**◆ **La metafora della guerra sta tramontando. Era già piuttosto zoppicante, pareva finalizzata soprattutto a suscitare spirito patriottico e a mettere in circolo un’altra metafora non convincente, quella dell’energica, gioiosa Ricostruzione. Prevale invece la “ripartenza”, che suggerisce una similitudine più terra terra: un treno fermo, il verde che finalmente sostituisce il rosso, ci si riavvia. Ma meno male con cautela. I vagoni sono malconci, niente entusiasmi postbellici, nessun rimboccarsi le maniche. Questo treno non è nemmeno un frecciarossa, probabilmente si fermerà di nuovo, il coronavirus seguita a essere ovunque. I viaggiatori in mascherina sono di pessimo umore e potrebbero dare i numeri da un momento all’altro, nei posti a destra come in quelli a sinistra. Appaiono fiaccati dai troppi morti, dalla minaccia permanente della malattia, dalla mutazione dell’idea stessa di buona salute e di arzilla vecchiaia, da una ratificatissima diffidenza verso l’altro. Insomma “ripartenza” è più adeguata al clima. Non si ricostruisce, non si reimmagina, non si rifonda. Si prova solo a riavviare i vecchi congegni, anche se il virus sta di fatto rivoluzionando ogni cosa e in un modo che le gerarchie all’interno di ogni settore sembrano fantasmi, i linguaggi appaiono ingorgati, perfino le storie, le filosofie, le lettere e le arti sembrano giocattoli di tempi più quieti.

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Questo articolo è uscito sul numero 1356 di Internazionale, a pagina 12. Compra questo numero | Abbonati