Il golpe birmano è in linea con la dottrina ideologico-militare radicata nella storia dei conflitti interni che hanno forgiato la Birmania postcoloniale. Da questa visione deriva, per i militari birmani di oggi e di ieri, la convinzione di avere un ruolo fondamentale: quello di garanti di un’immaginaria unità nazionale.
L’esercito non ha mai smesso, dall’indipendenza ottenuta nel 1948, di essere uno stato nello stato, anche nei pochi anni in cui non ha gestito direttamente il potere: tra 1962 e 2011 la Birmania è stata ininterrottamente sotto il giogo dei generali, e in quel periodo ci sono state rivolte popolari represse brutalmente, un terzo colpo di stato e un’epurazione interna. Nonostante il passaggio del testimone a un governo democraticamente eletto nel 2015 – il primo dal 1961 – il Tatmadaw (l’esercito birmano) è rimasto dominato da una casta di ufficiali che disprezza il potere civile, e conduce a piacimento le sue guerre e le sue battaglie. Nel 2017 le peggiori violenze della storia del paese hanno confermato la famigerata crudeltà dei suoi soldati, che hanno ucciso, violentato e spinto alla fuga nel vicino Bangladesh centinaia di migliaia di persone della minoranza musulmana dei rohingya. L’Onu ha accusato i generali, compreso il capo delle forze armate Min Aung Hlaing, oggi alla guida del paese, di “volontà genocida”.
Il 22 dicembre 2020 Min Aung Hlaing aveva ricordato la ragion d’essere del Tatmadaw: “L’esercito e lo stato sono istituzioni necessarie e il Tatmadaw ha il compito fondamentale di difendere lo stato”. Aveva poi aggiunto un dettaglio importante: le forze armate sono anche le principali responsabili della difesa “delle politiche nazionali, del sasana (la dottrina buddista), delle tradizioni, dei costumi e della cultura”. Amara Thiha, ricercatore del centro studi indipendente Myanmar institute for peace and security, dice che i “militari non si pongono al di sopra o al di sotto dello stato: sono un’istituzione parallela fondata sul dovere di difendere la nazione”.
Guerre intestine
All’epoca dell’indipendenza l’esercito birmano aveva solo tremila uomini organizzati in sei battaglioni. Oggi è relativamente ben equipaggiato , ma ha ottenuto spesso scarsi risultati di fronte alla determinazione dei movimenti di guerriglia dei vari gruppi etnici birmani. Lo dimostrano le sconfitte subite negli ultimi mesi dall’Arakan army, un gruppo armato che lotta per l’autonomia dello stato del Rakhine. Si calcola che dal 2011 siano morti circa tremila soldati sul campo.
Le guerre interne, scoppiate all’indomani dell’indipendenza, continuano ancora oggi e da più di settant’anni l’esercito birmano combatte contro una quindicina di gruppi armati più o meno agguerriti. Alcuni hanno firmato un cessate il fuoco o sono scomparsi, ma cinque o sei sono ancora molto attivi. Ai guerriglieri di etnia shan, karen, kachin e mon degli anni ottanta e novanta gli uomini del Tatmadaw hanno spesso opposto crudeltà, razzie e repressione. Erano queste, dunque, le uniche armi in grado di mantenere coesa l’“Unione del Myanmar”, il nome ufficiale di un paese che paradossalmente è profondamente disunito?
“Quale singolare patologia c’è dietro l’inclinazione dei militari alla violenza sproporzionata e deliberata contro i civili?”, si chiedeva recentemente in un articolo Anthony Davis, esperto di questioni militari e corrispondente da Bangkok della rivista britannica Jane’s Defense Weekly. Una delle possibili spiegazioni proposte da Davis sposta l’attenzione sulla questione del nazionalismo profondamente radicato dei bamar, l’etnia maggioritaria nel paese. “Nonostante le carenze permanenti di effettivi e il ricorso sistematico ai bambini soldato, l’esercito è rimasto una forza di volontari reclutati per lo più tra la maggioranza buddista bamar, che costituisce il 68 per cento dei 52 milioni di birmani”. Nel loro libro Soldiers and diplomacy in Burma, Renaud Egreteau e Larry Jagan spiegano che il primo dittatore birmano, il generale Ne Win (al potere tra il 1962 e il 1988), “ha eretto un sistema statale d’ispirazione militare basato su un’ideologia ultranazionalista e un’idea di nazione razzista e xenofoba”.
Il potere dell’esercito birmano non è solo militare, ma anche economico: è suo il 14 per cento del bilancio nazionale, ma i fondi di cui dispone davvero sono più alti delle cifre ufficiali e la loro origine rimane in parte opaca. Oltre alle loro note implicazioni nell’estrazione della giada e nel traffico di droga, i militari birmani beneficiano dei dividendi generati da un conglomerato di proprietà dell’esercito, la Myanmar economic holding public company (Mehl), definita da un diplomatico statunitense “una delle organizzazioni più potenti e corrotte del paese”. La Mehl ha ormai esteso la sua influenza a quasi tutti i settori del paese, dalle fabbriche di birra al tabacco, passando per lo sfruttamento minerario e la manifattura tessile.
Dato il potere del Tatmadaw sul piano politico ed economico, con il senno di poi si può dire che il “patto faustiano” di Aung San Suu Kyi con l’esercito aveva poche possibilità di riuscire. L’ex icona democratica, di etnia bamar, pensava che in questo modo avrebbe potuto lavorare sullo sviluppo economico e ricorrere a una “pace dei coraggiosi” negli stati in rivolta. Non ha avuto il tempo di realizzare la prima promessa e ha fallito nella seconda. E per di più nel farlo ha rinnegato i suoi ideali democratici e rinunciato a condannare il massacro dei rohingya.
Per andare a cena con i generali servivano posate lunghe, e quelle di Aung San Suu Kyi, pessima stratega e poco portata all’autocritica, erano un po’ corte. Il detto pachistano si applica più che mai alla Birmania: “Ci sono paesi che hanno un esercito, ma alcuni eserciti possiedono un paese”. ◆ ff
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Questo articolo è uscito sul numero 1395 di Internazionale, a pagina 18. Compra questo numero | Abbonati