I principali gruppi mondiali che commerciano greggio stanno incassando enormi profitti grazie al caos scatenato sui mercati energetici dalla guerra in Iran. “È ancora presto per dire se il 2026 frutterà al settore più soldi di quelli guadagnati tra il 2022 e il 2023 dopo l’invasione russa dell’Ucraina, ma vari operatori stanno registrando gli utili più alti degli ultimi quattro anni”, scrive Bloomberg. E la situazione non è destinata a migliorare nel breve termine: in un’intervista al quotidiano francese Le Figaro, Faith Birol, il direttore dell’Agenzia internazionale per l’energia (Iea), ha dichiarato che la crisi in corso è “più grave di quelle del 1973, del 1979 e del 2022”.
I profitti affluiscono in gran parte in Svizzera, dove hanno sede i più importanti intermediari del commercio di greggio e altre materie prime. La Vitol, l’operatore leader di mercato, ha dichiarato che, secondo una stima preliminare, nel primo trimestre del 2026 dovrebbe registrare due miliardi di dollari di utili. Tra l’ottobre del 2025 e il marzo di quest’anno la Trafigura ha messo a segno i due trimestri più ricchi della sua storia, anche grazie ai prezzi del rame e dell’oro. La Gunvor (fondata nel 2003 da Gennadij Timčenko, un fedelissimo del presidente russo Vladimir Putin) ha guadagnato più soldi nel primo trimestre del 2026 che in tutto il 2025, mentre il capitale della Mercuria Energy quest’anno dovrebbe raggiungere un rendimento record compreso tra il 25 e il 50 per cento, con utili che potrebbero arrivare a 3,2 miliardi di dollari.
Questi guadagni sono dovuti agli enormi rincari provocati dalla chiusura dello stretto di Hormuz, che ha scatenato una corsa furiosa ad accaparrarsi i pochi carichi di greggio disponibili. Il 9 aprile l’Energy information administration del governo statunitense prevedeva un calo dell’offerta di greggio pari circa nove milioni barili al giorno: questo vuol dire che a metà aprile erano stati assorbiti dal mercato già 314 milioni di barili, cioè l’80 per cento delle riserve d’emergenza annunciate dall’Iea subito dopo l’inizio del conflitto. Secondo l’Economist, il 21 aprile i “barili persi” erano già 550 milioni.
È per questo che chi vuole avere subito il petrolio deve accettare prezzi astronomici: è il caso dello Sri Lanka, dove un barile questo mese valeva 286 dollari, inclusi i costi di spedizione e assicurazione; “il prezzo più alto che abbia mai visto e che spero di non rivedere più”, ha commentato Georges Elhedery, amministratore delegato della banca britannica Hsbc. “Un manager che ha chiesto di restare anonimo”, scrive Bloomberg, “ha raccontato che la sua azienda ha guadagnato su ogni barile di greggio consegnato fino a 20-30 dollari, un margine enorme se si pensa che questo mercato di solito assicura un profitto di massimo un dollaro a barile”.
Gli enormi guadagni dei commercianti di petrolio cominciano a inquietare qualcuno in Svizzera. Come racconta Le Monde, i primi sono gli stessi operatori, preoccupati dal fatto che i loro soldi fanno gola ai criminali. Per esempio a Ginevra, dove “la SuisseNégoce, l’associazione dei commercianti di materie prime, è preoccupata per i recenti casi di furti con scasso in abitazioni che le autorità non sarebbero riuscite a prevenire. L’organizzazione ha esortato il cantone a investire le risorse necessarie per contenere la criminalità; altrimenti le grandi aziende potrebbero essere tentate di spostarsi altrove, per esempio a Londra o Singapore”.
Ci sono tuttavia altri fattori che non fanno dormire sonni tranquilli ai manager. Alcuni politici svizzeri sostengono che andrebbero tassati di più. Raphaël Mahaim, parlamentare federale dei Verdi, sottolinea che “bisogna intervenire immediatamente, perché i profitti del petrolio sono la conseguenza di un conflitto che inciderà sul costo della vita in Svizzera. Le entrate fiscali aggiuntive potrebbero essere usate per finanziare la spesa pubblica e mitigare gli effetti sociali dell’aumento dei prezzi”.
Mahaim denuncia inoltre “la carenza di regolamentazione e trasparenza, che può facilitare operazioni opache. È opinione piuttosto diffusa che questo settore sarà il prossimo grande scandalo internazionale a colpire la Svizzera, com’è successo in passato con il segreto bancario”. Secondo l’ong Public eye, il volume degli scambi commerciali orchestrati nel paese ha raggiunto i novanta miliardi di franchi svizzeri all’anno, pari a quasi il 10 per cento del pil nazionale. Ma “in caso di pratiche fraudolente le multe sono irrisorie: massimo di cinque milioni di franchi. Le sanzioni sono molto più severe nel Regno Unito o negli Stati Uniti”.
In realtà i commercianti di materie prime hanno scelto la Svizzera proprio per la sua combinazione di agevolazioni fiscali, stabilità politica e leggi relativamente permissive. C’è il timore che norme più severe facciano fuggire gli operatori. Tutti ricordano che “dopo l’imposizione delle sanzioni alla Russia, nella primavera del 2022, i commercianti di petrolio russo si trasferirono a Dubai, da dove gestiscono la famigerata ‘flotta fantasma’ del Cremlino. Nel 2010 Ginevra guidava fino all’80 per cento delle esportazioni di greggio russo”.
Nella ricca cittadina di Rolle, sulle rive del lago di Ginevra, racconta Le Monde, aumenta il numero di manager stranieri che sfrecciano rumorosamente con le loro fuoriserie. “Un consigliere comunale ha commentato, tra il divertito e il dispiaciuto: non possiamo dire di adorare queste persone. Ma anche se pagano meno tasse, saranno le loro imposte a finanziare il nuovo asilo nido”.
Questo testo è tratto dalla newsletter Economica.
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