E ra la loro ultima speranza: che la Turchia, potenza vicina e autoproclamata protettrice della ribellione siriana, si schierasse contro Damasco e il suo alleato russo per impedirgli di riconquistare la provincia di Idlib, l’ultima roccaforte dell’opposizione. Piantati in asso dagli occidentali e dai paesi arabi, i ribelli siriani da anni stanno affidando la loro sorte ad Ankara. Dopotutto, la Turchia ha accolto tre milioni e mezzo di profughi siriani dall’inizio della guerra nel 2011 e ha continuato a difendere gli oppositori del presidente Bashar al Assad quando il resto del mondo guardava altrove.

A Idlib la Turchia ha dodici postazioni di osservazione, create nell’ambito dell’accordo di Soči dell’ottobre del 2019. “All’inizio ci rassicuravano, ma ora abbiamo capito che sono solo spauracchi”, spiega Abdelkafi Alhamdo, un professore d’inglese.

Un bambino ucciso dai bombardamenti siriani e russi a Sarmin, nella provincia di Idlib, 2 febbraio 2020 xxxx (Anas Alkharboutli, picture alliance/Getty)

Nonostante il cessate il fuoco raggiunto il 12 gennaio da Ankara e Mosca, nel nord-ovest della regione continuano i combattimenti. Secondo l’Onu dall’inizio di dicembre sono fuggite 388mila persone. Il 29 gennaio le forze governative hanno riconquistato la città strategica di Maarrat al Numan e controllano ormai più del 40 per cento della provincia. L’avanzata del regime ha rafforzato tra gli abitanti la sensazione di essere stati traditi da chi diceva di proteggerli. Da mesi Ankara fa in modo di respingere l’attacco del regime, ma non avrà altra scelta che cedere, dato che il suo interesse è salvaguardare i buoni rapporti con la Russia, soprattutto per gestire la questione dei curdi nell’est della Siria.

Punto di approdo

La sensazione che la Turchia abbia usato i ribelli solo per proteggere la sua frontiera è forte. Molti di loro hanno partecipato alle operazioni turche contro i curdi delle Unità di protezione popolare (Ypg, il ramo siriano del Pkk, che Ankara considera un gruppo terroristico) con l’obiettivo di liberare i villaggi arabi della provincia di Aleppo. Queste zone oggi sono per lo più controllate dal regime, e alcune sono ancora nelle mani dei curdi. L’obiettivo della Turchia era allontanare le forze curde dai suoi confini, cosa che è riuscita a fare a ottobre. “È stata la Turchia a consegnare le chiavi di Idlib a Hayat tahrir al Sham (Hts, l’ex ramo siriano di Al Qaeda)”, denuncia Alhamdo. Nel gennaio del 2019 il gruppo jihadista ha preso il potere a Idlib, imponendo il terrore. Nella regione, che ospita circa tre milioni di persone (di cui metà sono sfollate da altre zone del paese riconquistate da Damasco) ci sono anche altri piccoli gruppi jihadisti e ribelli.

Da sapere
Cresce la tensione
Al Jazeera

2 febbraio 2020 L’esercito siriano uccide otto soldati turchi nella provincia di Idlib. In risposta le forze turche attaccano alcune postazioni militari siriane.

4 febbraio Con il sostegno dell’aviazione russa, l’esercito siriano conquista venti villaggi e località nel sud della provincia e arriva a meno di un chilometro da Saraqeb.

5 febbraio Il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan ordina all’esercito di Damasco di ritirarsi dall’area circostante ai punti di osservazione turchi entro la fine del mese.


Così il nord della Siria sotto il controllo turco è diventato il punto di approdo di decine di migliaia di abitanti in fuga. “Quando attaccheranno il nord dove andremo?”, si chiede Khaled, fuggito da Maarat al Numan in una città sul confine. Dall’agosto del 2018 la Turchia tiene chiusa la frontiera. Se non riuscirà a mettere fine all’offensiva del regime, rischia un flusso crescente di civili. “Siamo sempre più numerosi alle sue porte e se continuerà così la gente le forzerà, costi quel che costi”, conclude Khaled. ◆ fdl

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Questo articolo è uscito sul numero 1344 di Internazionale, a pagina 26. Compra questo numero | Abbonati