“Senza la guerra fredda che senso ha essere americani?”, dice Harry “Rabbit” Angstrom, protagonista di quattro romanzi di John Updike, prendendo in giro lo zelo missionario e il senso di superiorità morale del suo paese. Rabbit, un americano medio bianco che Updike ha usato per raccontare i cambiamenti culturali e politici del suo paese, probabilmente avrebbe votato per Donald Trump. Gli statunitensi, e non solo loro, sono stanchi di decenni di doppi standard e ipocrisia liberal. È per questo che il tentativo di Joe Biden di resuscitare la contrapposizione da guerra fredda tra democrazie e autocrazie subito dopo l’invasione dell’Ucraina è fallito.
Le sanzioni imposte da Washington alla Russia hanno invece avuto l’effetto di spingere l’India (un paese democratico) ad aumentare gli acquisti di petrolio russo, mentre il Sudafrica (altro paese democratico) si è quasi schierato con Mosca in quella che Vladimir Putin ha presentato come una lotta “antimperialista”. Con Trump è arrivata una nuova forma di aggressiva schiettezza nella politica estera statunitense. Niente più abbellimenti di facciata né dichiarazioni calibrate con cura. In assenza di regole, non ci sarebbe più stato bisogno di una “diplomazia ornamentale”.
Se il presidente degli Stati Uniti mostra di non vedere differenze tra democrazia e autocrazia, è difficile biasimare chi preferisce Pechino a Washington
Prima di Trump, quando attaccava una nazione ricca di petrolio, Washington sosteneva che il motivo fosse il sostegno alla democrazia o la sicurezza, anche se molti sospettavano che il vero obiettivo fosse l’oro nero. Oggi il presidente degli Stati Uniti è il primo a dire di aver attaccato il Venezuela per il petrolio. Niente più pretesti legati alla democrazia. La mancanza d’ipocrisia non renderà però gli Stati Uniti più rispettati. Un recente sondaggio commissionato dall’European council on foreign relations (realizzato prima dell’“operazione speciale” in Venezuela e delle proteste in Iran) mostra che, al livello globale, sono sempre di più le persone convinte che l’influenza della Cina sia destinata a crescere, e che questa sia una buona notizia per il proprio paese e per il mondo. In altre parole, Trump può anche aver sconvolto il mondo. Ma il mondo si sta innamorando della Cina.
Molti dei nuovi fan di Pechino hanno un’auto elettrica cinese, hanno pannelli solari cinesi sul tetto di casa, usano DeepSeek e comprano per i figli giocattoli fabbricati in Cina. Se si escludono le minacciose esercitazioni militari intorno a Taiwan e nel mar Cinese meridionale, Pechino non compie operazioni militari offensive al di fuori di quelli che considera i suoi confini. Machiavelli scrisse che per un sovrano è meglio essere temuto che amato, se non può essere entrambe le cose. Se fosse vero, le persone dovrebbero provare maggiore simpatia per gli Stati Uniti di Trump. Allora perché la dimostrazione di forza statunitense non dà risultati? Forse perché ci si accorge della potenza di uno stato solo quando questa vacilla.
Il mondo non si è lasciato impressionare più di tanto dalla frenesia trumpiana sui dazi. È stato molto più colpito dalla reazione della Cina a quelle misure. Gli Stati Uniti hanno mostrato un’impressionante efficacia militare in Venezuela, che però era prevedibile. Quello che ha stupito tutti è stato invece il fallimento russo in Ucraina. La gente fa anche attenzione alle invidie reciproche. E non è un segreto che Trump invidi la Cina e che, con suo grande rammarico, quell’invidia non sia corrisposta.
Trump fantastica sulla portata della potenza industriale cinese, tanto da aver adottato una specie di capitalismo di stato in stile cinese. Sembra quasi aver perso fiducia nel sistema politico ed economico del suo paese. Come dice il proverbio, l’imitazione è la forma più alta di adulazione, e oggi è Washington a imitare Pechino. Il potere genera obbedienza e conformismo, ma non lealtà. Quindi i potenti non devono aspettarsi solidarietà quando il loro potere declina. Trump ha convinto molti elettori statunitensi che lo slogan “l’America prima di tutto” volesse dire “l’America da sola”. Ma dal momento che è disposto a difendere solo ciò che possiede, non deve stupirsi se solo il 16 per cento degli europei considera gli Stati Uniti come alleati e il 20 per cento come rivali. La forza delle alleanze ideologiche sta nel promettersi sostegno quando si appare deboli. Se il presidente degli Stati Uniti mostra di non vedere differenze sostanziali tra democrazia e autocrazia, è difficile biasimare chi preferisce Pechino a Washington.
Gli Stati Uniti hanno prevalso nella guerra fredda perché mostrarono di essere non solo potenti, ma anche diversi. Fecero credere alle persone che la vittoria americana fosse anche la loro vittoria. Gran parte dell’opposizione venezuelana ha mantenuto questa illusione fino a quando ha capito che Trump era interessato solo al petrolio. Molti manifestanti iraniani probabilmente continuano a nutrire la stessa illusione. Come direbbe Rabbit, se gli Stati Uniti non rappresentano la libertà, o non fingono di farlo, che senso ha essere filoamericani? ◆ gim
Questo articolo è uscito sul quotidiano britannico Financial Times.
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Questo articolo è uscito sul numero 1649 di Internazionale, a pagina 34. Compra questo numero | Abbonati




