Negli ultimi trent’anni Grazia Santangelo, 62 anni, si è guadagnata da vivere vendendo libri e bigiotteria nella sua bancarella al mercato di Ballarò, a Palermo. Ballarò è uno dei mercati più antichi e animati dell’Italia meridionale, ma in questi giorni è praticamente deserto. Santangelo ha perso quasi tutti i clienti a causa della pandemia di covid-19 e fa fatica a comprare prodotti essenziali come i generi alimentari e le medicine. Dopo l’entrata in vigore delle nuove misure restrittive, Santangelo si considera fortunata i giorni in cui riesce a guadagnare almeno tre euro. “Sono alla frutta”, ammette al telefono. “L’atmosfera che faceva battere il cuore della città è svanita. Sono tutti molto preoccupati. Non ci sono più soldi”.
Secondo uno studio della Banca d’Italia, circa il 30 per cento della popolazione italiana ha visto diminuire i suoi guadagni mensili a causa dei provvedimenti presi per contenere il virus.
In base ai dati dell’Istituto nazionale di statistica (Istat), la spesa delle famiglie italiane si è ridotta dell’11,5 per cento tra il primo e il secondo trimestre del 2020.Quasi la metà delle persone che tra maggio e settembre si sono rivolte alla Caritas – un’organizzazione benefica cattolica controllata dalla Conferenza episcopale italiana – lo faceva per la prima volta.
Secondo gli economisti, la crisi ha colpito in modo particolare gli abitanti dell’Italia meridionale, soprattutto le persone più vulnerabili, quelle che vivono nelle periferie e nelle zone rurali e che spesso contribuiscono alla vasta economia sommersa del paese.
Il tasso di disoccupazione al sud, già alto, è aumentato più che nel resto d’Italia. Qui nel secondo trimestre del 2020, tra gli abitanti in età da lavoro, appena due su cinque avevano un’occupazione, mentre nell’Italia del nord erano due su tre. Gli effetti della pandemia sulle entrate delle famiglie, al netto dei sussidi stanziati dal governo, sono stati più gravi al sud, come dimostrano i dati pubblicati in estate dalla Banca d’Italia.
Durante la prima fase della pandemia l’Italia meridionale aveva vissuto un’emergenza sanitaria meno grave rispetto al nord, ma di recente il virus è tornato in forze anche nelle regioni del sud e minaccia di danneggiarne enormemente l’economia. “Anche se le regioni settentrionali hanno sofferto molto per il blocco della produzione, quando usciremo dalla crisi la ripresa sarà più intensa nei territori dove ci sono infrastrutture migliori e posti di lavoro più qualificati”, sottolinea Valentina Meliciani, che insegna economia applicata all’università Luiss di Roma. “Le conseguenze più disastrose si faranno sentire nelle aree più fragili, dove mancano le infrastrutture e i servizi digitali”.
Rischio di povertà
In Sicilia il lockdown “è stato una catastrofe per molte persone che si trovavano già in condizioni economiche precarie, spesso costrette a lavorare senza un contratto regolare e senza una rete di protezione offerta dalle istituzioni. Queste persone si sono ritrovate prive di un reddito da un giorno all’altro”, spiega Valeria Leonardi, del comitato di quartiere Sos Ballarò. Secondo lei le nuove misure restrittive peggioreranno la situazione.
Anche prima della pandemia, l’Italia meridionale aveva la percentuale di occupazione più bassa tra tutte le regioni europee, un vasto mercato del lavoro nero e scarse prospettive occupazionali, soprattutto per i giovani e le donne. In alcune aree, metà della popolazione era già esposta al rischio di povertà ed esclusione sociale. In questa parte del paese c’è una netta prevalenza di contratti a termine o sottopagati e di lavori che prevedono un contatto con il pubblico – come la vendita al dettaglio, l’accoglienza e l’intrattenimento – che sono quelli più esposti alle conseguenze economiche della pandemia. Più di metà dei bambini delle famiglie povere non ha una connessione internet a casa e non può partecipare alle lezioni a distanza quando le scuole sono chiuse. Massimo Rodà, economista di Confindustria, sottolinea che “i danni economici della situazione attuale potrebbero durare per anni, soprattutto al sud, penalizzando in misura maggiore i giovani e i meno qualificati”.
Il governo italiano ha immesso miliardi di euro nell’economia nazionale, lanciando un nuovo piano di assistenza per i più vulnerabili. In aggiunta al reddito di cittadinanza, che era stato introdotto prima della pandemia e potrebbe aver contribuito a ridurre i livelli di povertà per la prima volta negli ultimi quattro anni. Secondo l’Istat, nel 2019 circa 4,6 milioni di italiani (il 7,7 per cento della popolazione) vivevano in condizioni di povertà assoluta. Nel 2018 erano l’8,4 per cento.
Domenico Palaia, 52 anni, è un fornaio disoccupato di Satriano, un paese della Calabria. Nonostante gli aiuti del governo, Palaia riesce a malapena a sfamare la sua famiglia. La Calabria è una delle regioni più povere d’Europa.
Palaia vive in un appartamento insieme alla moglie, a due figli e alla madre di 84 anni, che riceve una piccola pensione. Non riusciva a trovare un lavoro già prima della pandemia e ora ha perso le speranze. “Non so come ho fatto a non impazzire”, ammette. “Tra un lockdown e l’altro, se il virus non ci darà tregua saremo perduti”.
A differenza di Palaia, le persone che lavorano in nero non hanno diritto al reddito di cittadinanza né ad altre forme di aiuto da parte dello stato.
“Le principali politiche adottate dal governo favoriscono le categorie che sono già parzialmente protette perché hanno uno stipendio e un contratto regolare. I lavoratori autonomi invece sono più penalizzati. Quelli che lavorano in nero, poi, rischiano di essere completamente tagliati fuori dagli aiuti”, sottolinea Meliciani. È la situazione in cui si trova Maria Grazia Brighina, 51 anni, che vive con il fratello e i genitori in una casa popolare alla periferia di Mirabella Imbaccari, un paese della Sicilia. Brighina accusa il governo di non fare nulla per aiutare la sua famiglia. “Siamo in una situazione disperata. Non troviamo lavoro e abbiamo paura del virus, in una terra che era già dimenticata prima dell’epidemia”. ◆ as
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Questo articolo è uscito sul numero 1385 di Internazionale, a pagina 36. Compra questo numero | Abbonati