La peggiore delle scuole diventa la migliore, se non ci puoi più andare. Successe così con la scuola fascista, quando nel settembre del 1938 studenti e docenti di “razza ebraica” ne furono esclusi. Lo racconta con efficacia Ugo Foà, che allora aveva undici anni, in Il bambino che non poteva andare a scuola. Storia della mia infanzia durante le leggi razziali in Italia , appena pubblicato da Manni. “La mamma”, scrive, “ci chiamò in cucina, ci disse che quell’anno non avremmo iniziato la scuola: niente ginnasio per me, e niente scuola neanche per i miei fratelli. Ero frastornato, non capivo: avevo paura di aver fatto qualcosa di male, che fosse una punizione (…). Come si poteva smettere di andare a scuola così presto, con tutto quello che avevo da imparare? Non avrei visto più i miei compagni? Come avrei passato la giornata? Scoppiai a piangere, ero umiliato, sentivo l’ingiustizia di quello che stava succedendo”. Foà, nel giro di poche limpide pagine, trova le parole per un dolore mai passato, per l’improvviso incomprensibile disordine del proprio mondo di bambino. Ma quel che più colpisce è l’accenno all’idea di aver fatto qualcosa di male. La giovanissima vittima si sospetta colpevole e perciò punita. Intollerabile. In tempi in cui le vie del negazionismo stanno diventando infinite, Foà, novantatré anni, dice con savia assenza d’enfasi: è andata esattamente così.

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Questo articolo è uscito sul numero 1394 di Internazionale, a pagina 14. Compra questo numero | Abbonati