente la crisi climatica e rendere più solida l’economia. E, anche, rendere il mondo meno turbolento e più slegato da organizzazioni di produttori, superpotenze e dittature: come ha scritto Rebecca Solnit in un articolo pubblicato di recente da Internazionale, “l’energia rinnovabile è anche energia decentralizzata, che non può essere monopolizzata da cartelli e multinazionali”.

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