Dal colpo di stato che aveva portato i militari al potere, sei anni fa, il Mali non aveva mai subìto un attacco tanto vasto. Il 25 aprile 2026 i jihadisti del Gruppo di sostegno all’islam e ai musulmani (Gsim) e i ribelli indipendentisti tuareg del Fronte di liberazione dell’Azawad (Fla) hanno condotto un’offensiva simultanea in almeno sei località distanti tra loro centinaia di chilometri, tra cui la capitale Bamako, infliggendo un colpo senza precedenti alla giunta del generale Assimi Goita.

All’inizio i ribelli del Gsim hanno attaccato il cuore del potere militare maliano: la città-guarnigione di Kati, che si trova una decina di chilometri a nord di Bamako. L’attacco è cominciato all’alba con un camion bomba esploso vicino alla residenza del ministro della difesa, il colonnello Sadio Camara, molto vicino a Goita. Colonna portante della giunta militare e artefice del riavvicinamento tra Bamako e Mosca, Camara è morto a causa delle ferite riportate. Nell’attentato sono morti anche la sua seconda moglie, uno dei figli e 17 soldati. La deflagrazione ha distrutto anche una moschea nelle vicinanze, con dei fedeli all’interno.

Per tutta la giornata si sono susseguite sparatorie alla periferia di Bamako, in particolare vicino all’aeroporto. Nel pomeriggio l’esercito ha affermato di aver respinto l’assalto, indicando che la situazione era “sotto controllo”.

Intanto, 1.200 chilometri a nordest, i jihadisti e i combattenti dell’Fla hanno preso il controllo di Kidal, roccaforte storica dei ribelli indipendentisti tuareg, che erano stati cacciati da lì nel novembre 2023 dall’esercito maliano e dai mercenari russi della compagnia Wagner. Durante l’attacco del 25 aprile i militari maliani e i loro alleati russi dell’Africa corps – l’organizzazione che ha sostituito la compagnia di sicurezza privata Wagner dopo la morte del suo fondatore Evgenij Prigožin – si erano trincerati nell’ex campo dei soldati francesi dell’operazione Barkhane, partiti nel 2021, e dei caschi blu della Minusma, la missione di stabilizzazione delle Nazioni Unite, ritirati nel 2023. Il giorno dopo i russi hanno negoziato con l’Fla la loro ritirata dalla città e andandosene hanno lasciato dietro di sé le armi pesanti.

L’Fla e il Gsim hanno annunciato di essere penetrati anche nella più grande città del Mali settentrionale, Gao. “Le nostre forze sono ormai presenti all’interno della città, dopo aver neutralizzato diverse postazioni in periferia”, ha affermato il portavoce dell’Fla, Mohamed Elmaouloud Ramadane. Passate alcune ore, gli assalitori sono “ripartiti, dopo aver inviato delle unità a pattugliare la città”, dice un abitante. Il 26 aprile era tornata la calma. “Gao è sotto il controllo dell’esercito”, ha detto un altro residente raggiunto al telefono. “Si vedono gli aerei decollare dall’aeroporto”.

Nel corso dell’offensiva il Gsim ha sbaragliato anche la postazione militare di Bourem, sulle rive del fiume Niger, e attaccato le città gemelle di Mopti e Sévaré, che distano tra loro una decina di chilometri, nel centro del paese. “La situazione era molto tesa. Dalle 5 alle 18.30 nessuno poteva uscire di casa”, ha detto un abitante di Sévaré. “Sparavano da tutte le parti, i proiettili sibilavano in ogni direzione”.

Stretti rapporti con Mosca

◆ Il 27 aprile 2026 il premier maliano Abdoulaye Maiga è intervenuto pubblicamente per rassicurare la popolazione e commemorare il ministro della difesa Sadio Camara, ucciso negli attacchi dei ribelli cominciati due giorni prima. Il 28 aprile il capo della giunta Assimi Goita ha incontrato l’ambasciatore russo. Mosca ha auspicato un rapido ritorno alla normalità nel paese, dopo che i combattenti russi dell’Africa corps avevano abbandonato la città di Kidal nelle mani dei separatisti tuareg. Rfi


Il gruppo più potente del Sahel

Il Gsim, affiliato ad Al Qaeda e guidato dal tuareg maliano Iyad ag Ghaly, è senza dubbio il gruppo armato non statale più potente del Sahel. Per la prima volta, con questo assalto multiplo, gli islamisti e gli indipendentisti del Fronte di liberazione dell’Azawad, che hanno obiettivi ben distinti, mostrano apertamente la loro alleanza contro un nemico comune: l’esercito maliano. Nel suo comunicato di rivendicazione, l’organizzazione jihadista indica che la “vittoria” è il frutto di un coordinamento con i “fratelli dell’Fla”, che sono definiti “partner”. “Insieme stiamo operando una trasformazione, al servizio della religione, del paese e del popolo”, ha proclamato il Gsim.

Non sono più semplici attacchi di disturbo o mere dimostrazioni di forza: il Gsim, che di fatto domina già le zone rurali del nord e del centro del Mali, dimostra di voler ormai rovesciare il governo di Bamako. Nel comunicato inoltre il gruppo islamista ha rivendicato l’attacco contro “la sede del presidente maliano, Assimi Goita”.

La credibilità della giunta militare, che aveva giustificato il suo golpe con la necessità di un’azione militare decisa contro i jihadisti, è seriamente compromessa. Anche se è prematuro trarre conclusioni sull’attacco del 25 aprile, sembra che proprio i russi, i principali partner in materia di sicurezza del regime di Bamako, non siano stati capaci di contrastare efficacemente un’offensiva senza precedenti.

Gli assalitori hanno l’ambizione di mantenere il controllo di una parte delle città attaccate? Da quando occuparono il nord del Mali nel 2012 e 2013 i jihadisti non hanno più governato un centro urbano. Il controllo dello spazio aereo e la potenza di fuoco dell’esercito francese, fino al 2020, e successivamente dell’esercito maliano e delle forze russe, hanno impedito agli insorti di mantenere a lungo il controllo di una posizione fissa. Il ritorno a una strategia di governo delle città segnerebbe un importante cambiamento. La guerra in Mali assumerebbe una nuova dimensione, riportando il paese indietro di tredici anni.

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Questo articolo è uscito sul numero 1663 di Internazionale, a pagina 24. Compra questo numero | Abbonati